Tristi similitudini e diversità fra la burocrazia toscana e meridionale in ambito venatorio e non

Necessità che il Parlamento riformi l’illegittima norma, già censurata dalla Corte europea, che nel riconoscere al proprietario di un fondo il diritto di vietare l’accesso ai cacciatori, vuole però costringerlo alla spesa di doverlo recintare, disseminando così per di più le campagne di inutili steccati e creando le premesse per una serie di fondate azioni contro l’Italia a Strasburgo per l’indennizzo del costo delle recinzioni e dei danni patrimoniali e non.

Una non poi così bella storia toscana, ovvero l’avere tale Sammuri, responsabile della caccia per la Provincia di Siena, messo per iscritto un cogente consiglio all’Azienda Agrituristico Venatoria Frosini, non già di accettare, bensì di chiedere essa stessa la divisione in due della sua concessione di caccia allo scopo di offrirne una al Conte Venceslao Spalletti Cernia, giacché egli la desidera. Con avvertimento che solo così si potrà evitare l’elaborazione delle perplessità.. (com’è bella la sincerità) sul rinnovo della concessione, e rinviare ai prossimi anni i problemi con la Provincia, di cui nonostante i continui rapporti, nessuno aveva fatto parola.

Sono sfociate in questo documento le riflessioni maturate dal 1997 nel mio rapporto, in tema di caccia ed altro, non con i civilissimi oltre che gradevolissimi toscani, ma con la loro burocrazia, di cui sono ovviamente le principali vittime.

Burocraticità dalla quale fortunatamente moltissimi dipendenti pubblici si discostano con veemenza, e che, come ho scritto altre volte, consiste nella tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo o di poterseli vendere in modi tanto peggiori quanto più sofisticati, o di potersi disimpegnare.

Soggetti generalmente senz’arte ma con qualche parte riescono così a frustrare la vita e lo sviluppo dell’intera collettività e fare il bello e cattivo tempo in relazione a cose pubbliche e private spesso molto più grandi di loro, complici le disfunzioni in realtà funzionali al sistema dei TAR e del Consiglio di Stato.

Sennonché, attraverso alcuni passaggi ai quali credo di aver concorso un po’, si è dapprima, nel 1998, verificato il miracolo di un miglioramento del funzionamento della Corte Europea, sfociato in un tale incremento dei ricorsi che l’Europa ha indotto l’Italia, nel 2001, alla creazione, con la legge Pinto, di una giurisdizione nazionale competente in tema di indennizzo dei cittadini per l’eccessiva durata delle cause.

Due strumenti, la Corte Europea e la legge Pinto, che nonostante molti si adoperino vergognosamente per continuare ad ostacolarne il funzionamento, hanno innescato un processo di inedita civilizzazione, perché stanno causando un incremento della velocità della giustizia, e la Corte Europea sta divenendo sempre più strumento di ricorso effettivo, per 45 paesi, contro le violazioni dei governi e delle magistrature.

In ogni modo, precisato che l’attuale configurazione della cultura burocratica è anch’essa frutto delle contraddizioni del consumismo, voglio recare una testimonianza di come si esprime nel Sud ed in Toscana.

Due ambiti rilevanti perché l’occidentalesimo (nato a Roma nell’anno zero dalla confluenza del naturalismo aristocratico greco pagano e del concettualesimo ebraico cristiano) non è mai riuscito a colonizzare completamente il Sud, che ha la sua capitale ideale a Napoli, ed è rimasto fondamentalmente naturalistico / pagano.

Mentre la Toscana, tredici secoli dopo la colonizzazione occidentalistica, è divenuta la culla della cultura borghese così come codificata da Dante nella Divina Commedia.

Culture da una cui sintesi, arricchita dalla miriade di influssi della modernità, dovrà scaturire, speriamo al più presto, quel nuovo umanesimo senza il quale il mondo non si salverebbe dalla sventura consumistica.

Orbene, la cultura burocratica a Napoli e nel Sud è barbona, ladra, proterva, capace di tutto, individualistica e biecamente vereconda dei suoi vizi.

Una sommatoria di pericolosi individui chiusi ognuno nel suo guscio e coesi solo per l’indispensabile.

