SPETT. CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA. Oggetto: richiesta di un intervento chiarificatorio del CSM circa:

1) la Corte d’Appello di Roma in materia di Equo Indennizzo;
2) la Sezione Esecuzione Napoli;
3) l’inganno perpetuato alla collettività, che si dispera alla ricerca di chissà quali soluzioni contro il grottesco regime di abusi, assenze e disfunzioni della P.A. senza rendersi conto che è unicamente frutto dell’impossibilità di controllarla nel modo previsto, ovvero mediate quelle azioni giudiziarie civili che la Magistratura neutralizza da decenni per suoi opportunistici fini.

Ci si potrebbe limitare a dire che la Magistratura sta mangiando la vita del paese, così come la stragrande maggioranza dei cittadini non fa altro che variamente reiterare.

Il fatto però che le cose vengano dette e ridette per decenni senza che questo riesca a mutarle deve aiutarci a capire che esistono molte qualità del sapere, ed il vero problema della modernità non è capire cose nuove, ma riuscire giungere a "nuove forme del conoscere" rispetto a tutto quanto già si sa.

Ma veniamo a noi.

Orbene Eccellenze, quando non sia frutto di errore, ogni decisione di un giudice non conforme alle leggi si configura come un voler dare efficacia di norma alla propria opinione.

Intento inviso all’ordinamento perché la dirompenza riconosciuta agli effetti dei provvedimenti ha naturalmente il suo presupposto nell’obbligo del giudice di limitarsi ad essere mero strumento di attuazione della legge.

Un obbligo impostogli per contenerne l’ineludibile tendenza a decidere secondo le sue esigenze, e solo dopo andare alla ricerca di norme che "legittimino" la decisione.

Tendenza ineludibile perché espressione delle cinque pulsioni fondamentali che regolano addirittura la vita dell’universo (volontà di sopravvivere, svilupparsi, riconoscere, essere riconosciuti, raggiungere il massimo del risultato con il minimo dello sforzo).

Ne deriva che anche in ciò, come in ogni cosa, il vero problema è il senso della misura ed il livello di intelligenza dell’agente.

Ora, se il coefficiente di civiltà fosse stato più elevato, il superamento delle vecchie culture avrebbe causato delle moderne e razionali strategie di rinnovamento, ma non è andata così.

Per cui, poiché quando si rompono le regole gli individui interiorizzano automaticamente come "regola" il proprio interesse, al mancato rinnovamento è conseguita (in questa fase, poi tutto cambierà) un’opportunistica deregulation peggiore delle culture superate.

In campo giudiziario questo fenomeno si è espresso nelle forme di una perniciosa "legiferazione giudiziaria" anch’essa motivata come sempre non dall’intento di innovare ma dall’opportunismo (individuale e/o di casta).

Taluni però esagerano e, troppo dimentichi che l’iter necessario perché un punto di vista divenga legge è la conquista della maggioranza in sede elettorale e poi parlamentare, danno al loro "legiferare" i contenuti di una dissociazione eccessiva dalle (vere) norme.

Fatta questa premessa di carattere generale, la Sezione Equo Indennizzo della Corte d’Appello di Roma (o comunque la Corte d’Appello quando si pronunzia in materia di equo indennizzo) ha ormai fama consolidata di artefice di una giurisprudenza a tacer d’altro contrastante (c’è spesso contrasto anche tra le sentenze dello stesso collegio nello stesso giorno).

Un caotico rigettismo che non va d’accordo nemmeno con se stesso (sono fortunatamente in crescita gli accoglimenti), ma soprattutto sistematicamente in contrasto sia con la Cassazione che con la Corte Europea.

E’ in questo quadro che, da ultimo, in sede di riassunzione dopo le continue cassazioni delle sentenze, ha iniziato sì in qualche modo ad adeguarsi, ma ha istituito (in regime di "legislazione giudiziaria") il "principio", pur nell’accogliere le domande, di compensare le spese dei tre gradi di giudizio (Corte d’Appello – Cassazione – Corte d’Appello).

Anche in questo peraltro in contrasto, oltre che con la legge, con la Cassazione che, non potendo certo disimpegnarsi rispetto ad un argomento così importante, quando "rinvia al giudice di merito per le spese" può solo intendere che rinvia al giudice del merito perché provveda a liquidarle, perché altrimenti, volesse negarle pur avendo accolto il gravame, dovrebbe ovviamente esplicitarlo.

Né avrebbe senso leggere il rinvio come l’omessa decisione di uno degli argomenti sul quale è stato richiesto il giudizio, quasi ad incentivare così la probabilità che continui l’andirivieni fra un grado di giudizio e l’altro.

Un "principio", quello della compensazione delle spese, che la Corte d’Appello ha adottato da ultimo in un’alta percentuale di casi anche in primo grado, liquidando inoltre sovente, quando le liquida, le spese ridotte dei procedimenti in Camera di Consiglio, sempre in contrasto con la Cassazione, oltre che con se stessa, perché finora questa era una caratteristica della sola "legislazione giudiziaria" della Corte d’Appello Equo Indennizzo di Napoli.

Una torre di Babele in cui le parole uniformità e motivazione non sono ancora conosciute ma la cui "legiferatorietà", pur non avendo lo scopo (che dubbio c’è!), ha l’effetto di osteggiare le azioni ex legge Pinto.

Oltretutto, dopo i danni già causati allo Stato con l’avere in questi anni costretto sistematicamente i ricorrenti ai tre gradi di giudizio, se ne stanno ora causando di ulteriori con il costringerci a ricorrere di nuovo in Cassazione, e se occorresse alla Corte Europea, con delle azioni che è ragionevole presumere di nuovo vittoriose.

