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COUR DE JUSTICE DES COMMUNAUTES EUROPEENNES L 2925 LUXEMBOURG

Osservazioni scritte ex art. 23 del Protocollo sullo Statuto della Corte di Giustizia.

Cause pregiudiziali riunite C-200/07 e C-201/07 Giurisdizione di rinvio: Corte Suprema di Cassazione-Italia

Avv. Alfonso Luigi Marra, in proprio, el.te dom.to in Napoli, Centro Direzionale G1, contro dr A.A. e dr B.B.

 

Il dr A.A. ed il dr B.B., Pubblici Ministeri a Napoli, mi hanno a suo tempo citato in giudizio chiedendo la mia condanna al risarcimento di danni in loro favore (analogo giudizio, che si presume sarà anch’esso rinviato dalla Cassazione a codesta Spett. Corte di Giustizia, è stato promosso dalla dr C.C.).

Ciò, a loro dire, per averli io, nel documento n. 31, del 19.9.96 (ma anche nel doc. n. 43, del 22.9.07, all. n. 1), calunniati e diffamati scrivendo che hanno svolto su di me un’indagine per la ricerca "a tavolino" di mie solo eventuali responsabilità, qualificandola singolare per l’ampiezza e per l’illegalità perché non autorizzata dal Parlamento europeo, di cui sono stato membro per la legislatura 94/97, e facendoli poi oggetto di una serie di termini scurrili.

Termini scurrili che non si possono considerare rivolti a loro poiché non lo sono materialmente, e ciò impedisce anche solo di addentrarsi nel processo alle mie intenzioni allo scopo di attribuirseli.

A maggior ragione se si considera che nel documento è ampiamente illustrato che quei termini sono funzionali alla mia tesi sulla necessità dell’uso del linguaggio veritiero, e quindi, ove occorra, anche scurrile, quale strumento per fermare la degenerazione morale attuata nella nostra società mediante il trincerarsi dietro i termini eufemistici.

Già dall’inizio ho eccepito, oltre che l’infondatezza, l’illegittimità e la persecutorietà sia delle innumerevoli indagini e processi di cui sono stato oggetto per 13 anni (tutti risultati infondati e finiti o con il mancato rinvio a giudizio, o con l’archiviazione da parte del PM o con l’assoluzione), sia di questi tre giudizi civili per risarcimento danni intrapresi dai PM A.A., B.B. e C.C. contro di me, e sia del giudizio penale, anch’esso ancora pendente, per calunnia, sempre ai loro danni.

La Corte di Cassazione ha rimesso, con due separate ordinanze, in relazione ai PM A.A. e B.B., gli atti a Codesta Spett. Corte di Giustizia per chiedere pregiudizialmente la pronunzia su questioni di diritto comunitario in tema di immunità.

I quesiti formulati dalla Cassazione sono due.

Con il primo domanda se il giudice italiano è obbligato a chiedere la revoca dell’immunità del parlamentare europeo prima di poter proseguire nella causa civile "in caso di inerzia del parlamentare europeo, che non si avvalga della facoltà attribuitagli dall’art. 6, comma 2, del Regolamento del Parlamento di richiedere direttamente al Presidente la difesa dei privilegi e delle immunità".

Con il secondo domanda se il giudice italiano possa, "in assenza della comunicazione da parte del Parlamento europeo di voler difendere le immunità e i privilegi del parlamentare", valutare lui stesso se sussistono o no nella fattispecie sottoposta al suo giudizio le condizioni concrete per concedere o non concedere l’immunità.

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Quanto al primo quesito, non sembrano esserci dubbi sul fatto che il giudice debba in ogni caso chiedere l’autorizzazione a procedere al Parlamento Europeo, visto che l’immunità è tassativamente prevista dall’art. 6 del suo Regolamento.

Quanto al secondo, se si dà risposta positiva al primo, risulta errato a priori, perché, vista la tassatività dell’art.

6, l’eventuale inerzia del parlamentare è irrilevante.

A riguardo, fin dal principio, sia in sede penale che civile, ho puntualizzato quanto segue: "Il Regolamento del Parlamento europeo, art. 3, comma 1, stabilisce: I deputati beneficiano dei privilegi e delle immunità previsti dal Protocollo sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee, allegato al trattato dell’8 aprile 1965, che istituisce un Consiglio unico ed una Commissione unica delle Comunità europee.

Tale protocollo stabilisce all’art. 10: "Per la durata delle sessioni del Parlamento europeo, i membri di esso beneficiano: a) sul territorio nazionale, delle immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro paese, b) sul territorio di ogni altro Stato membro, dell’esenzione da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario" Norma questa che innanzitutto garantisce ai deputati europei l’immunità prevista nei paesi di appartenenza per i deputati nazionali.

Ad essa poi, allo scopo di garantire al Parlamento europeo un regime di garanzia omogeneo ed autonomo, si aggiunge l’art. 6, comma 4, del Regolamento del Parlamento europeo, in virtù del quale: ..La relazione della Commissione (la Commissione parlamentare competente a proporre al Parlamento la decisione sulla richiesta di revoca dell’immunità) può proporre in via eccezionale che la revoca dell’immunità si riferisca esclusivamente alla prosecuzione del procedimento penale, senza che contro il deputato possa essere adottata, finché non si abbia sentenza passata in giudicato, alcuna misura privativa o limitativa della sua libertà o qualsiasi altra che gli impedisca di esercitare le funzioni proprie del suo mandato.