La cultura burocratica toscana è invece pur essa proterva e capace di tutto, ma anziché barbona è manieristica, anziché ladra è organizzata, ed anziché individualistica è unita nell’uso ideologico di un tipo di ipocrisia specializzata a spacciare per istituzionali i fini burocratici.

Cos’è meglio? Non è facile dirlo perché quando il modello culturale è errato come l’occidentalesimo consumistico che domina oggi il mondo, le forme di inciviltà che produce sono diverse ma così tanto l’una peggio dell’altra che è impossibile redigere graduatorie.

Tuttavia, a furia di analizzare da vent’anni le varie forme di inciviltà vigenti da qui agli antipodi, credo che la burocraticità di tipo primitivo leda più cruentemente gli individui, ma i guasti di quella più evoluta vengano introitati in maniera a-drammatica dalla società provocando una graduale somatizzazione di massa del malessere.

In ipotesi, la burocraticità del sistema Americano, Inglese, Australiano ecc. è soffice e si ammanta per molti versi delle forme della civiltà, ma le sue concezioni, economiche e non, hanno messo in sofferenza ed a rischio la vita dell’uomo sul pianeta.

Ciò che più conta però, perché la mia non vuole essere una mera critica, è capire che l’indispensabile nuova cultura potrà essere sintetizzata solo dalla società italiana, sicché è vana l’attesa che altri vi provvedano.

Una sintesi nella quale la componente borghese ed il più antico occidentalesimo che la contiene sono sì l’importantissima parte da riformare, ma l’umanesimo meridionale è l’elemento di novità.

Quello che infatti a taluni sembra essere inciviltà è invece la pena che la realtà meridionale paga per non aver voluto aderire ai modelli culturali dominanti.

Una dissidenza plurimillenaria che costituisce il massimo fenomeno culturale del pianeta, anche se proprio nelle sue degenerazioni sono le radici della mafia, e che è l’unica cultura in grado di produrre lo stadio dell’umanesimo di cui ha un sempre più urgente bisogno la società, ora che il borghesismo e l’occidentalesimo sono definitivamente in crisi.

Discorsi, ahimè lo so, un po’ difficili, ma che bisogna credo sforzarsi di capire perché le cose facili sono state tutte già dette e non sono bastate a risolvere alcunché.

Quanto alla caccia, che è stata una delle mie chiavi di lettura della Toscana e del suo apparato, mi spiace dirlo, ma colpisce non tanto il mutamento del modo di concepirla e praticarla conseguito alla crescita del numero dei carnosi animali di grossa taglia, quanto di nuovo il singolare livello di ipocrisia che la sua istituzionalizzazione ha comportato.

Perché la caccia in Toscana è tanto organizzata da esprimersi come un fenomeno burocratico che si auto-rappresenta via via come rivolto alla protezione della natura, ossequioso delle regole, ed ovviamente onesto, ma come in quel mio volume appunto intitolato La civiltà degli "onesti".

Diversi in questo ad esempio i campani o i calabresi, i quali, o con pulcinellesca ironia, o con jugalesca (è una maschera calabrese) rigidità, pur essendo anche loro, sempre con le ovvie magari numerosissime eccezioni che però in quanto tali non rilevano, generalmente ben poco riguardosi di alcunché, ne sono però consci, non si atteggiano a salvatori di nulla, e sanno anche ammetterlo.

Un’ipocrisia che del resto è patrimonio non certo solo dei cacciatori.
Nel 1995 nel Parlamento europeo, quand’ero deputato, scoppiò la febbre della legge sugli imballaggi.

Una meravigliosa legge che avrebbe dovuto prevedere la sostituzione del polistirolo con un "polistirolo" biodegradabile fatto di cereali: cosa che avrebbe innescato dei vasti fenomeni di disinquinamento ed aperto molte riflessioni sulla possibilità di sostituire una serie di lavorazioni e di materiali perniciosi con altri innocui.

Per un paio di mesi non si parlò d’altro, dopodiché, in dieci anni, come in virtù di un ordine superiore, non si è mai più sentita una parola a riguardo, nonostante abbia tentato più volte di ricordare l’argomento con i miei volantini.

Un silenzio anche delle forze per così dire "rivoluzionarie", contestatrici, naturalistiche, di opposizione ecc., tutte ben al corrente di quella legge, che manifesta come anch’esse sono subdolamente al servizio, insieme ai loro avversari, delle logiche perverse che fingono di contestare.

