ASSOCIAZIONE PER LA DIFESA DEI CITTADINI NEI CONFRONTI DELLE BANCHE (1987)

Temo che il tardivo risveglio dell’Antitrust contro la notoria esosità dei costi bancari non ci frutterà più di qualche contentino, ma in compenso sta servendo ai media per distogliere la malcontenta opinione pubblica dal ben più grave problema dell’accredito tardivo degli assegni, sul quale tutti, compresa la Banca d’Italia in persona ora di Draghi e l’intera magistratura italiana, celebrano da decenni un silenzio invincibile.

Ho infatti già scritto, ma giova ripeterlo perché aiuta a capire gli "alti principi giuridici" in base ai quali ci governano e ci giudicano, che la principale fonte di guadagno delle banche è illegittima, poiché consiste negli interessi che ricavano dal trucco di accreditare con alcuni o diversi giorni di ritardo gli assegni versati, che a loro vengono invece accreditati lo stesso giorno.

Un trucco col quale, a parte l’appropriarsi degli interessi tra la data del versamento e dell’accredito, abbassano il saldo del conto fino a renderlo in molti casi artificiosamente negativo per farsi così pagare gli interessi su un debito che non esiste (se si versa un assegno e si preleva subito l’importo da esso recato, la banca ci considererà "scoperti di valuta", e fin quando, bontà sua, non ci avrà accreditato l’assegno ci farà pagare gli interessi sui nostri soldi tal quale ce li avesse prestati).

Interessi che per di più continuano ad addebitare trimestralmente nonostante l’anatocismo sia pacificamente illegittimo, perché ora si sono inventate un’altrettanto illegittima "reciprocità", consistente nel fare trimestralmente anche gli accrediti: quasi sfuggisse loro che i tassi attivi sono infimi mentre i passivi un capello al di sotto di quelli usurari.

Illegittimità di cui non si sono mai curate perché calcolano che pochi correntisti faranno causa.

Somme, quelle di cui si appropriano mediante l’accredito tardivo degli assegni che, facendo il calcolo con un mio programma, risultano ben maggiori di quelle di cui si appropriano mediante l’anatocismo o le spese di conto esose, per cui specie i correntisti "affidati" o che lavorano spesso in situazioni di "scoperto di valuta", rifacendo i conti degli ultimi dieci anni, si ritrovano ad essere creditori, secondo i casi, da poche migliaia a molti milioni di euro.

Anzi, visto che queste cause non sono (ancora?) di massa ma le fanno in tanti (con esito sistematicamente vittorioso per l’anatocismo e vittorioso tra breve anche per l’accredito tardivo degli assegni), mi chiedo come mai sfugga di farle ai giudici competenti per recuperare dette somme nei fallimenti, o come mai non le si siano fatte in vicende come la Parmalat, dove, a rifare i conti (il mio programma è scaricabile gratuitamente da internet), ci si potrebbe credo far restituire dalle banche qualche migliaio di miliardi di lire.

Nel mentre in sostanza il paese si consuma pensando ai circa 30 euro per un milione di correntisti di cui si è appropriata una volta la banca Popolare di Lodi, i giudici civili di tutta Italia, pur essendo unanimi nel condannare le banche alla restituzione dei tassi anatocistici, solo ora, dopo aver contrastato per decenni con mille strullate le azioni per la restituzione degli interessi inventati con il trucco dell’accredito tardivo degli assegni, sembrano iniziare a capire che con questo espediente le banche mietono da sempre i soli margini di attivo del lavoro di tutti noi.

E ciò sotto gli occhi "vigili" anche delle varie altre associazioni pur’esse per la difesa dei cittadini nei confronti delle banche, a partire dall’ADUSBEF, che conosce bene l’argomento dell’accredito tardivo perché lo ha letto nel mio "Atto di citazione già pronto per i correntisti che vogliano far causa alla loro banca", pubblicato già nel 1989 sui massimi giornali nazionali, ma si guarda bene dal farvi il minimo riferimento perché questa è la condizione alla quale il sistema iniziò a pubblicizzarla e continua a farlo affinché dirotti l’attenzione sui temi di minor rilievo dell’anatocismo e dei costi delle operazioni.