Ovviamente, in considerazione della grande diversità di procedimenti penali vigenti nei quindici paesi dell’Unione, l’espressione procedimento penale non può essere interpretata secondo i principi di alcuno dei singoli codici, ma può solo avere un significato larghissimo e racchiudere ogni tipologia di gesti giudiziari in qualunque maniera rivolti a realizzare ciò che invece il Parlamento vuole impedire: ovvero che si indaghi senza autorizzazione sui suoi membri; tanto più che il magistrato opererebbe in base all’ordinamento, se non alle tendenze, o mode giudiziarie, del suo paese, mentre il Parlamento europeo vota indipendente mente dagli ordinamenti di tutti e quindici i paesi.

Ne deriva che quando il magistrato presuma di trovarsi di fronte ad una violazione di legge ad opera di un deputato deve, prima di fare qualunque altra cosa, chiedere l’autorizzazione a procedere, mentre addirittura antitetiche alla volontà politica europea sono le indagini aprioristiche, rivolte all’individuazioni di responsabilità eventuali, e costituisce un’aggravante il ricorso all’espediente di indagare di fatto sul deputato simulando invece indagini su altri casi, cose o persone."

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Solo per completezza va aggiunto che la previsione secondo la quale il parlamentare può chiedere al Presidente del Parlamento la pronunzia sull’immunità trova la sua ratio proprio nell’intento di far fronte ai casi in cui il giudice violi l’obbligo di chiederla lui.

Un obbligo che peraltro è temporalmente anteriore, perché, di norma, se il parlamentare decide di chiedere la verifica al Presidente è proprio perché vi è antecedentemente già stata la violazione da parte del giudice, che ha agito senza chiederla.

In questo caso, ad esempio, sono state svolte su di me, per anni, indagini di vastità straordinaria senza che ne fossi al corrente, usando anche vari espedienti illegittimi, quali l’indagare (B.B.) su gravi reati a mio carico tenendomi però iscritto nel registro dei fatti non costituenti reato, con la conseguenza così, sia di tenermi all’oscuro delle indagini, e sia di poter superare il termine biennale, oppure l’assoggettarmi (A.A.) ad interrogatorio quale "persona informata sui fatti", laddove lo stesso verbale dell’interrogatorio costituisce la prova materiale che mi interrogava, sotto giuramento, esclusivamente su miei comportamenti, eccetera.

Un illegittimo, enorme, sforzo indagatorio ultradecennale indotto dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Napoli (vedremo di seguito perché), al quale non tutti i PM coinvolti parteciparono, perché più d’uno, ponendosi in controtendenza, ne prese le distanze, e sono inoltre ovviamente ben conscio che se tutto è finito è stato grazie ai provvedimenti dei giudici che hanno rigettato le richieste di rinvio a giudizio o mi hanno assolto.

Anche se va detto che devo il felice esito delle mie persecuzioni anche un po’ alla estrema determinazione con cui mi sono difeso e mi ha difeso, in sede penale, il bravissimo avv. Saverio CampanA.A.

In sede penale perché invece in queste tre cause civili per risarcimento danni in favore dei tre PM, l’uguale bravura dell’avv. Ginaldo Cucinella, e precedentemente dell’avv. Domenico Parrella, non è riuscita a smuovere minimamente i tre collegi di primo grado ed i tre collegi di secondo grado che, disattendendo ogni genere di fondatissime ragioni, hanno insistito nel condannarmi a pagare queste somme in favore di questi loro colleghi.

Condanne per di più in una misura che non è mai stato spiegato perché dovesse essere tanto più elevata della media dei risarcimenti di questo tipo riconosciuti, nei rari casi in cui accade, a cittadini non magistrati.

Una vera e propria giurisprudenza, sarebbe vano tacerlo perché è notorio, che ha prodotto in Italia, in questa materia, una situazione aberrante.

Una giurisprudenza aberrante che ha dato luogo talora a sconcertanti figure di magistrati professionisti del risarcimento, i quali hanno accumulato delle fortune dapprima con il provocare evidentemente le altrui doglianze in più occasioni della media, e poi con l’agire per lucrarvi infallibilmente delle grosse somme.

Del resto, anche l’avv. Campana, in sede penale, è riuscito sì a vincere tutti i processi, ma non quello per calunnia in danno dei PM.

Un processo che i giudici stanno celebrando pur essi irremovibili nonostante sia del tutto incongruo, nonostante le violazioni emerse da parte dei PM, e nonostante sia anch’esso privo di autorizzazione a procedere.

Irremovibili e senza farsi venire in alcun modo il dubbio che, tutto sommato, anche il mio aver superato indenne la spaventosa serie di accuse dei PM, potrebbe forse consigliare una maggiore cautela nel considerare calunniosa la mia tesi dell’illegalità del loro operato.

O quantomeno avrebbe dovuto indurli a ritenere che non sussisteva da parte mia l’animus della calunnia perché avevo sufficienti elementi per considerare, in buona fede, illegale l’indagine sia dal punto di vista della fondatezza che dal punto di vista della mancata autorizzazione a procedere.

L’immunità poi, non è un istituto recente, o la cui ratio sia ancora da chiarire, per cui, per giungere a conclusioni esatte, è sufficiente tenere conto delle finalità a cui è rivolta.

Finalità la cui scaturigine, com’è noto, non è nella salvaguardia della sfera privata del parlamentare, ma nella salvaguardia, anche mediante il garantire i singoli parlamentari, del Parlamento e delle sue superiori finalità politiche.

