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signoraggio

 

Causa della fondazione ed ideologia del P.A.S.

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Il PAS non è un partito di destra né di sinistra né di centro, perché la destra erra nel privilegiare l’individuo, la sinistra nel sacrificarlo, e il centro nel porsi a mezza strada tra due errori.
Il PAS è invece fondato sul diritto di svilupparsi liberamente, come vuole la destra, purché lo sviluppo individuale sia funzionale allo sviluppo della società, come non può che piacere alla sinistra.
Una concezione che coincide con il concetto di intelligenza, che ho definito altrove come null’altro che una categoria morale – la massima – consistente nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri.
Una categoria morale tipica solo dell’uomo, perché il cane sarebbe intelligente solo se, guardandoti negli occhi, sapesse capire se hai fame e decidere se dividere con te la scodella, laddove è solo capace di partecipatività, ovvero di amarti sì, magari fino alla morte, ma solo per quello che serve a lui.
Il PAS dunque nasce dal superamento degli attuali schemi e ha l’obiettivo di affermare una nuova regola sociale (morale) atta a spezzare lo steccato delle pseudoculture all’interno del quale si svolge la vita del contesto umano, tutte univocamente rivolte a indebolire le collettività per poter poi realizzare la subordinazione dell’uomo alle logiche produttive anziché delle logiche produttive all’uomo.
Subordinazione dell’uomo all’industrializzazione anziché dell’industrializzazione all’uomo con cui definisco sinteticamente ciò che da decenni viene qualificato ‘consumismo’: una concezione imposta dal sistema industriale con l’avallo dei mezzi di informazione utilizzati come mezzi di formazione del pensiero di massa, e con la complicità delle stesse collettività, rese consenzienti attraverso un sempre più ampio e collusorio sistema di pseudo-corrispettivi.
Con il risultato che l’industrializzazione – che è il massimo evento positivo mai verificatosi nella storia dell’universo conosciuto – si è invece caricata di valenze pericolosissime addirittura per la continuazione della vita umana sul pianeta, oltre che lesive della dignità dell’uomo; tanto più alienato e sconfitto quanto più cresce questa forma di sviluppo.
E valga da esempio la falso-cultura della necessità degli equilibri atomici, con la quale, al solo scopo di arrecare benefici all’industria di guerra, si è riempito il mondo di materiale radioattivo il cui smaltimento, ammesso sia possibile, costituisce uno dei massimi problemi moderni; la falso-cultura dell’ineluttabilità della proliferazione infinita delle automobili, che hanno inquinato la terra, il mare e il cielo, e costituiscono sicuramente, per quanto ci si adoperi per negarlo, una delle principali cause sia della rarefazione dell’ozono che dell’effetto serra; e in generale la falso-cultura della pretesa coincidenza tra sviluppo e aumento indiscriminato dei consumi.
Culture attraverso le quali l’imprenditoria, atomica e non, e le banche, che sono poi la stessa cosa, con il conforto dell’apparato ‘scientifico’ da esse stesse generato, e con l’appoggio dei mezzi di informazione, hanno messo a rischio l’abitabilità del pianeta.
Ciò, peraltro, in una logica che ha pregiudicato lo stesso sistema industriale che, producendo beni per la maggior parte inutili, non riesce più a imporli come vorrebbe alle collettività sempre più riottose, sicché – c’è da augurarsi esista un’imprenditoria illuminata che lo capisca – potrà risollevarsi solo nella misura in cui diventerà umanistico.
Ovvero se riuscirà a interpretare le esigenze della collettività e a riconvertirsi in funzione della produzione di ciò che serve, anziché accanirsi nell’imposizione, con artifizi sempre più inaccettabili e meno efficaci, di beni dannosi in quanto inutili.