Un dirottare l’attenzione su cose minori finalizzato a distoglierci dal fatto che l’illegalità è generale, sicché l’opera della giustizia penale finisce per essere funzionale, non alla difesa della legalità, ma alla difesa, sempre più penosa, dello status quo.

E’ infatti illegale l’intero sistema fiscale, rivolto a rastrellare denaro da usare con metodi se non talora per fini incondivisibili nonché fondato sul presupposto dell’evasione perché le aliquote, a questo livello di risposte pubbliche, sono notoriamente insostenibili.

Così come è pervasa di illegalità qualsiasi cosa, a partire ad esempio dal commercio degli alimentari: sito di ogni sorta di trame, sanabile solo da una vera legge sull’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio, come quella in sei articoli che scrissi e consegnai al mio amico Casini il 6.4.95, e giace da allora in Parlamento, dove tutti continuano a far di tutto per non farla passare promulgando quali surrogati leggine confezionate per non cambiar nulla.

E ciò senza che la magistratura si avveda di dover cambiare il modo di concepire il suo ruolo.

Citando una cosa significativa proprio per la sua apparente banalità, è un esempio del modo errato di concepire il proprio ruolo il fatto che nessun PM si renda conto che varie norme, da quelle europee alla Costituzione, lo obbligano a sequestrare le bottiglie di champagne in circolazione non recando esse la data di produzione, visto che l’omissione è notoriamente dovuta al fatto che lo champagne, salvo quello frazionato, deve essere di annata, altrimenti "sfiata", sicché è precisamente rivolta a venderlo anche quando ha perso le caratteristiche per le quali lo si compra.

Né si può non intervenire su fatti come il non poter comprare un pesce senza rischiare sia immangiabile per il fetore di mangime e di acqua morta.

Né giova all’immagine della magistratura, in tema di banche, che io abbia usato l’argomento della palese fraudolenza dell’accredito tardivo degli assegni per la prima volta nel 1980 in un’opposizione ad un decreto ingiuntivo, e che ci siano voluti 25 anni (vita orribile quella del precursore) di guerra a furia di volantini e pagine di giornali prima di ottenere, nel 2005, in alcune cause, che il giudice, nel conferire al consulente tecnico l’incarico di "rifare i conti", prescrivesse la "valuta zero", ovvero l’accredito immediato degli assegni e più in generale dei versamenti.

Quali sono i rimedi? Il vero rimedio sarebbe la politica, ma per sperare nella sua ripresa ci sarebbe Quali sono i rimedi? Il vero rimedio sarebbe la politica, ma per sperare nella sua ripresa ci sarebbe voluto un sistema elettorale proporzionale senza blocco delle liste e senza sbarramenti, che non ostacolasse cioè l’accesso in parlamento a quei pochi politici realmente intenzionati e capaci di produrre quei cambiamenti che difficilmente i grandi partiti potranno mai patrocinare per l’eccessivo intreccio di collusioni (quasi ci vorrebbe uno sbarramento al di sopra, anziché al di sotto del 4%).

Al contrario le "liste bloccate" sono state volute da tutti (il centro sinistra ha solo tiepidamente finto di opporsi) proprio per timore che, visto il generale malcontento, il dissenso raccogliesse troppi voti facendo qualche sorpresa alla nostra abbarbicatissima "oligarchia".

Un’"oligarchia" omogeneamente collusa in un conformismo vile, feroce e di basso profilo fra tutte le forze vigenti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, quella che caratterizzerà anche il prossimo Parlamento, che lascia poco sperare in una legge che disciplini finalmente questi aspetti dell’attività bancaria (assurdamente lasciati alla prassi) in un modo che tolga ogni spazio alle interpretazioni negatorie.