Ciò detto, il secondo quesito, un quesito illogico, equivale a chiedersi se può il giudice, una volta violato deliberatamente l’art. 6 del Regolamento mediante il non chiedere l’autorizzazione, decidere lui stesso se l’immunità sussiste o meno nella singola fattispecie.

Un’illogicità alla quale conseguirebbe, tra l’altro, che la valutazione degli elementi di fatto per concederla o no diverrebbe del solo giudice di merito, per cui ne verrebbe finanche precluso l’accertamento tanto alla Cassazione quanto persino a codesta Spett. Corte di GiustiziA.A.

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Tanto premesso, se dovessi limitare queste "osservazioni scritte sulle domande di pronunzia pregiudiziale" ai soli due quesiti della Cassazione, non avrei altro da aggiungere.

Sennonché, l’art. 9 della "Guida per gli Avvocati", in relazione ai giudizi dinanzi a codesta Spett. Corte di Giustizia, prescrive che: "E’ importante portare a conoscenza della Corte gli elementi di fatto della causa principale nonché le pertinenti disposizioni delle normative nazionali in questione".

Per cui, mentre secondo l’impostanzione data dalla Cassazione la descrizione dei fatti non è necessaria per decidere la causa, perché la Cassazione segue il criterio secondo il quale l’immunità, se esiste, esiste a prescindere dal fatto, secondo l’art. 9 della "Guida per gli avvocati", la loro descrizione è "importante".

Elementi di fatto della causa principale, che il legislatore europeo considera importati perché vuole evidentemente giungere alla sostanza dei problemi, e non limitarsi alla disamina degli aspetti formali, che potrebbero anche non bastare a capire le esigenze delle immense collettività in difesa dei cui interessi si pronunzia.

Fatti molto gravi e complessi la cui descrizione analitica richiederebbe molto spazio, ma che descriverò per sommi capi sia perché l’art. 9 me lo impone, sia nella speranza che la Corte di Giustizia li censuri e ciò sia utile nella lotta per cambiare l’apparato burocratico italiano, e sia perché so che questa vicenda, che vinca o perda, sarà prima o poi oggetto del giudizio della collettività.

Gravi elementi di fatto che serviranno comprendere meglio le vicende di questa nostra Italia di antichissima civiltà, ma vessata da un apparato connotato da una prevaricatorietà praticamente medioevale.

Un apparato, anche questo è importante e pertinente ai fatti di causa, la cui prevaricatorietà è resa possibile dal fatto che i cittadini non possono reagire alle sue frodi, ai suoi abusi ed alle sue inenarrabili disfunzioni.

Non possono reagire perché le cause contro di esso sono state affidate alla giustizia amministrativa che, dai TAR alle Commissioni Tributarie, è la vera piaga dell’Italia, sia per la sua incredibile lentezza che per la sua sfrontata collusione con l’Amministrazione, ed in definitiva per le sue studiate "disfunzioni", in realtà funzionali al sistema.

Amministrazione ogni singola espressione della quale, con la copertura di questa pseudogiustizia, è in condizioni di calpestare, e calpesta, da sempre, ogni legge.

Fatti, venendo alla descrizione dei quali, occorre iniziare con il chiedersi se non è un eccesso chiamare calunnia l’affermazione che l’azione dei PM contro di me è illegale perché non è preceduta dall’autorizzazione a procedere del Parlamento quando poi, per di più, 13 anni di strategie accusatorie si sono rivelate un cumulo di insensatezze tali che chiamarle errori implicherebbe un giudizio negativo sulle capacità tecniche di chi li ha commessi.

La reiterazione di un così gran numero di "errori" e la loro macroscopicità deve insomma pur legittimare le doglianze di chi, deputato o no, ha subito ingiustificatamente tanti danni, angherie, e sofferenze psicologiche.

Né si può negare che, in virtù di elementari principi di diritto naturali, il cittadino, in simili circostanze, ha il diritto di dolersi persino acutamente, anche perché la doglianza ha la esplicita funzione sociale, attraverso l’evidenziazione dell’erroneità delle accuse, di strumento di parziale recupero della credibilità e della onorabilità così profondamente lese dall’iniquo operato della giustizia.

In definitiva, a parte la posizione sfavorevole all’immunità che viene attribuita alla giustizia italiana, e vista la chiarezza dell’art. 6 del Regolamento del Parlamento Europeo, si direbbe che il vero problema sia, tra l’altro, la difficoltà della Cassazione di riconoscere la supremazia della giurisprudenza e della normativa europea, e quindi del Regolamento del Parlamento Europeo.

Una difficoltà con la quale l’istante lotta da tempo, perché difende la stragrande maggioranza delle cause italiane ex legge Pinto, e nelle sentenze di merito e della Cassazione si incontra continuamente la tesi secondo la quale, anche in contrasto con la normativa o la giurisprudenza europee, ..il giudice italiano deve attenersi alla normativa nazionale.

Una tesi incomprensibile, una volta stabilito il maggior grado della normativa e giurisprudenza europea.

Anche se la Corte Europea giudicante è diversa, la Corte remittente, la Cassazione, è insomma la stessa che, in altra materia, continua a contrastare apertamente la giurisprudenza europea su cose come l’indennizzo per le lungaggini per tutti gli anni in cui è durata la causa e non solo per quelli di ritardo, o l’indennizzo forfetario di 2.000 euro per le cause di lavoro o previdenziali, o il criterio della durata della causa fino al dì della soddisfazione del diritto e non della mera pubblicazione della sentenza, o l’indennizzo per il ritardo oltre sei mesi nel pagamento dei decreti di condanna, eccetera.

