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La democrazia
tratto da "La storia di Giovanni e Margherita"

Nel modello sociale originario ogni individuo semplicemente usava la forza per ottenere ciò che gli occorreva.
Da subito, però, per non essere costretto all’esercizio continuo della forza, e per avere una modalità di relazione ‘amorosa’ con gli altri individui (riconoscimento), istituiva un livello di mediazione con cui, a corrispettivo di quanto ottenuto con la forza (privilegi e comando), offriva qualcosa (concessioni e tutela).
Da quel momento, instauratosi il regime contrattuale e mediata una cultura che consentisse ai prevaricati e ai prevaricatori di celebrare la finzione dell’altruismo, tutto quanto le punte avevano ottenuto con la forza (privilegi e comando), e tutto quanto la massa aveva ottenuto con il resistere alla forza (concessioni e tutela), diveniva diritto e morale.
L’evoluzione dell’organizzazione sociale da mero gruppo a branco, tribù, città e popolo ha richiesto che i prevaricati (massa) contribuissero in maniera sempre maggiore e migliore all’impegno dei prevaricatori (punte).
I prevaricati, a fronte del loro maggiore e migliore impegno, hanno richiesto, nell’ambito del rapporto di forza, un riconoscimento (diritti) sempre maggiore e migliore secondo il ruolo che andavano a occupare.
Ciò ha causato, nella fase originaria, un assetto della società umana di tipo naturalistico, ovvero pagano, ovvero aristocratico, a imitazione dell’aristocraticità della natura. Fin quando, a un certo stadio, nel cuore della società egiziana, nella quale la cultura aristocratica era degenerata in un cupo aristocrazismo insopportabile per la massa, comincerà a prendere forma un nuovo principio esistenziale in virtù del quale un nucleo di uomini deciderà che, da quel momento, qualunque cosa gli fosse costato, fosse stata pure la vita, si sarebbe autodeterminato (ideologia del perire in quanto singoli pur di salvarsi in quanto collettività).
Quegli uomini, al seguito di Mosè, si lanceranno in fuga dai valori di quell’aristocrazismo verso il ‘deserto’ dei non ancora codificati valori della nuova cultura: la cultura ebraica: la prima cultura di massa, la prima cultura democratica.
Democraticità che, per potersi affermare, esigerà, quale prima operazione culturale, il trasferimento degli dei dalla fisica alla metafisica, perché i rigidi principi aristocratici che dominano la fisica (la natura) li avrebbero altrimenti di nuovo ricondotti a una religione e a una morale di tipo aristocratico.
Divinità pagane numerosissime perché espressione degli infiniti oggetti e processi della fisica (della natura), sicché, relegate che furono in blocco nell’omogenea unicità della metafisica, fu automatico raggrupparle in un unico principio e proclamarlo Dio.
Un Dio metafisico che, in quanto libero dagli obbligatori principi fisici, fu da allora possibile configurare secondo le esigenze della massa per renderlo funzionale al neonato, straordinario fenomeno democratico espresso dal mondo ebraico.
Una nuova religione con la quale verrà affermato – per la prima volta mediante strumenti ideologici adeguati – il principio, non naturale ma stupendo, dell’uguaglianza degli esseri umani in relazione ai diritti fondamentali, ovvero ai diritti legati, non a questa o quella opera, ma alla mera qualità di persona.
Un principio che pervaderà, attraverso il cristianesimo, la cultura latina, dando così luogo, a Roma, alla cultura occidentale, il cui primo codice dei valori è l’Eneide.
Cultura occidentale nata dalla confluenza del naturalismo aristocratico greco pagano, che ha il suo codice dei valori nell’Iliade e l’Odissea, e del concettualesimo ebraico cristiano, il cui codice dei valori è la Bibbia.
Codice dell’occidentalesimo che, dopo tredici secoli, Dante, raccogliendone l’eredità, decodificherà e riformulerà nella Divina Commedia (attraverso l’espediente sublime dei gironi), che costituirà la base ideologica sulla quale si svilupperà nel mondo la cultura e la società borghese.
Dante che, con la sua opera, supererà definitivamente le forme della conoscenza del paganesimo, ormai logore, e getterà le basi per dare realmente corpo ai valori del cattolicesimo.
Quelli precedenti: i valori aristocratici generati dalla concezione pagano\naturalistica, avevano sì reso insuperabili le pagine dell’Iliade e dell’Odissea, o dell’Agamennone di Eschilo: l’uomo che ha codificato gli aspetti più sofisticati della morale, ma erano costati la condanna all’inesistenza ideologica della massa.
Scrive infatti il sublime Omero: «..scese Ulisse, ..o Achille, ..o Ettore.. ..in campo.. e sgominò i nemici..», ma non allude nemmeno alle schiere che ovviamente li seguivano..
Ma torniamo a Dante.
Con Dante, gli uomini di quella fase storica, adottate le nuove forme del conoscere, poterono continuare la finzione dell’altruismo che, a causa dell’ormai evoluto livello di mediazione, già da allora, richiedeva concezioni (forme del conoscere) molto sofisticate dell’amore, onore, carità.