Senza però farsi sfuggire che ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità, perché per potere si deve oggi intendere: «Forza che, monolitica e puntiforme nella fase primaria, ha dapprima avuto la necessità di diventare tentacolare, abbracciando, per poter continuare a esistere, un numero di adepti sempre più grande man mano che la democrazia cresceva e si affermava, per poi organizzarsi, da ultimo, come forza in sé di cui ciascuno è per certi versi vittima e per certi versi protagonista; forza in sé dunque che ha avuto la necessità di avere il consenso di tutti e tutti appunto ha dovuto coinvolgere per potersi svolgere, pur rimanendo nel contempo verticistica e prevalentemente rappresentata dai detentori del potere economico».
Ciò premesso, per superare l’attuale fase, va innanzitutto abbandonata la concezione cosiddetta di sinistra della politica che, partendo dalla solo affermata uguaglianza degli uomini, ha causato al contrario le forme più gravi di discriminazione e di avvilimento, ed è stata utilizzata per realizzare lo snervamento delle forze più avanzate e la formazione di classi strutturate in modo da essere funzionali al consumo dei beni imposti.
Tale ingannevole e ipocrita dottrina, inoltre, in seguito all’affermarsi del rivendicazionismo, è ora degenerata nell’ugualitarismo più distruttivo, laddove per ugualitarismo si intenda: «Pretesa di uguaglianza fondata sull’uso indiscriminato della mera forza rivendicatoria anziché sul contributo che si è in grado di dare al contesto».
Una pretesa che, tra l’altro, costituisce la materia di cui è fatta la cultura burocratica, che consiste nella tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere.
Una tendenza che è la causa prima sia di tutte le forme di delinquenzialità che della difficoltà di sconfiggerle, e che può essere vinta solo da una giustizia civile velocissima.
Il principio dell’uguaglianza degli uomini, poi, non va interpretato in maniera semplicistica o riduttiva, come avviene da quando il potere è fondato sul consenso.
Il principio correttamente ugualitario deve cioè consistere nel fatto che tutti gli uomini hanno uguali diritti in relazione a tutto quanto sia appunto legato alla loro qualità di uomini, che legittima tutti indistintamente ad avere ad esempio diritto a un’esistenza libera e dignitosa, a partire dal diritto al lavoro, all’assistenza, alla casa, al soddisfacimento dei bisogni morali, alla parità delle opportunità eccetera.
È però ovvio che da altre angolazioni gli uomini, non solo non sono uguali, non lo sono mai stati, non lo saranno mai, e non hanno mai voluto esserlo, ma sono anzi tutti diversi e hanno diritti diversi fondati appunto sulla loro diversità, nel senso che ciascuno ha diritto a una qualità e quantità di riconoscimento corrispondente alla qualità e quantità di opere che è in grado di compiere e di fatto compie.
Principio della diversità dei diritti in base alla diversità di ciascuno che – va ribadito – non deve giammai servire a negare il riconoscimento dei diritti fondamentali a tutti.
Diritti fondamentali a cui ognuno avrà sì il dovere di concorrere nell’ambito delle sue possibilità, ma senza che l’incapacità e persino la negligenza di farlo possa mai diventare motivo per negarli a nessuno.
Fermo restando l’obbligo a osservare le leggi, in base però a un’attenta considerazione dell’ambito esistenziale globale in cui avviene la loro attuazione o violazione: principio quest’ultimo importantissimo, da realizzare attraverso tempestive riforme perché consentirà, nel diritto penale, lo spostamento dell’asse del processo dal reo alle cause dei reati, producendo così un regime di continua evoluzione dello schema giuridico, altrimenti destinato a degenerare, come oggi, nel moralismo e nel giustizialismo, e produrrà inoltre la graduale ‘civilizzazione’ della giustizia penale, perché solo il diritto civile, sviluppandosi sotto la continua pressione delle parti del processo, ha quell’effetto regolatore della vita sociale che costituisce lo strumento per bonificare il terreno sul quale i reati inevitabilmente maturano.
Per cui costituisce un’offesa alla civiltà giuridica ogni sentenza di condanna penale quando sia meramente rivolta a punire; anche perché i cittadini sono responsabili dei reati che commettono non più di quanto lo siano lo Stato e le Istituzioni, ormai degradati fino alla depravazione istituzionale.