Una continua violazione anche dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo laddove prevede il diritto del cittadino a poter ricorrere ad un giudice indipendente ed imparziale.

Una mancanza di indipendenza ed imparzialità dovuta ad una eccessiva contiguità all’Amministrazione anche da parte dell’autorità giudiziaria ordinaria.

Precisazione questa importante per chiarire la logica degli eventi la descrizione dei quali ci condurrà, ex art. 9, al nucleo centrale di quei gravi "elementi di fatto della causa principale".

Gravi elementi di fatto che ho ampiamente descritto come esimenti dall’accusa di calunnia e diffamazione in tutti i gradi di questi tre giudizi civili, così come in quello penale per calunnia ed in tutti gli altri, ma che la giustizia italiana, ed anche la Cassazione, ha sempre eluso, riducendo forzatamente le cause a ciò che secondo le sue errate rappresentazioni sarebbe lo "stricto iure", ma che, dietro una visione del diritto riduttiva e formalistica, cela la suddetta scarsa imparzialità.

Questa vicenda è nata nei primi anni novanta.

Anni in cui, difendendo un gran numero di invalidi nelle cause per il riconoscimento delle pensioni di invalidità e delle indennità di accompagnamento, mi trovavo, come gli altri avvocati, di fronte al fatto che il Ministero dell’Interno, e per esso le Prefetture, non eseguiva, anche per sei, sette anni, le sentenze di condanna, ovvero non pagava gli arretrati, e non iniziava l’erogazione mensile dei benefici.

Così come del resto occorrevano 10 ed anche 15 anni per ottenere il riconoscimento delle invalidità in via amministrativA.A.

Una vera strategia dei ritardi, come poi risultò anche dai processi che si tennero negli anni successivi, e che furono innescati proprio dai pignoramenti in danno del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Napoli che iniziai a fare per reagire ai mancati pagamenti, nonché dai documenti che pubblicai via via che quei pignoramenti degenerarono nei procedimenti penali contro di me sopra accennati.

Una strategia dei ritardi espressione di una logica rivolta a ricavarne, da parte dell’apparato, una "clientela" di invalidi disponibili ad offrire gli arretrati in cambio della velocizzazione dell’inizio del pagamento mensile del beneficio.

Una situazione incredibile quanto notoria in cui operavano vari "investitori", i quali, nei primi anni 90, anticipavano una cifra di 20 milioni di lire, circa 10.000 euro attuali, da distribuire fra i molti che occorreva corrompere per ottenere la pensione di invalidità falsificando anche, quando le domande non erano già di molto tempo prima, le date di presentazione in modo da farla loro ottenerla con una decorrenza remota, e far sì che potessero riscuotere alcune decine di milioni di lire di arretrati che andavano o tutti o buona parte agli "investitori" anticiparati delle costo della corruzione.

Cose arcinote a Napoli, e non solo a Napoli, anche perché è da ritenere che accadessero in tutta Italia, specie al Sud, ma che io ero reo di aver scritto, pubblicato ed ampiamente divulgato in ogni dove, inviando come al solito per posta i miei documenti a tutti giudici di Napoli, di Roma, della Cassazione, ai parlamentari ed ad un gran numero di altre autorità, nonché facendoli distribuire all’ingresso dei Tribunali e delle principali Istituzioni.

Cose che risultarono poi in tutto o in parte dai processi.

Processi in relazione ai quali una volta un PM ebbe a dire, realizzando così una buona "fotografia" della situazione: che "gli invalidi erano veri, anche se poi le pensioni erano false", perché la condizione di vero invalido era solo un presupposto del riconoscimento della pensione di invalidità, essendo l’altro che bisognava pagare.

Una situazione così anomala, contorta, grave e vergognosa che, alla fine, quando proprio i documenti che divulgai la portarono alla luce del sole, fu possibile risolvere solo togliendo alle Prefetture la competenza in materia e trasferendola all’INPS.

Cose che non costituiscono nemmeno il peggio di quanto l’Amministrazione italiana, in particolare la Regione e le ASL campane, ha espresso ed ancora esprime, che è forse rappresentato dalla vicenda dell’art.

26 della LR 11/1984, di cui pure occorre parlare perché è anch’essa parte degli "elementi di fatto della causa principale" portata all’attenzione di codesta Spett. Corte di GiustiziA.A.

In ogni modo, tornando alla Prefettura, poiché ottenevo annualmente migliaia di sentenze che non venivano pagate, iniziai allora, sperimentalmente, circa 150 procedure per il pignoramento, presso il terzo Banca d’Italia, del denaro del Ministero dell’Interno, e per esso della Prefettura di Napoli.

Procedure nelle quali la Banca d’Italia rese dichiarazioni negative, adducendo l’impignorabilità dei fondi ministeriali, avverso le quali proposi altrettanti giudizi di "accertamento dell’obbligo del terzo", fino a che, dopo molti scontri, l’avvocatura della Banca d’Italia, rendendosi conto che avrebbe perso, si manifestò disponibile consentire i pignoramenti.

Si andò così avanti per un certo tempo fin quando, non prendendo il Ministero dell’Interno minimamente in considerazione l’idea di pagare spontaneamente, i pignoramenti divennero migliaia, e l’apparato cominciarono a temere che il fenomeno si estendesse, perché, specie nel Sud, tutti gli avvocati erano nelle stesse condizioni (in 35 anni di professione non mi è mai capitato che l’Amministrazione italiana abbia pagato spontaneamente le sentenze di condanna).