La democrazia dantesca, espressione avanzata della democrazia cristiana originaria, della quale riesce a garantire la continuità sublimandone e santificandone il limite, rappresentato dal premio in cielo per la non democraticità di fatto subita sulla terra, si è svolta ed ha retto fino al sopravvenire dell’industrializzazione.
L’industrializzazione, massimo evento positivo mai verificatosi nella storia dell’universo conosciuto, sebbene fin qui non interpretata al meglio, di nuovo, ha dato luogo a un mutamento, il maggiore, nell’ambito del rapporto di forza fra masse e punte.
Mutamento al quale, ancora una volta, è conseguita la necessità di forme del conoscere ulteriori atte a poter continuare la celebrazione della finzione dell’altruismo.
Tali nuove forme del conoscere\culture sono state espresse dal marxismo.
Si è cioè verificato che le punte hanno avuto, con l’industrializzazione, la necessità di ricevere dalle masse una qualità e quantità di impegno diverso e maggiore (superlavoro-sottosalario) di quello che esse avevano fino a quel momento espresso nell’ambito delle culture precedenti.
Le masse, a fronte di questo maggiore impegno, hanno rivendicato un maggiore riconoscimento e maggiori diritti, e li hanno ottenuti attraverso l’attuazione, cruenta o mediata, dei principi marxisti.
Parallelamente è iniziata, in seguito all’acquisizione di un potere autentico da parte delle masse, la fase rivendicatoria.
Ovvero la fase in cui il potere ha iniziato a offrire, e le masse hanno cominciato a rivendicare, anche tipologie di acquisizioni non sempre congrue rispetto a un processo di vera civilizzazione: la fase alla fine della quale i valori del mondo borghese degenereranno nei mostri del muro degli pseudo valori di Giovanni.
Una fase in cui la forza delle punte e delle masse è andata sempre più uniformandosi, e lo scontro per ottenere il maggiore vantaggio ha iniziato a svolgersi non più sul piano dell’identificazione di un corrispettivo coincidente con una prestazione, ma su quello dell’ottenere il più possibile in virtù della mera forza.
Fermo restando, naturalmente, che tutti i vantaggi e i ‘diritti’ che – soprattutto le punte, ma per certi versi anche la massa – riuscivano a ottenere sono sempre stati qualificati come giustamente ottenuti a corrispettivo dell’impegno, e giammai come estorti in maniere che, da brutali, sono andate sempre più divenendo mediate e truffaldine.
Da ultimo è iniziata una seconda e veramente straordinaria fase dell’industrializzazione.
Si è cioè verificato che il quantitativo dei beni prodotti in virtù delle macchine è diventato tanto grande che è stato necessario creare un’apposita cultura per indurre le masse a consumarli.
È così nata la cultura consumistica (sessualconsumismo feticistico ora divenuto pseudo-razional-consumismo ‘umanistico’, esaminati di seguito), finalizzata a subordinare l’uomo alle logiche produttive anziché le logiche produttive all’uomo.
Le masse, quindi, prese nell’ingranaggio, hanno rivendicato sempre maggiori diritti e consumi, e le punte, comunque più forti e più esperte nell’attuazione di strategie fraudolente in continua evoluzione, hanno alimentato esse stesse il potere rivendicatorio delle masse perché, proprio con la crescita delle rivendicazioni, è cresciuta la possibilità di assorbimento dei beni prodotti.
Le punte dunque si sono ‘fatte costringere’ a evolversi sempre più, e per poterlo fare hanno dovuto, da un lato, alimentare in maniera crescente la fame di diritti delle masse e, dall’altro, per poterle tuttavia dominare, escogitare ulteriori forme del conoscere\culture incontrollabili e cervellotiche.
Il risultato è che attualmente le punte detengono un potere enorme, ma esso è poi interamente fondato sul consenso delle masse che, in quanto ingannate e sofferenti, sono sempre più riottose e ambigue nel concederlo, tanto che le stesse punte ne soffrono e sono in crisi.
In particolare l’ugualitarismo, rivendicato e offerto a corrispettivo del consenso, è uno dei peggiori prodotti di questo incongruente livello di mediazione.
Gli uomini infatti – fermo restando l’uguale diritto universale a un’esistenza libera e dignitosa, alla cui realizzazione comunque ciascuno ha il dovere di concorrere per quello che può – non solo non sono uguali, non lo sono mai stati, e non lo saranno mai, ma sono tutti diversi e hanno diritti diversi fondati sulla loro diversità, sicché l’ugualitarismo non è che una pseudocultura, ormai tanto tortuosa e contraddittoria da non potere più reggere, che le masse sono riuscite a imporre alle punte.
(Già Nietzsche afferma la disuguaglianza degli uomini. Egli però, dominato dal suo ‘amore’ per l’individuo, non svolge adeguatamente il tema del rapporto che esso, ai fini di un corretto sviluppo, deve avere con il contesto. Con l’atroce conseguenza che le sue teorie, benché molto impropriamente, hanno finito per alimentare la follia nazista).