Il non doverci scandalizzare del fatto che i cacciatori non siano i santi protettori della natura con una mano sul cuore ed una sul fucile che specie in Toscana recitano di essere, non significa però li si debba privilegiare con norme come quella, ormai quasi solo italiana ed in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europea, secondo la quale, premesso che a nessun cittadino è consentito di accedere all’altrui fondo a meno che non si armi di fucile da caccia, glielo si può sì vietare, ma non prima di essersi assoggettati all’onere di impiantare una recinzione da una trentina di euro al metro (circa 12.000 euro per recintare un ettaro di terra, che generalmente non li vale) per realizzare così un "fondo chiuso".

Strani privilegi dovuti al gran numero di voti che in passato i cacciatori erano in grado di muovere, ma oggi privi di senso anche in base ad una tale peraltro abominevole logica elettorale se si rifletta su quanti voti fa perdere fra i contadini o in generale fra i proprietari o locatari di fondi, e comunque fra i cittadini.

E’ infatti un sopruso, specie se si pensa alle squadre anche di oltre cento cacciatori dei cinghialai, che si debba costringere le persone a sopportare di avere sul proprio fondo o intorno a dove si vive o si lavora così tanta gente intenta a berciare e sparare a tutto spiano con armi la cui gittata supera di gran lunga i 150 metri di distanza dalle case previsti per poter cacciare.

Ci sono state giornate nella riserva di Frosini in cui, avendo, al solito, illegalmente, i cacciatori spinto i cinghiali fuori dalla riserva introducendovisi con i cani, e comunque avendogli, sempre illegalmente, ad una certa ora della notte sbarrato il rientro dalle loro anche spontanee scorribande nei campi con dei lunghi nastri colorati legati a dei paletti che lasciano lì piantati fissi per intere stagioni, è accaduto che gli animali, nel tentativo di rientrare nel bosco, hanno sfondato la linea dei cacciatori appostati lungo il confine della riserva (c’è da sempre il solco per la smania di rasentarlo), che è credo a non più di 300 metri dal podere.

Con il risultato che i cacciatori si sono girati verso il podere e sono entrati nella riserva iniziando tale un pandemonio di spari nella nostra direzione che siamo tutti corsi a chiuderci in casa per il timore di qualche pallottola vagante, perché un colpo di carabina può facilmente arrivare a 600 – 700 metri, e con certe particolari armi anche molto oltre.

Tutte cose difficili da accettare in nome del diritto a divertirsi calcolando l’impunità derivante dall’essere in molti.

Violazioni fra le quale il bracconaggio commerciale, perché vi sono sufficienti animali di grossa taglia da avere senso cacciarli per venderli.

Un venderli al quale per sentito dire mi sembra ricorrano anche certe squadre dicinghialai dopo essersi ripartita una parte della carne per usi personali, e che dovrebbe essere ostacolato (credo sia già vietato), perché "legittimare" la vendita degli animali introduce un incentivo alla caccia molto improprio.

Senza contare le pratiche, necessariamente collettive data l’entità dello sforzo che richiedono, e tali da far dubitare della genuinità del "naturalismo" di certe squadre di benpensanti, quali quella di disseminare i boschi di "puzzi" (naftalina) per far uscire i cinghiali dalle riserve.

Cose delle quali ci si duole dunque non perché si voglia troppo andare per il sottile, o per rivendicare chissà quali mai improbabili perfezioni o adamantinità, ma perché si esagera, e sotto gli occhi delle istituzioni.

E narriamo ora la vicenda di cui al titolo, perché narrare i fatti piuttosto che enunciare delle tesi dà chiavi di lettura che sovente sfuggono anche a chi scrive.

Una vicenda rilevante non solo perché coinvolge in un modo o nell’altro centinaia di cacciatori e cittadini del posto, ma soprattutto perché esemplifica un modo da superare di concepire l’Amminisrazione.

Premesso che le Aziende Agrituristico Venatorie (AAV) sono finalizzate al recupero ed alla valorizzazione delle aree agricole montane e svantaggiate mediante l’attività venatoria, vi è in Chiusdino, in provincia di Siena, l’AAV Frosini, che si estende per 758 ettari, 558 dei quali sulla proprietà della Frosini srl, che è circa 1.000 ettari, e 200 dei quali costituiti da un fondo confinante, di proprietà del Conte Spalletti.