Il Ministero dell’Interno, attraverso il suo ufficio legislativo, imbastì allora un decreto legge, poi convertito nella legge n. 460/94, per stabilire l’impignorabilità dei suoi fondi, garantendosi così la possibilità di non pagare le sentenze anche sine die, come di fatto accade.

Una legge che la Corte Costituzionale, con argomenti incondivisibili, non esitò a dichiarare legittima, quando poi vi ricorsi, e che infatti vige ancora, insieme a varie altre analoghe.

Si verificò però che agli autori di quel decreto legge, dopo aver dichiarato impignorabili un lungo elenco di cespiti, sfuggì di dichiarare impignorabili i fondi che pignoravo io: quelli di cui al conto "1.200" delle Prefetture: un conto detto "calderone" proprio perché i fondi che vi si trovavano non erano destinati, per cui i giudici dell’esecuzione, dopo alcuni mesi di scontri durissimi, iniziarono di nuovo ad assegnarmeli.

Fu lì che si scatenò, vastissimo, l’attacco poliziesco e giudiziario contro di me.

Una vicenda che descrissi nel documento n. 12, del 15.11.1995, che riporto di seguito.
 

Al Parlamento e ai tanti buoni Magistrati circa il fatto che, a Napoli, la "megainchiesta" sui falsi invalidi costituisce in realtà lo strumento per sottrarre gli apparati burocratici ed i poteri all'opera regolatrice della giustizia civile, e consentire che continuino a divorare, senza benefici per la collettività, le ingenti risorse teoricamente destinate agli invalidi.


Fui proprio io che, lottando insieme ad altri colleghi, 5, 6 anni fa, riuscii ad ottenere, dalla Sezione Lavoro e dalla Sezione Esecuzioni della Pretura di Napoli, l'affermazione della pignorabilità, presso la Banca d'Italia, del denaro del Ministero dell'Interno e per esso delle Prefetture.

Una cosa che metteva seriamente a rischio la bella libertà con la quale avevano fino a quel momento gestito i "loro" soldi.

E' facile immaginare la reazione del mostro dei poteri e delle burocrazie, fatto di tante cellule ognuna delle quali era un uomo o una donna punto nel vivo dei suoi interessi di fondo: mi riversò addosso un delirio di passioni astiose fino al ridicolo.

Proseguimmo per alcuni anni in un clima sempre più rovente, e giungemmo alla primavera 1994, epoca in cui il cuneo delle nostre procedure stava per provocare una riforma basata sull'eliminazione della materia del contendere: i ritardi decennali, le insopportabili "disfunzioni" e gli abusi.

(Ecco l'effetto regolatore della giustizia civile).

Ma il mostro non era disposto ad accettare la sconfitta di dover cambiare.

L'Ufficio Legislativo del Ministero dell'Interno scrisse allora un decreto legge su misura che, nella disattenzione generale, fece passare e convertire in Legge: una Legge che, smentendo la giurisprudenza, avrebbe voluto riaffermare la generalizzata impignorabilità del "suo" denaro.

Quei legislatori da caserma, nella confusione degli innumerevoli "principi" che vi introdussero, dimenticarono però di disciplinare l'unico punto che gli interessava, sicché, dopo alcuni mesi di nuovi ed odiosi contrasti, ancora una volta fui proprio io a superarla.

Avevo di nuovo chiuso il mostro in un angolo.

L'urto del fetore del suo malessere fu tale da convincermi a lasciare la professione non appena esaurito il contenzioso pendente, ma non lo temevo perché lo sapevo conscio sia del fatto di avere di fronte a sé solo una versione giornaliera di me, e sia del fatto che ogni attacco avrebbe alimentato il mio vero io che-indipendente dal quotidiano nel quale mi ha costretto l'invidia sociale per le mie tesi-vive nei miei libri.

Fu allora che la "megainchiesta", pendente da sempre con scoppiettii di "scandali" destinati a non mutar nulla, si convertì in un ininterrotto atto di intimidazione contro noi avvocati-l'antico contropotere-nonché in un tentativo di additare addirittura noi come responsabili delle false pensioni: noi che le pensioni le otteniamo, quando ci riusciamo, attraverso i processi dinanzi ai Giudici delle Sezioni Lavoro e Previdenza.

Un tentativo, quello di accentrare l'attenzione sulle false pensioni, alimentato proprio da loro che le hanno sempre prodotte, allo scopo, per salvare il salvabile, di distogliere dal problema del modo in cui viene complessivamente gestita quell'immensa quantità di denaro pubblico.

Perché l'apparato burocratico, i poteri e i loro terminali, dopo aver gonfiato enormemente le entrate, le divorano essi stessi.

Un tentativo affidato ad un gran numero di individui di poco conto, i quali, speculando sulla loro invisibilità, si muovono tuttavia con l'arroganza di chi sa di poter contare sulla collusione di un vasto contesto.

Un tentativo che si esprime attraverso una larga e radicale opera di setacciamento, convocazione, strapazzatura, vera e propria minaccia eccetera dei clienti, intruppati in massa negli inquisitorii uffici perché narrino come hanno conosciuto il loro avvocato, dove lo hanno conosciuto, quali motivi hanno mai avuto per scegliere tale anziché tal altro avvocato, passando man mano dalle allusioni alle calunnie, alle ingiurie, ai lazzi e ai frizzi rivolti però, in un clima da bue che chiama cornuto l'asino, sia a gettarli contro i loro difensori, attivando anche la stampa di sentina, e sia a subornarli.