Non potendosi confidare nel potere politico, resta allora solo il giustizialismo che sarà suscitato proprio dalle "liste bloccate", avendo esse precluso ogni via di sfogo alle immense tensioni che si stanno accumulando.

Un giustizialismo appena appena meglio di niente perché per sua natura inidoneo a mutare le regole generali ed anzi ogni volta usato dal sistema come diversivo, ovvero per far credere a scapito di pochi o molti capri espiatorii che sussista un problema di "mele marce" e non di logiche complessive perverse.

Un giustizialismo però neanch’esso casuale, perché solo la giustizia civile ed amministrativa, nell’eterno conflitto tra le parti, ha un effetto regolatore della società (se la civiltà è figlia del controllo la disfunzione della giustizia civile ed amministrativa è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose), sicché se ci si limita giustizialisticamente ai processi penali ai pochi "cattivi" è per conservatorismo.

Ciò detto, bisogna che la magistratura faccia il sacrificio di accettare che l’unico strumento per porre rimedio al degrado della società e sbloccare il sistema è una legge che impedisca che le violazioni dei giudici siano giudicate da altri giudici, perché questo garantisce loro un’impunità che altera le connotazioni della giustizia ed alterandole la vanifica.

Un cambiamento di fondo che, introducendo anche per i giudici la ragione per aver timore di violare le leggi, innescherà un meccanismo virtuoso nel funzionamento della giustizia civile ed amministrativa, ed una graduale "civilizzazione" di quella penale, che è mera burocrazia.

Giustizia oggi non garantita perché i giudici-nessuno si offenda perché ciò è dovuto al modo in cui operano in ognuno di noi le pulsioni fondamentali-liberi come sono dal timore delle pene, hanno finito per avere visioni variamente opportunistiche dei loro ruoli, via via di parte, di casta, di sistema, quando non individuali, ed insomma non neutrali.

Per non parlare della giustizia amministrativa e del suo livello di commistione con l’Amministrazione.

Qualunque cosa si faccia sarà insomma inutile se prima non si farà questa legge, perché non c’è legge se non c’è sanzione, e fin quando i giudici si giudicheranno tra loro le sanzioni non ci saranno come non ci sono mai state, salvo eccezioni a conferma che la regola è altra.

Si pensi al rovesciamento dell’ "immediatamente" di cui al 335 cpc in un "eventualmente".

Un avverbio che senza la predetta impunità toglierebbe il sonno a più di un PM al pensiero dei rischi dell’iscrivere in ritardo o non iscrivere affatto nell’apposito registro le notizie di reato ed i nomi delle persone alle quali sono attribuite, iscrivendoli invece, per poter indagare occultamente e senza far decorrere il termine biennale, nel registro dei fatti non costituenti reato, o ricorrendo ad altri espedienti.

Un tipo di violazione emblematica dello stile e del modo di intendere le indagini che seguiranno, e che, costituendo quell’immediatamente una cruciale conquista democratica rivolta a sconfiggere l’antica pratica delle indagini oscure quale strumento di controllo violento della società, vanifica lotte millenarie per la conquista di diritti senza i quali una democrazia rimane incompiuta, come nel 1985 definivo la nostra nella mia "Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal sindacato e dal PCI".

Un giudicarsi dei giudici tra loro che viola per ovvi motivi l’art. 3 della Costituzione dove garantisce che tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge, e l’art. 2 dove garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (e quindi delle sfortunate controparti dei giudici).

L’art. 102 poi, nel vietare l’istituzione di giudici straordinari o giudici speciali, aggiunge però: "Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini estranei alla magistratura.".

Ne deriva che l’art. 102 consente l’istituzione presso gli organi giudiziari ordinari di sezioni specializzate a giudicare i giudici composte da collegi misti di giudici e non giudici, e gli art. 2 e 3 lo impongono allo scopo di istituire nei processi la parità tra la parte giudice e la parte "non giudice", e la garanzia dei diritti umani e non del "non giudice".