Concessionario della riserva sono stato per un periodo io stesso (non essendolo più scrivo quindi a titolo personale), e comunque altre persone nominate dalla Frosini, proprietaria della maggior quota di territorio, mentre, fino al 1989, prima che Spalletti vendesse i 1000 ettari che comprendono i 558 coperti da riserva ad Augusto Perini, dal quale ho comprato le quote della società nel 1997, era ovviamente lui ad indicare il concessionario.

Spalletti, per quanto mi risulta dal 1997, non si è mai occupato della caccia né della riserva, ma vi ha interesse perché i suoi 200 ettari circondano il castello di Frosini, di sua proprietà, ed, a parte che a non esserci la riserva vi sarebbe la libera caccia dei cinghialai, come già detto di grande impatto, l’essere il fondo coperto dalla riserva ne aumenta il valore.

Sennonché, la Contessina sua figlia (Spalletti è molto avanti negli anni) vorrebbe ora ottenere una separata concessione sui 200 ettari: una, mi sembra, perfettamente naturale posizione di parte.

Separata concessione che però non credo potrebbe avere se si staccasse e la chiedesse autonomamente, e che comunque non penso possa ottenere nemmeno se riuscisse a costringere noi (l’attuale concessionario è mio figlio Giulio), a chiedere la divisione in due della concessione che già c’è.

Questo anche perché, premesso che la superficie minima per una riserva è (non so se solo in Toscana) di 200 ettari con una tolleranza del 5% (art. 21 LR 3.94), e siccome il dr Sammuri, responsabile della Provincia per la caccia, ha statuito, bontà sua, che il corridoio di 200 metri tra le due riserve, che assorbe almeno una sessantina di ettari, sarebbe tutto sul fondo di Spalletti (occorrerebbe diversamente smantellare e rifare una recinzione di qualche chilometro), rimarrebbero forse meno di 140 ettari utili, sicché il rilascio di una separata concessione richiederebbe una notevole quanto gratuita forzatura.

D’altra parte, sarà che non sono abbastanza fiducioso nel mondo, ma la caccia ai fagiani lanciati è notoriamente in perdita, ed è l’unica consentita sui 140 ettari; che sono poi realmente utilizzabili per questa caccia solo per la modesta parte di campi che residua dopo il taglio dei 200 metri di corridoio, perché il resto è bosco.

Per cui, a parte che ne sono al corrente, do per scontato che non si voglia né si possa altro che cedere la gestione della riserva a dei mestieranti in cambio di un corrispettivo.

Mestieranti che, nella nostra fattispecie, non è dato però sapere come altro potrebbero guadagnare qualche soldo se non facendo entrare nella riserva i cacciatori con l’alibi dei fagiani ma in realtà chiudendo un occhio sulla caccia ai cinghiali, daini, caprioli, lepri, a qualche raro cervo, eccetera.

Cacce, tanto per dire un po’ le cose come veramente stanno, perché i rigiri di parole sono graziosi ma poi annoiano, consentite solo nei recinti e solo ad animali lanciati, e per le quali io stesso, prima che divenisse nota la mia indisponibilità (non vorrei sembrare un romantico, ma oltretutto tengo molto alla presenza sul territorio degli animali a prescindere dalla loro cacciabilità), ho ricevuto varie offerte di denaro così significative che, autorizzarle in maniera discreta ad una decina di cacciatori, avrebbe fruttato credo un paio di centinaia di migliaia di euro l’anno in nero.

Un desiderio di dividere in due la riserva comprensibile in definitiva per Spalletti, ma che stupisce venga preso a cuore dalla Provincia talmente tanto da spingere il buon Sammuri ad inviare una lettera, secondo qualche suo collega scritta da altri, con pretese di leggiadria nella forma ma inopinatamente quanto impropriamente molto dura, oltre che del tutto errata, nella sostanza.

Lettera nella quale, dopo essersi dilungato a spiegare variamente che Spalletti non è ahinoi! contento dell’operato della Frosini, le consiglia caldamente di provvedere alla divisione.