Tutte cose previste naturalmente come reati e cause di licenziamento, ma che costoro fanno tranquillamente sentendosi coperti, loro sì, dall'immunità basata sull'esercizio sistematico della minaccia, appreso del resto per guadagnarsi la vita, perché è da manuale che gente così, se la si va a conoscere meglio, la si ritrova attrezzata al di sopra delle sue possibilità e piena di posti, pensioni, licenze, permessi speciali, doni, favori, servizi, forniture di alimentari e caccavelle per sé, per il parentado, per le commarelle e per i comparielli tutti meglio che se fossero politici della così detta prima repubblica.

Ma veniamo ora a noi, maggioranza dei Signori buoni Magistrati.

Ebbene, amici miei, ricordate a quando risale il mio primo documento di doglianza per queste cose? No! Va bene, ve lo ricordo io! Si intitola "Il fior fiore delle Istituzioni quale strumento di intimidazione di Stato", reca la data aprile 1991, ma si riferisce a fatti antecedenti, ed è raccolto, insieme ad altri, in "La storia di Aids", un volume che, come gli altri, vi inviai ancor fresco di stampa.

E ricordate l'episodio con il quale comincia? Quello di quando, in circostanze analoghe, ricevetti la visita di due agenti della "squadra omicidi" che, irruppero nel mio studio, mi chiusero in una stanza, e mi interrogarono a lungo in relazione ad un non precisato omicidio, attenuando poi i toni man mano che cominciavano a spaventarsi loro di fronte al gonfiarsi crescente dell'ira stupefatta che mi andava invadendo, fino a quando, per uscirsene dal rotto della cuffia, ridussero il motivo della visita al fatto che da me, per carità!, non volevano saper altro che delle notizie su di un omonimo del proprietario del mio studio, del quale però non sapevano il nome, e che era poi una molto anziana e degnissima signora.

Ed eccoci così alla mia domanda! Possibile che nessuno abbia trovato il tempo, in dieci anni, di dire una parola di fronte a tante proposte culturali, e nel mentre si trovi tanto tempo, tante energie e tante risorse pubbliche da dedicare al desiderio di importunarmi? E' un classico? Sì grazie lo so! Solo che non siamo più ai tempi in cui le guardie regie, pur rubando apertamente il sale dal dorso dei muli dei contrabbandieri, riuscivano nel contempo ad imporsi senza discussione come emblema del perbenismo.

Oggi non credo si possa più continuare la litania che non bastano gli uomini e i mezzi per fare le indagini e concludere l'oceano dei processi, e sprecare poi gli anni in lavori da biografi ad esempio su di me.

Oltretutto il costo globale di un'ora lavorativa del peggio pagato dei poliziotti farebbe ormai venire il mal di pancia a chi dovesse pagarlo di tasca propria.

E se foste un'impresa, da tempo sareste falliti.

Tant'è che il moralismo statuale, se fino a poco tempo fa aveva una credibilità inferiore addirittura a quella dell'antistato, anche oggi-nonostante tanta favorevole pubblicità televisiva-ispira solo sfiducia e paura.

Questo perché, nonostante la maggioranza delle persone sia religiosa, la collettività aspira alla morale come mezzo per mediare, per quel che si può, le contraddizioni di questa vita, e non come mezzo per rifulgere nella prossima di verginità alle quali non crede nessuno.

Ed ogni buon giurista sa che solo la giustizia civile-in virtù dell'eterna contrapposizione delle parti-ha un effetto regolatore della società.

Quella penale, dunque, ferma restando l'importanza del suo ruolo, quando vuole atteggiarsi a tracciatrice della morale, non godendo dell'ausilio delle parti, cade sempre nel moralismo e produce essenzialmente solo danni.

Specie in riferimento alle cause dense di implicazioni politiche, dove, essendo essa stessa potere e burocrazia, è coinvolta nell'esito dei suoi provvedimenti.

Cose delle quali però il Parlamento non può solo continuare a parlare all'infinito, e che rendono ormai indifferibile una riforma anche nell'interesse della maggioranza di buoni Magistrati.

Una riforma che, fra l'altro, indichi l'errore grave e l'abuso di potere-per delirio di onnipotenza o per interesse privato o di gruppo o di casta-quale comportamento da perseguire con efficacia sia civilmente che penalmente, e che segni profondamente la carriera di chi lo compie nei casi in cui non sia invece opportuno interromperla.

ALM

Accadde insomma che un pomeriggio del 1995, in seguito ad alcune allarmatissime visite e telefonate di miei clienti, mi resi improvvisamente conto di essere circondato i tutti i sensi dalle forze di polizia, che avevano dispiegato non si sa quanti uomini per indagare da ogni angolazione.

Un indagare "contro di me", perché anche i processi avrebbero poi dimostrato che non avevano alcun capo di imputazione, ma indagavano per cercarlo.

Furono ispezionati 18.000 fascicoli relativi a mie cause, e furono convocati dalla polizia, violando diritti di ogni genere, forse qualche migliaio di miei clienti.

Processi nei quali, per dare un idea dello stile, la prima accusa che mi fu fatta fu quella di truffa allo Stato per induzione in errore dei giudici.

Un reato configurabile ove ad esempio si induca il giudice in errore mediante un documento falsificato, ma che a me veniva mossa perché mi si accusava curiosamente di avere convinto delle mie tesi i giudici, tutti i giudici, della Sezione Esecuzioni.

Tesi con le quali, per così dire, "indussi poi in errore" anche i giudici della Cassazione, che ne riconobbero il buon fondamento, perché la verità era che l’Amministrazione stava usando la giustizia penale e la polizia per tentare vincere così le cause civili e le procedure di pignoramento che non riusciva a vincere con gli ordinari sistemi.