Tale ormai insostenibile finzione, poi, nel momento in cui ne è iniziata la crisi, ha causato una crisi senza precedenti dell’umanità, per cui nessuno, in tanta contraddittorietà di diritti e riconoscimenti rivendicati e offerti da ogni possibile direzione e posizione, è più in grado di stabilire con certezza quali forme del conoscere\culture\morali adottare per poter vivere nell’ambito di uno stabile rapporto di mediazione.
E' necessario, pertanto, innanzitutto che vengano messe al bando le finzioni dell’altruismo\culture\morali superate, dalle quali nessuno ormai si lascia più ingannare.
Quindi che ci si dia atto del proprio reciproco egoismo (a questo punto esigenze).
Ed infine che vengano adottate nuove forme del conoscere in virtù delle quali ciascuno, preso e dato atto della propria volontà di prevaricazione\esigenze, se le viva compatibilmente con le esigenze degli altri.
Un così evoluto e moderno livello di mediazione implica però una diversa modulazione della volontà di prevaricazione, e che si affermi dunque la vera democrazia.
Ed eccoci al punto di arrivo della nostra analisi che è la definizione del concetto di democrazia, che è quel regime nel quale vigano le già menzionate due regole comportamentali:
1) il diritto a esserci ed essere riconosciuti si conquista con le opere di contributo alla vita degli altri;
2) il diritto a vivere che tutti hanno comporta la necessità, che è amorosa, di negare (previa disamina analitica della fondatezza delle ragioni di ciascuno, e nei limiti, nelle forme e con gli obiettivi della morale, del diritto e più in generale dell’intelligenza) chi ci nega, per poter così salvare se stessi e contribuire, a mezzo della propria vita così salvata, sia alla vita del contesto che alla vita di chi ci ha negati, indicando inoltre a quest’ultimo la necessità di cambiare allo scopo di poterlo ritrovare.
Nell’affermazione di esse, pertanto, e non nell’affermazione aprioristica dell’uguaglianza, consiste la democrazia.
Il contesto poi, avendo l’esigenza che gli individui concorrano fra loro al suo sviluppo (‘si amino’), curerà che nessun individuo prevarichi gli altri, e che si affermino sempre più le due regole.
L’ugualitarismo è una grave causa di malessere del contesto civile perché, da un lato, ogni volta che vengono riconosciuti diritti che non competono si crea uno scompenso, e, dall’altro, l’uomo di oggi, credendo di poter vantare aprioristicamente uguali diritti rispetto agli altri, e constatando che non gli vengono riconosciuti, finisce per cadere preda di una sofferenza continua per questo essere ‘ingiustamente perseguitato’ laddove è giustamente riconosciuto per quel che gli compete.
Per concludere, va svolta una considerazione.
Ogni evoluzione nel campo della morale e del diritto è laboriosa, perché in base a essi l’individuo, una volta che li ha adottati, costruisce poi la sua vita.
Per questo motivo, ogni volta che vede messe in discussione le sue regole comportamentali, anche se la disamina che lo si invita a fare è ovvia, rifiuta di capire, perché accedere alla critica lo condurrebbe a dover mutare: ovvero impegnarsi nuovamente a ricostruire ciò che ha con tanta fatica costruito, e per di più senza sapere se ci riuscirà ancora.
Egli dunque ‘non capirà’ mai, fino a quando, come oggi, non vi sia costretto o non gli convenga.
È vero quindi che è difficile cambiare, ma per questo non voler cambiare l’uomo di oggi ha già pagato un prezzo tanto alto da non poter pagare di più; ed ecco così che la più grande rivoluzione di tutti i tempi sta per avvenire: la rivoluzione dell’onestà interpretata non più come ‘valore’, ma come strumento necessario per poter dirimere l’immane scontro di tutti contro tutti in cui si è trasformata la vita nel pianeta.
Ciò comporterà il superamento della suddivisione delle ideologie in ideologie di ‘destra’ o di ‘sinistra’, entrambe errate perché entrambe fondate su di un criterio di disuguaglianza o di uguaglianza aprioristico, non fondato sulle opere e non adeguatamente controllato dalla collettività.
Dal che, sempre sul presupposto che sussista il controllo di massa, che deve essere realizzato dalla magistratura, non potrà che nascere una nuova ideologia che, trasformando l’industrializzazione da forza che strumentalizza l’uomo in strumento nelle sue mani, darà luogo a un nuovo umanesimo.
Un’ideologia che non sia di destra, perché la destra erra nel privilegiare l’individuo, né di sinistra, perché la sinistra erra nel sacrificarlo, né di centro, perché il centro è un porsi a mezza strada tra due errori, ma sia fondata sulla possibilità, per l’individuo, di svilupparsi anche all’infinito, come piace alla destra, purché il suo sviluppo sia funzionale allo sviluppo della società, come non può che piacere anche alla sinistra.