Tesi che sostenevo da anni, fin quando c’è stato, il 4.5.05, il disegno di legge 1938/S, magari migliorabile ma sufficiente, salvo che per la composizione dei collegi giudicanti.

L’ideale a riguardo sarebbe cioè che in essi non vi fosse alcun togato, ma questo richiederebbe una difficile modifica costituzionale.

Ma se è giocoforza ammetterne almeno 1, i 2 che prevede quel disegno sono troppi, perché c’è sempre il rischio che i "3 cittadini" che comporrebbero il collegio di 5 subiscano la "superiorità" dei 2 togati.

Rischio da attenuare scegliendo i "cittadini" tra i professori di diritto esimi, giuristi conclamati e avvocati di chiara fama, creando una "magistratura" di alto livello sia per garantire i giudici giudicati, sia per evitare la prevaricazione tecnica dei "cittadini" da parte del togato.

Una "magistratura" i cui componenti non togati dovrebbero essere eletti, con una periodicità non troppo lunga, da collegi elettorali abbastanza ampi costituiti da parti specializzate e trasversali della collettività (politici, sindacalisti, avvocati, professori di diritto, giuristi, magistrati stessi ecc.), ed insediati in due ambiti territoriali, uno a Sud ed uno a Nord.

Una legge che i giudici dovrebbero essere i primi a volere e che invece, dato questo essere ciascuno preso solo di sé, causerà forti reazioni, ma è auspicabile sia promulgata al più presto perché la già detta impunità genera "variazioni" del modo di esercitare la giurisdizione che, investendo il civile e l’amministrativo, investono l’intera società.

A parte poi, quanto al penale, che anche il clamore su vicende come ad esempio quella di Tortora, sicuramente un martire della giustizia italiana, è tuttavia servito ad oscurare il fatto che quella mattina del 1983 furono arrestate insieme a lui altre 800 persone, di cui circa 200 risultarono poi omonime di chissà chi, sicché davvero non è dato sapere quali sia stato il livello di approssimazione delle accuse anche agli altri 600, o in generale a tutti gli imputati di quegli anni e di oggi.

E’ chiaro insomma che solo se le violazioni ai danni dei cittadini saranno giudicate da organi come quello che invoco cesseranno di avere per i giudici che le commettono l’unica conseguenza-mi spiace dirlo ma è quanto accade-di consentir loro di comprarsi le case con i soldi delle azioni per risarcimento contro chi osa lamentarsi.

Che fare per giungere ad una tale legge? Si può solo parlarne e scriverne, perché il sapere modifica i rapporti di forza ed innesca il confronto, e nel confronto ogni forma di prevaricazione si dissolve! Un importante effetto del confronto è stata ad esempio la legge Pinto, che, a furia di condanne contro lo Stato per la lentezza dei processi, sta causando un accorciamento dei tempi ovviamente utilissimo anche nelle cause contro le banche.

Legge Pinto non a caso osteggiata dalla magistratura, che si sente "imputata" delle lungaggini, e rifugge inoltre qualsiasi cambiamento temendo possa incidere su questo suo benedetto status quo, l’attaccamento al quale l’acceca.

Legge Pinto che le Corti d’Appello, mi riferisco in particolare a Napoli e Roma, stanno cercando di scardinare sottraendo il finanziamento ai ricorsi mediante una subdola benché cauta strategia basata sulla grave invenzione della non censurabilità in Cassazione della compensazione delle spese ove il giudice di merito non abbia ritenuto di motivarla.

Un’invenzione contro la quale, sia pure in modo contorto, si è ora pronunziata persino la Corte Costituzionale (ord. n. 395/21.12.04), e sulla quale l’unica sentenza seria della Cassazione è quella che la contesta analiticamente e scientificamente (la 4455/99), essendo coerentemente le restanti solo espressioni della troppo improbabile arte di arrampicarsi sugli specchi.

Una strategia cauta perché, essendo questo bizantino orientamento in contrasto, oltre che con la normativa italiana, con la giurisprudenza europea, specie la Cassazione teme di ricevere nuove legnate anche in questa materia dalla Corte di Strasburgo, alla quale spero che i colleghi tutti, di cui resto a disposizione per ogni chiarimento, ricorreranno.