Ciò perché gli è or ora tornato in mente che tre anni fa la Provincia aveva sollecitato la Frosini come altre aziende a procedere ad una riorganizzazione dell’attività venatoria, salvo a sfuggirgli che c’è stata, e che nessuno, nemmeno lui, aveva fin qui espresso la minima doglianza.

Per cui, se la Frosini non si precipiterà, si osservi: non a soggiacere, bensì addirittura a chiedere essa stessa la divisione della concessione, ebbene allora: "le valutazioni di merito rispetto a tali perplessità saranno elaborate dai nostri uffici in sede di approvazione dei piani annuali di gestione ..

e saranno anche il presupposto per la concessione del rinnovo dell’autorizzazione per il prossimo quinquennio 2006 – 2010." Un’impostazione scelta, si direbbe, perché, o non essendoci modo o non essendo agevole procedere d’ufficio alla divisione, la strada praticabile deve essere apparsa quella di ricorrere ad argomenti forti atti ad indurre direttamente la Frosini a chiederla ispirandole il timore di incorrere nelle reazioni insondabili così sapientemente evocate dalla minacciata "elaborazione delle perplessità".

Un’espressione che ha un carattere tanto ambiguo, oscuro ed inquietante quanto fuor di luogo in un documento dell’Amministrazione, che deve invece essere ispirato per legge da principi di lealtà, trasparenza, disponibilità ecc. Al punto che sto seriamente pensando di consigliare alla Frosini un ricorso al TAR, e poi se occorresse al Consiglio di Stato ed a Strasburgo, solo per chiederne la cancellazione.

Un pensare in sostanza di poter eliminare o creare gli altrui diritti con un mero tratto di penna, tanto più che salta agli occhi che Sammuri avrebbe fatto malissimo a tacere per tre anni se ci fosse stato invece qualcosa da dire.

Non so se infatti a lui sembra cosa da poco ma, a parte l’avvenuto incremento della caccia ai fagiani, ai fini del "recupero e la valorizzazione dell’area attraverso l’attività venatoria", si è fin qui spesa, dal 97, credo ben oltre una milionata di euro per ristrutturare immobili, riassestare il territorio dove occorreva, predisporre impianti, alzare i recinti per rendere possibili le cacce agli ungulati eccetera, e si spendono 100 150 mila euro l’anno per retribuzioni, coltivazioni a perdere (ora non più necessarie per ottenere i contributi), manutenzioni, macchine agricole e chi più ne ha più ne metta.

Area che nelle mani di Spalletti era morta, perché anche il bosco era stato annientato, e che ora ha tanto per cominciare dei luoghi fisici ristrutturati in cui rivivere, nel mentre il bosco, attraverso l’attuazione del piano di taglio a suo tempo approvato sta pian piano ricrescendo.

Di tal che, se fosse occorso o piaciuto altro ad un cotal Pubblico Amministratore si sarebbe potuto cercare di farlo, laddove, così tacendo nonostante i pur continui rapporti, sembra essersi ispirato a quella moglie che pur di non perdere l’occasione per rimproverare al marito il mancato regalo d’anniversario, si adoperi perché non gli sovvenga.

Un’area che certo si può ancora valorizzare, e nella quale, ad esempio, vorremmo realizzare una zona umida nei circa 13 ettari vicino al Feccia rovinati dai lavori di "cava" abusiva dell’inarginabile Buiarelli, per fermare il quale, dopo oltre un decennio in cui ha "lavorato" indisturbato dal ponte del Feccia a quello del Saio, per poco, pur dopo vari ed articolati esposti, non mi sono dovuto stendere anch’io dinanzi ai cingolati, sotto l’occhio apatico delle Istituzioni preposte.

Senza però dimenticare che, a parte le difficoltà di passare attraverso le maglie di un così faticoso apparato burocratico, ci vogliono 2.000 / 2.500 euro al metro quadrato per far rivivere le vecchie pietre e, su un territorio così i soldi non è tanto che vadano via come l’acqua, ma il vero guaio è che non ritornano, perché lo Stato è astuto ad invischiare con l’esca della caccia in queste opere a perdere qualche vero appassionato di animali e di boschi come me e qualche altro amico mio, ed alla fine, quello che più mi ha coinvolto e ripagato in questa storia è forse l’immagine dei daini, dei caprioli e dei cinghiali che, attirati in fondo al campo sotto al podere dalle granaglie dei cavalli, quasi ogni giorno ho avuto il bene di avere sotto gli occhi in questi anni mentre alla scrivania dell’ufficio della Magione lavoravo ai miei libri.