Tredici anni di indagini e di cause finite ad una ad una o con il rigetto delle richieste di rinvio a giudizio o con le assoluzioni, ma che richiesero uno sforzo difensivo straordinario.

L’altro argomento per il quale l’apparato mi perseguitava era, come detto, l’art. 26 della LR n. 11 del 1984.

Una norma con la quale, per la famiglie che, per mancanza di posti in istituto, erano costrette a provvedere a casa all’assistenza di invalidi "gravissimi, tali da richiedere cure intense e continuative ventiquattrore su ventiquattro, stante la totale insufficienza del soggetto assistito e la totale incapacità di provvedere ai bisogni primari", si istituiva il diritto ad un contributo pari al 25% del costo del ricovero in istituto.

Una somma che, per gli anni 1984, 1985, 1986 e 1987, ammontava a 20 milioni di lire (oggi, con gli interessi ha raggiunto quasi i 40.000 euro), ma non è mai stata pagata, salvo ad erogare agli aventi diritto di cui all’elenco pubblicato all’epoca (circa 8.000, ma il numero di questi sventurati era in realtà ben maggiore) dei piccolissimi anticipi nelle occasioni elettorali, ad evidenti fini clientelari.

A parte poi che, nel mentre si contrastavano le mie cause con tutti i mezzi leciti ed illeciti, emerse che non erano mai cessate le erogazioni del contributo a questo o quello, in circostanze che difficilmente potrebbero avere altre spiegazioni se non quella di voler favorire taluno.

Cose che appresi a partire dal giorno in cui, in udienza, dinanzi al Consiglio di Stato, mi ritrovai, strabiliato, dinanzi un collega che chiedeva alla Corte la cancellazione di sessanta giudizi ex art. 26, per essere essi stati conciliati a corrispettivo di 20.000.000 di lire per ciascuno ad ogni invalido, più altri 20.000.000-per ognuno di loro-al fortunato collega.

Tutte cose inutilmente rese note alla Procura della Repubblica di Napoli mediante vari, articolatissimi esposti, ai quali non è mai seguita alcuna iniziativa.

Un gran numero di invalidi gravissimi, in buona parte ormai deceduti, anche se le cause per quel contributo durano ancora, che sono poi gli stessi che descrive esterrefatto Curzio Malaparte in "La pelle", uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale, quando, agghiaccianti nelle loro deformità, li vide ruzzolare circondati dalla pietà popolare per le scale del "Pallonetto" spinti fuori dalle tane in cui vivevano dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Invalidi afflitti da deformazioni inaudite, da patologie inimmaginate, abbandonati a se stessi ed alle loro disperate famiglie, ed il cui numero non deve stupire perché questo commovente popolo di persone annientate dal dolore, di deformi, di microcefali, macrocefali, minuscoli nanetti, tetraplegici, dementi, comatosi, e così proseguendo in una teoria interminabile di malattie una più terribile dell’altra, è stato prodotto nei decenni passati, in fase prenatale e natale, dalla mala sanità napoletana.

Cause in relazione alle quali ottenni circa 1.000 sentenze favorevoli dei Pretori tutti, nessuno escluso, della Sezione Lavoro di Napoli, fin quando la Cassazione sentenziò, al di là di ogni ragionevolezza, che la materia, la materia cioè dell’assistenza sanitaria obbligatoria, era invece facoltativa, e rientrava pertanto, non nell’ambio dei diritti soggettivi, bensì in quello, ambiguissimo, degli interessi legittimi.

Un modo per gettare la questione nella già detta mora gora delle giustizia amministrativa italiana, ed in particolare del TAR Campania e del Consiglio di Stato, dove ancora pende tra mille e mille provvedimenti giudiziari ed amministrativi che la faranno morire insieme agli invalidi perché accoglierla costerebbe oggi circa 100 milioni di euro.

Cause queste che furono anch’esse trascinate negli svariati filoni dell’inchiesta e nei processi a mio carico con gli stessi metodi e con gli stessi fini sopra descritti perché, date le mie fortissime e continue pressioni, la Regione, le ASL e le gestioni liquidatorie delle ex USL temevano che il TAR o il Consiglio di Stato potessero prima o poi cedere e riconoscere le buone ragioni di questi infelici.

Un timore infondato perché invece il TAR ed il Consiglio di Stato, con un’attenzione ed una determinazione degna di miglior causa, hanno sempre dato alle pur favorevoli ed innumerevoli sentenze che hanno ininterrottamente pronunziato negli anni connotazioni tali da renderle in un modo o nell’altro sempre ineseguibili.

Fin quando, così facendo, si giunse al 24 agosto del 1997, data in cui, avendo la Procura della Repubblica di Napoli, Procuratore Capo Agostino Cordova, inviato alla redazione del TG3 Campania (quasi che fosse una sua sede distaccata) copia di un’apocalittica, stupefacente richiesta di mio rinvio a giudizio di B.B. e C.C.

(quella in cui mi si accusava tra l’altro di "truffa allo Stato per induzione in errore dei giudici"), esso TG3, alle 14.30, mi dedicò un delirante, incredibile servizio di molti minuti descrivendo con abbondanza di dettagli uno più demenziale ed inventato dell’altro il mio studio legale come il centro di una vasta organizzazione criminale ramificata in tutta la Campania per truffare gli invalidi dopo averli irretiti trasformandoli in clienti.