Per opera poi si dovrà intendere: «comportamento significante atto ad incidere positivamente nella vita del contesto», affinché, a corrispettivo del maggior onere che il riconoscimento del maggiore diritto comporta, il contesto debba sempre ricevere il vantaggio che dalla maggiore opera deriva.
Cose tutte che possono avvenire esclusivamente in seguito al superamento del consumismo, fondato sul consumo dei beni inutili, che servono ad alimentare il suo motore: l’insoddisfazione! È infatti attraverso l’insoddisfazione che la società dei consumi riesce a caricare ciascuno del desiderio di quelle cose che, in quanto inutili, in un circolo chiuso, sono destinate a causare ogni volta altra insoddisfazione necessaria a creare nuovi desideri e nuovi consumi inutili.
Per cui il malessere dell’uomo di oggi, che ha raggiunto la forma patologica della depressione di massa e della psicosi cronica che ne deriva, è funzionale al sistema.
Occorre in sostanza superare la pseudocultura sessual-consumista feticista, ora convertitasi in pseudo-razional-consumismo ‘umanistico’.
Esse infatti, attraverso svariati meccanismi di trasposizione intellettuale, hanno creato una serie di sovrapposizioni culturali atte a determinare un’equivalenza fra concetti come quelli di sesso, denaro, uomo, donna, oggetti, felicità, gioia, partecipazione, eccetera.
Ciò allo scopo di ottenere che un immenso quantitativo di beni, inutilizzabili e quindi invendibili quali corretti strumenti di interrelazione, venissero ugualmente e vanamente consumati come ‘feticci’ di detta interrelazione.
Con il risultato che la vita delle genti si è oggi trasformata in una lotta mortale fra esseri della stessa specie che, con la mente alterata dai falsi miti, si affrontano per raggiungere forme di partecipazione, di ricchezza e di consenso che sovente serviranno solo ad aumentare la loro confusione e il loro malessere.
Ciò perché la logica di sviluppo della società consumistica consiste proprio nel causare che ciascuno venga indotto a consumare oltre i limiti delle sue possibilità, sicché lo stato di malessere economico ed esistenziale dell’uomo di oggi, e la sua insoddisfazione, sono congeniti al sistema.
Sistema che cionondimeno, diversamente da come asserito da Marx, non va demonizzato, perché averlo demonizzato è servito proprio a facilitarlo nel crescere e nello svilupparsi in quanto demoniaco, ma va invece piegato alla positività e ricondotto alle esigenze dell’uomo.
Pure superato deve essere l’assetto ideologico erroneamente derivato dalla politicizzazione e dallo snaturamento dell’originario messaggio del Cristo uomo.
Cristo che l’ebraismo considera un uomo (un profeta), negando che sia figlio di Dio e Dio in persona lui stesso, perché (secondo l’interpretazione di cui a da Ar a Sir) eleggere a Dio un essere appartenente alla fisica avrebbe ricondotto la religione al paganesimo e quindi all’aristocrazismo (al naturalismo aristocratico pagano).
Il paganesimo è infatti aristocratico perché si ispira alla fisica, alla natura, che appunto è aristocratica, sicché il fatto che Cristo, benché divino, fosse tuttavia anche un uomo, avrebbe ricondotto la cultura alle leggi aristocratiche della fisica impedendo la realizzazione di quel tipo di cultura democratica basata sull’astrazione – tuttavia meravigliosa e di straordinaria positività e rilevanza – di una ‘società orizzontale’, una ‘società di uguali’, voluta dal mondo ebraico.
Un tipo di uguaglianza che non esiste in natura e che richiedeva pertanto un’allocazione fuori dalla fisica, quindi nella metafisica, ovvero in un ambito in cui le regole avrebbero potuto essere codificate secondo le necessità sociali e non secondo le ferree, aristocratiche regole della natura.