Nuove legnate come quelle di appena 2 o 3 anni fa, quando, trattandola come una magistratura da terzo mondo, affermò che il ricorso per Cassazione-stante la sistematica disapplicazione dei precedenti europei-non era un "ricorso effettivo", per cui lo si poteva omettere e ricorrere direttamente a Strasburgo.

Un subdolo gioco consistente nel fatto che le Corti d’Appello, dopo averci costretti a ricorrere sistematicamente in Cassazione avverso le sentenze di rigetto o di accoglimento parziale e/o variamente negatorie delle spese, e dopo le cassazioni, nei giudizi di riassunzione accolgono spesso solo in parte il merito ed hanno iniziato a compensare integralmente le spese dei tre gradi contando nella Cassazione perché dichiari i ricorsi avverso le compensazioni inammissibili per insussitenza della questione di legittimità.

Un’abominevole "libertà" di compensare (denegare), qualificata come di "diritto vivente" (che brutti modi di vivere ci sono!) perché, caso unico in Italia, è di origine meramente giurisprudenziale in una materia invece governata dalla legge.

Una "libertà" talmente incondizionata che le Corti d’Appello la usano nelle maniere più strambe e contraddittorie, salvo l’univocità nell’illegittimo sforzo di scoraggiare i ricorsi.

Ciò in netto contrasto anche con la Corte di Strasburo che, giustamente in considerazione delle materie, riconosce le spese sol che la domanda sia in una qualche parte accolta, né mai condanna nessuno a pagarle allo Stato, visto che le sue gravi colpe sono il presupposto formale della CEDU come della legge Pinto.

Compensazioni le motivazioni della cui ovvia censurabilità in Cassazione ho trattato a fondo in un documento già pubblicato (utile per i ricorsi a Strasburgo), ma che divulgherò più ampiamente fra breve.

Ricorsi a Strasburgo che vanno proposti adducendo, fra l’altro, che in Italia non sussiterà il ricorso effettivo ex legge Pinto ad un giudice indipendente ed imparziale fin quando anche in questa materia non si istituiranno, sempre ai sensi dell’art. 102 della Costituzione, i già detti organi giudicanti fatti di cittadini in maggioranza estranei alla magistratura.

Non v’è chi non veda infatti che neanche qui sussiste possibilità di imparzialità trattandosi di giudizi su giudici i quali, giri di parole a parte, sono come minimo i più sospettati di essere i responsabili delle lungaggini.

E benché il confronto pubblico su questi temi sia per il momento scarso perché il sistema usa come valvola di scarico della tensione sociale lo stratagemma di lasciar parlare solo chi non è in grado di incidere, anche questo dovrà cessare perché genera guasti sempre più gravi, sicché anch’io potrò tra non molto rendere note al grande pubblico non solo queste cose, ma soprattutto quelle mie scoperte scientifiche che considero di straordinaria rilevanza e che, proprio per lo scellerato "timore" che possano produrre i cambiamenti che tutti sembrano invocare, sono tabù da vent’anni, a disdoro dei tanti che in Italia ed all’estero le conoscono e sanno quanto siano fondate.

Concludo anzi chiedendovi, come altre volte, amici magistrati, non solo di non adombrarvi per le mie analisi solo apparentemente ostili, poiché vi considero fondamentali per lo sviluppo della società in quanto detentori della consapevolezza giuridica, ma di favorire proprio voi la legge che non vi consenta di giudicarvi tra voi, le cause ex legge Pinto e le mie in particolare, giacché come sapete, qualunque altra cosa nel mentre io sembri fare, in realtà è dal 1985 che "lavoro finanche da avvocato per realizzare la mia rivoluzione senza sangue senza morti e senza sconfitti", e voi avete più di ogni altro il dovere di concorrervi.

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 115
  • Data: 01-02-2006
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