A parte poi che com’è noto tutte queste presunte eccezioni non sono che vane chiacchiere ed invenzioni architettate dal vecchio Gambassi giustamente visto che se una volta faceva l’assessore è ora da tempo un così bravo, sinuoso ed introdotto consulente nel del resto minuscolo contesto senese da sentirsene garantita finanche la pur a sua volta ovviamente molto radicata Contessina.

Vecchio Gambassi il quale, dopo aver fatto dannare la buonanima di Augusto Perini, che, è un fatto riscontrabile, non poteva sentirne il nome senza dare in escandescenze, crede ora di poter far dannare anche me usando i suoi mezzi intellettuali per convincere dei così ingenui funzionari della bontà di tesi che non stanno in cielo né in terra.

Toni, in ogni caso, che già mi stavano facendo tremare i polsi quando, proseguendo in seconda pagina, mi sono rincuorato leggendo che ogni problema può comunque essere superato sol che la Frosini si renda spontaneamente promotrice ed artefice di questa divisione contro i suoi interessi, avvalendosi per subirla anche dell’ausilio del pur’egli immediatamente disponibilissimo ed interessatissimo tecnico Luciano Palazzi.

Un subire di dovere assumere questa "iniziativa" che infatti udite udite! sa il cielo perché: "consentirebbe il superamento delle attuali carenze di esercizio della AAV, rinviando ogni valutazione di merito alle future stagioni venatorie..".

Polsi che per la verità non mi tremano affatto perché, a prescindere che so di avere a che fare con dei gentiluomini, non me n’è mai importato un fico di ritorsioni, persecuzioni, ispezioni, sanzioni eccetera perché, magari anche un po’ facilitato dal fatto di non avere predilezione per la parte del torto, ho sempre saputo come trasformarle in un vantaggio ed uno strumento di crescita per me piuttosto per che i miei avversari, giacché ho un credito enorme verso la società per via delle mie opere, e quindi da un lato ho sempre e comunque le ragioni di fondo dalla mia, e dall’altro non ho bisogno di maestri per sapere come difenderle.

Ne deriva che finanche l’estremo dei provvedimenti, ovvero quel mancato rinnovo della concessione per il prossimo quinquennio che se non chiederemo controvoglia questa divisione potrebbe essere il frutto dell’elaborazione delle perplessità, diverrebbe motivo di una richiesta di risarcimento tanto più elevata quanto più dovesse durare la causa e l’interruzione dell’attività a fronte degli investimenti fatti per avviarla.

Ed ormai mi faccio una questione d’onore come cittadino, in questo tipo di controversie, nel fare ciò che occorre per far emergere, se c’è, la responsabilità anche economica di ogni singolo funzionario.

Colgo poi l’occasione per anticipare che credo invierò fra breve, come difensore della Frosini srl, la richiesta che sia interdetta la caccia nei circa 450 ettari della tenuta che non sono riserva di caccia senza per questo dover costruire la recinzione prevista per il fondo chiuso, e che se la richiesta non sarà accolta ricorreremo anche qui alla giustizia italiana ed europea ai fini dell’indennizzo.

Iniziativa che renderò nota affinché anche altri la perseguano perché il consentire ai privati di badare alla fauna di cui ai loro fondi sarebbe un importante contributo al ripopolamento, dal momento che le specie che le Istituzioni preposte sono riuscite ad incrementare in Italia sono prevalentemente quelle nocive, quelle prive di interesse venatorio, e quelle, come i cinghiali, la cui crescita è maggiore, per la grande riproduttività, del numero degli abbattimenti desiderati.

Non entro invece troppo nel merito del se i privati, una volta impedito l’accesso ai cacciatori, possano cacciare loro stessi nei loro fondi o consentirvi la caccia a terzi, eventualmente anche a pagamento visto che siamo in una società in cui si paga tutto, ma rinunciarci è una sorta di punizione che ci si potrebbe forse rassegnare a dover subire per agevolare il cammino della riforma, nonostante sarebbe illegittima anche alla stregua della normativa della stragrande maggioranza degli altri paesi.

Cordialità,

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 107
  • Data: 28-06-2005
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