Un’operazione culturale cruciale e senz’altro riuscita, ma con dei comprensibili limiti, data la sua enorme difficoltà (quantomeno a giudicare da come sarebbero andate le cose nei millenni successivi), servita però a garantire, se non una democrazia perfetta, quantomeno una democrazia incompiuta e una certa a-drammatizzazione della condizione umana.
Un essere, in ogni caso, Cristo, di una tale grandiosità intellettuale e di un tale, sublime, coefficiente di diversità, che la mente collettiva decretò su di lui un silenzio che, in vita, egli non riuscì mai a vincere, e durò fino a quando, solo dopo la sua morte, il suo messaggio fu modificato fino a renderlo ‘ammissibile’.
Una grandiosità intellettuale che si desume dal fatto che nel Nuovo Testamento (la parte della Bibbia successiva a Cristo), o almeno in alcune parti di esso (il discorso della montagna), si rinvengono delle straordinarie scintille sapienziali che non possono che essere attribuite a lui, perché non si rinviene niente di simile nella cultura, biblica o non, né precedente né coeva (Vecchio e Nuovo Testamento), né successiva.
Scintille sapienziali, le parole di Cristo, purtroppo mai scritte, che si perderanno nel grande fiume degli eventi, ma sono da allora la ragione del cristianesimo.
Parole che ebbero la forza di operare una profonda trasformazione della cultura\religione ebraica, nonostante furono mistificate sia dal mondo ebraico che dal nascente mondo cristiano per odio verso la sua stupenda intelligenza, e per soffocare la grande potenzialità di cambiamento del suo vero messaggio che, se correttamente divulgato, avrebbe prodotto un mutamento qualitativo della cultura dell’uomo che infatti non c’è stato.
Parole che furono interpretate in due modi diversi nel mondo ebraico e in quello cristiano, e le cui mistificazioni generarono – in ambito cristiano – che la cultura aristocratica, non venisse superata, ma si trasformasse in cultura nobiliare, che per molti versi sarebbe stata peggiore (vedi sempre da Ar a Sir).
Concezioni nobiliari di cui lo stesso papato fu espressione e che risultarono cariche di un coefficiente di arbitrarietà maggiore di quello che caratterizzava le regole alle quali si ispirava la società aristocratica, perché, come già detto, l’aristocrazismo trovava, nello svolgersi, un limite nelle ferree regole della natura, alla quale si ispirava, mentre il monoteismo, una volta relegata la morale fuori dalla fisica, non ebbe più difficoltà ad adattarla – sistematicamente troppo – alle esigenze.
Un’arbitrarietà che produsse inevitabilmente un crescente e sempre più sofisticato coefficiente di ipocrisia, creando così quella discrasia fra comportamento e professione dei valori che ha reso da ultimo l’occidente ad un tempo depravato e bigotto.
Il messaggio cristiano fu insomma mistificato, ma le sole parole che si possono attribuire con certezza a Cristo («chi è senza peccato scagli la prima pietra», e poche altre) dimostrano che aveva trovato la chiave per conciliare la cultura aristocratica e quella democratica.
Parole certamente di Cristo perché né la tradizione precedente né quella coeva né quella successiva hanno conosciuto uomini di una grandiosità intellettuale sufficiente a poterle formulare.
Nella frase «chi è senza peccato scagli la prima pietra» egli infatti: 1) non nega il principio meritocratico, perché afferma che chi eventualmente fosse senza peccato avrebbe lo speciale diritto di colpire, e dunque di dominare; 2) rende quel diritto impraticabile, richiedendo per poterlo acquisire una qualità che può essere solo vantata; 3) nel momento in cui afferma il principio meritocratico – ma ne limita aprioristicamente la praticabilità circoscrivendolo implicitamente alla possibilità di avere sì maggiori diritti, ma solo in presenza di maggiori meriti esattamente verificati e verificabili – legittima di fatto la fallibilità degli uomini, e dunque, da un lato, ridimensiona il ‘superiorismo’ degli aristocratici e, dall’altro, afferma sia il diritto democratico a non subire la prevaricazione nonostante i limiti, e sia l’onere di dover riconoscere i meriti quando vi siano e siano quantificati; 4) affermato questo schema di valori, causa in definitiva un nuovo rapporto di forza sociale in cui forti e deboli si diano atto reciprocamente delle loro esigenze, dei loro limiti e della pretestuosità dei loro contrapposti apriorismi, e vadano alla ricerca di una misura morale da individuarsi ogni volta attraverso lo strumento dell’onestà intesa però come necessità e non come valore.