Procedimenti che dovrebbero concludersi in un grado e ne richiedono invece cinque senza che nessuno si preoccupi, per cominciare, di quante migliaia di euro per singola causa costi una cosa simile fra costo globale dei giudici e costi generali indotti.

Quanto invece alla "legislazione giudiziaria" della Sezione Esecuzione di Napoli, si sta verificando (sempre in tema di equo indennizzo: materia che non passa mai inosservata) che i pignoramenti presso terzi in danno del Ministero della Giustizia o della Presidenza del Consiglio, anziché essere assegnati ai giudici onorari, come avviene per le altre procedure ed avveniva anche per queste, vengano da ultimo assegnate ai togati anche quando siano di modesto importo.

Con la differenza, intanto, che mentre le procedure dinanzi ai giudici onorari durano meno di un mese, i togati hanno subito iniziato a fissarle anche oltre i sei, con grande gaudio dei convenuti sia perché la lunghezza delle cause è fra i tanti il modo più diffuso di alterare i diritti ed ostacolare la loro perseguibilità, e sia per il differimento dei pagamenti a tassi passivi ai quali chiunque sarebbe disposto a farsi prestare qualunque somma.

(Tassi passivi modestissimi che, a proposito di abusi, servono a declassare a cause di "modesta entità" le controversie per ritardo nel pagamento delle retribuzioni o delle pensioni, perché la giurisprudenza continua per ora a dibattersi sia pure sempre più flebilmente nel negare che il vero problema in questa materia è il danno non patrimoniale.) A parte poi ogni altra novità che è logico temere possa sopravvenire a giudicare dal fatto che, non potendo dette assegnazioni essere né casuali né "automatiche", non viene preso in considerazione il nostro diritto di conoscerne le logiche, giacché, pur non esistendo una legge che le disciplini, i loro criteri non possono essere segretati né essere appannaggio di nessuno.

Assegnazioni che, a prescindere ora dall’Ufficio Esecuzioni di Napoli, presso il quale non ho motivi per ritenere non avvengano in una maniera regolare, di cui però chiedo siano resi noti i criteri anche allo scopo di consentire si possa eventualmente impugnarle, sono un’antica, molto profonda e purulenta piaga nazionale.

Essendo infatti specie nelle materie ripetitive l’orientamento di ogni giudice scritto nei precedenti ed in ogni caso noto, avere il potere di assegnare le cause ad un giudice piuttosto che ad un altro significa avere il potere di decidere a priori quali dovranno avere esito positivo e quali negativo, quali dureranno poco e quali molto, quali saranno le connotazioni delle decisioni, se saranno compensate o liquidate le spese ed in che misura, se sarà assolto o se sarà condannato un certo imputato o a quanti anni di carcere verrà o non verrà condannato e così via.

Cose di straordinaria gravità che squassano l’essenza stessa del concetto di giustizia, sicché proprio questo generale far gli gnorri mostra bene quale pressione gravi invece sulla questione.

Assegnazioni che avvengono com’è noto in genere automaticamente salvo a non esserci ostacoli, quando si voglia, a farle avvenire diversamente.

Situazioni da giustizia da tempi di guerra laddove siamo in pace e la giustizia ha costi incredibilmente alti specie in considerazione della bassissima qualità del servizio, perché qui, Eccellenze, mi si permetta una digressione, si critica giustamente la sanità, ma se funzionasse come la giustizia sarebbe un’ecatombe, perché la giustizia è ciò che funziona peggio di ogni altra cosa in Italia.

Ad esempio, premesso che il rilascio delle sole copie di un decreto in materia di equo indennizzo non solo costa circa 40 euro ma richiede anche mesi di tempo, non è dato sapere cosa o chi dobbiamo in realtà finanziare con cifre simili dal momento che il costo delle copie, fra tutto, nell’ambito di un’amministrazione normale, compreso anche il rimborso degli stipendi, delle locazioni, degli arredi eccetera, non raggiungerebbe la quarantesima parte di quanto ci viene chiesto.

A parte cioè tutto quant’altro bisogna subire per poter fare l’avvocato in questo paese usurpato e dissanguato dagli apparati, non si spiega ed è inqualificabile che il servizio reso sia di questo livello.

Altra cosa che chiedo al CSM è di prendere posizione circa la grave illegittimità di questa sfegatata tendenza giudiziaria a far muro avverso qualsiasi non importa quanto fondata richiesta ogni volta si agisca contro una qualunque delle espressioni dell’Amministrazione.

Oltretutto, premesso che come certo sapete solo il corretto funzionamento della giustizia civile ha un effetto regolatore della società, la Magistratura continua dal 92 a riuscire abilmente a distrarre l’opinione pubblica da sé attaccando la politica e l’imprenditoria con i soap-processi penali meramente moralistici e destinati a priori a non cambiar nulla.

L’opera diviene però sempre più difficile essendo sempre più chiaro che il vero responsabile del degrado del paese è proprio la Magistratura.

Siccome infatti il motivo per il quale difende con tanta veemenza i regime di costante viziosità e manchevolezza dell’apparato pubblico è che, ad onta della proclamata autonomia, ha con esso rapporti strettissimi e vantaggiosissimi, ne ha impedito il cambiamento mediante il rallentare, ostacolare e sconfiggere da decenni con ogni mezzo le azioni dei cittadini contro le mostruosità delle burocrazie.

Con il risultato che proprio questo modo di concepire la "giustizia" sta per generare le forze politiche che provvederanno infine a quella regolazione della Magistratura che essa è fin qui riuscita ad impedire scagliandosi ogni volta contro chi la invoca con una ferocia rivolta a far sì che nessuno dimentichi quant’è opportuno averne paura.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 110
  • Data: 12-10-2005
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