Un nuovo rapporto di forza sociale, una nuova cultura, che invece non si sviluppò secondo l’idea di Cristo di vivere l’onestà come necessità, ma subì appunto le involuzioni frutto del viverla come ‘valore’ funzionale al regno dei cieli, affinché, nel mentre, sulla terra, gli uomini potessero continuare a vivere ispirandosi a concezioni furbesche e strategiche, anziché intelligenti, dando così luogo a una morale astratta e tendenziosa, come tendenziosi continuavano a essere i loro intendimenti.
Il cristianesimo, in sostanza, nato come correttamente ugualitario, nel senso di considerare gli uomini uguali dal punto di vista dei diritti fondamentali, si è al contrario poi svolto, in virtù della contraddittorietà e delle equivocità delle sue interpretazioni, sia come espressione dell’ugualitarismo integralistico marxista, volto a negare il valore del merito e dell’impegno, e sia come di destra, intendendosi per ideologie di destra: ideologie dogmatiche, strumentali alla volontà di affermare ingiustamente la superiorità di certi gruppi, ceti, nazioni, a certi altri, senza miglior causa che la maggiore forza.
Il cristianesimo nasce in sostanza come rivolta dei vinti a fronte della prevaricatorietà insita nel paganesimo.
In esso cioè l’individuo, di fronte al paganesimo dei romani, spietato perché trionfante e conscio di nient’altro che della propria forza, divenuta furia nel momento dell’impossibilità di contenere tutto quanto conquistato, decide di perdersi come individuo pur di salvarsi in quanto massa.
Quindi, attraverso questa forza immensa, consistente nella rinunzia a sé sublimata dalla fede e dalla volontà di amore verso gli altri, i cristiani riusciranno a vincere realizzando quell’uguaglianza che con il marxismo degenererà in ugualitarismo, e che, in quella fase, era essenzialmente funzionale a contrastare la pretesa di maggiore umanità dei dominatori romani.
Tant’è che, successivamente, non appena il cristianesimo si affermerà e diverrà potere, la volontà di essere e di vedersi riconosciuti i propri meriti riemergerà e ne rappresenterà per sempre il limite, in una formula che, spogliata della necessità di rinunzia iniziale, diventerà ipocrisia e pseudocultura.
Già in Dante – che nella Divina Commedia getta le basi della società borghese e ne codifica i valori – il cristianesimo che, sia pur rinnovato, è già vecchio di tredici secoli, si appalesa in un manierismo benché sublime tuttavia bigotto, perché viziato dall’intendimento di voler compensare solo in cielo i torti che intanto gli uomini continuavano a subire sulla terra.
I cristiani in effetti, in virtù della mistificazione del messaggio di Cristo, si svolgeranno come una casta ispirata da un moralismo che, sotto la pressione dell’individualismo negato e avvilito, diventerà sovente una forma spietata di prevaricazione, dalla ferocia dell’inquisizione, fino alla forse più feroce ‘neutralità’ dei giorni nostri.
Sarà Nietzsche che, ribellandosi all’ipocrisismo moralistico divenuto malcelata viltà e invidia per effetto dell’ideologia della rinuncia mai accettata, riaffermerà la ‘religione’ di un tipo di individuo che, orgoglioso delle sue pulsioni, le estrinsecherà con tutta la sua forza di uomo troppo liberato dalla consapevolezza di essere parte di un contesto, causando così l’affermazione più spinta delle concezioni dette di destra, poi sfociate nell’orrore del nazismo e nella stupidità altrettanto densa di orrende conseguenze delle varie forme del fascismo.
Il PAS in definitiva, sulla base della consapevolezza che la realtà è molteplice, la verità è strumentale alle esigenze, e il benessere è il risultato dell’avere sì un buon metodo e dei giusti obiettivi, ma anche di una serie continua e coerente di piccoli e talora grandi aggiustamenti, afferma una democrazia fondata sulle seguenti due regole comportamentali: 1) il diritto a esserci ed essere riconosciuti (fermi restando gli uguali diritti basati sulla pari umanità di ciascuno) si conquista con le opere di contributo alla vita degli altri, senza però che l’incapacità di compierle debba mai divenire elemento di recriminazione per nessuno; 2) il diritto a vivere che tutti hanno comporta la necessità, che è amorosa, di negare (previa disamina analitica della fondatezza delle ragioni di ciascuno, e nei limiti, nelle forme e con gli obiettivi della morale, del diritto e più in generale dell’intelligenza) chi ci nega, per potere così salvare se stessi e contribuire, a mezzo della propria vita così salvata, sia alla vita del contesto che alla vita di chi ci ha negati, indicando inoltre a quest’ultimo la necessità di cambiare allo scopo di poterlo ritrovare.
Il momento modale e quantitativo delle forme della negazione, alla quale, instauratosi il rapporto di forza, consegue il riconoscimento nelle rispettive qualità, sono i temi dell’educazione, della cultura, della morale, della politica e del diritto, la cui attuazione va però assoggettata alle forme più razionali e civili di controllo in generale e di controllo giudiziario in particolare perché, se la civiltà è figlia del controllo, la disfunzione della giustizia è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose.
Fondamentale perché ciò si realizzi è che innanzitutto cessi la delega acritica della vita sociale, e ciascuno, nelle forme dell’impegno e della legalità, si riappropri della consapevolezza dei propri ruoli in rapporto alle esigenze del contesto; quindi che le masse si approprino dei mezzi di diffusione delle idee, e mai più sia consentito che radio, televisione e giornali siano, di fatto, e quale che sia il livello di finzione di partecipazione apparentemente garantito, nelle mani di governi o di gruppi comunque qualificati od organizzati.
Ciò allo scopo di spezzare lo stato di coma culturale che il potere ha causato con dosi giornaliere di sessual-consumismo feticistico espresso soprattutto in forma di spettacoli televisivi, i cui risibili protagonisti, in veste di ultimi ‘filosofi’ di regime, sono in realtà inconsapevoli e rognosi paladini dell’obbrobrio.
Nei miei libri, e soprattutto in La storia di Giovanni e Margherita, il cui tema fondamentale è la scoperta del modo di formazione del pensiero, che appunto mi ha consentito la decodifica dei vari processi intellettuali sociali e individuali, sono svolti, in forma letteraria per facilitarne la divulgazione di massa, i temi sui quali è necessario che gli uomini di oggi si confrontino, perché il confronto è in sé rivoluzionario e nel confronto ogni forma di prevaricazione si dissolve.
Va però compreso finalmente che, in ogni sistema mentale, sia esso individuale che sociale, l’accidia e l’ingenerosità si configurano come degli errori ai quali poi conseguono altri errori e sistemi di errori interrelati atti a causare la degenerazione dell’intelligenza in quella furberia che, finalizzata a salvaguardarsi e privilegiarsi nell’immediato, ma inidonea ad armonizzare una quantità e qualità di sapere sufficiente a fronteggiare la vita complessiva, è la causa tecnica delle problematiche che hanno mortificato la vita dell’uomo di tutti i tempi.
La condizione per realizzare tutto ciò è giungere a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già si sa, perché il nostro modo di sapere è viziato dall’intento di subordinare la verità alle nostre esigenze.

Alfonso Luigi Marra

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