Ero a tavola, a pranzo, insieme a mio figlio Giulio, che era venuto in Italia per una breve vacanza arduamente strappata, dopo 12 anni di cause, alla Family Court di Melbourne, perché viveva in Australia insieme al fratello Attilio in seguito alla omologazione da parte del governo e della giustizia australiana del loro rapimento da parte della madre: una cittadina australiana fuggita in Australia portandoli con sé in preda alla confusione causatale dalla nostra separazione.

Giulio ed Attilio che, dopo quel primo ciclo di persecuzioni, che durava dal 1985, e rispetto al quale le autorità italiane avevano avuto un ruolo deliberatamente passivo nonostante il gran numero di inutili interrogazioni parlamentari in mio favore, sarebbero rientrati spontaneamente, non appena maggiorenni, in Italia, dove ora vivono con Caterina e Marco, i miei due figli piccoli di secondo letto, giusto in tempo per assistere agli sviluppi del secondo ciclo, ad opera questa volta della giustizia italiana, e che era dettata dalle stesse cose, perché, a Napoli come a Melbourne, al di la del fatto occasionale del rapimento o dei pignoramenti alle Prefetture, il vero imputato di quei "processi" sono stati e sono in realtà i miei libri e la mia cultura, essendo essi ad alto rischio di produrre quei cambiamenti che tutti invocano, ma nessuno sa realmente volere.

Aggressioni giudiziarie che peraltro, spero non mi si creda affetto da manie di persecuzione, stanno a mio avviso per ricominciare per fermare questa volta, mediante un terzo ciclo, i miei pignoramenti, ancora più numerosi, contro la Presidenza del Consiglio, il Ministero delle Finanze ed il Ministero della Giustizia per il mancato pagamento dei decreti ex legge Pinto per l’indennizzo della durata eccessiva dei processi.

Giulio era di spalle alla televisione e, benché avesse recuperato in buona parte quell’italiano che prima del suo rapimento parlava normalmente nonostante avesse solo due anni e mezzo, riuscii con i miei discorsi a distrarlo ed a far sì che non si rendesse conto che quella gentaglia, per televisione, stava parlan do di me, di suo padre dedito notte e giorno ai suoi "scritti per una rivoluzione senza sangue, senza morti e senza sconfitti"-come di un criminale.

Una "vasta organizzazione criminale" che erano poi le svariate associazioni di invalidi e familiari degli invalidi che effettivamente accorrevano da me in massa perché, leggendo i volantini e le pagine a pagamento che pubblicavo sui principali giornali cittadini e nazionali a mie spese, ne deducevano che fossi l’unico in grado di affrontare le cosche, quelle sì di veri criminali, che, nelle Prefetture ed in generale nell’apparato, li ricattavano con i ritardi per rubargli gli arretrati, o che, per ottenere in cambio il voto per i loro candidati alle elezioni, gli erogavano i "piccolissimi anticipi" dell’art. 26.

Cose contro le quali mi difendevo con i volantini, per la verità sempre densi di argomenti con i quali cercavo di andare oltre la pochezza degli attacchi di cui ero oggetto.

Mi si erano scatenati contro con quel terribile attacco televisivo ritenendo che quegli argomenti sarebbero rimbalzati su tutte le reti e mi avrebbero così schiacciato.

Qualcuno però dovette rendersi conto che c’erano in giro troppi miei volantini in troppe lingue, per cui non avrebbero fatto altro che dare a me ed a miei scritti quella visibilità che dal 1985 in tutti i modi si adoperavano per negarmi, sicché, quando fosse venuto il momento di rispondere, li avrei travolti.

Accadde così che, portentosamente, in virtù di un contrordine dato non so come, la notizia-la notizia cioè di un parlamentare europeo avvocato che stava truffando decine di migliaia di invalidi mediante un’organizzazione criminale ramificata in tutta la Campania-non fu ripresa da nessuno, e sparì come d’incanto quel giorno stesso.

Volantini tra i quali quello in oggetto, il n. 31, che non a caso è l’unico che è stato oggetto di attacco diretto fra le centinaia di documenti pubblicati in tutti i campi dello scibile, dalla fisica alla psicanalisi, dal diritto alla storia della cultura, dalla politica alla sociologia, dalle legge sull’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio alla riforma istituzionale europea (un documento quest’ultimo, il n. 28, che forse non è inutile leggere, da www.marra.it, in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo).

Non a caso perché, ad un certo punto, l’apparato, vedendo che non riusciva a sconfiggermi, iniziò a provarci indirettamente, ovvero aggredendo miei parenti ed amici, a partire da mia moglie, anch’essa avvocato.

Uno dei motivi che ispirarono lo stile del documento n. 31, fu insomma la necessità di creare immediatamente uno strumento adatto a distogliere l’apparato dai miei incolpevoli familiari ed amici.

Fui cioè obbligato ad attirare contro di me l’apparato per distoglierlo dalle numerose persone incolpevoli ed incapaci di difendersi che voleva colpire per colpire me.

Uno scritto che tuttavia non legittimava nessuno ad agire per diffamazione o per calunnia, e meno che mai questi tre PM, tanto più che quella era stata ed era una guerra contro i Ministeri, e non i Pubblici Ministeri.

Uno scritto rispetto al quale l’unico provvedimento corretto è stato il primo: l’ordinanza pronunziata dal Giudice Mario Saccone, Presidente all’epoca della Prima Sezione Civile del Tribunale di Napoli, in relazione al ricorso ex art. 700 cpc che il dr A.A. presentò per chiedere che ne venisse vietata la diffusione.

Un’ordinanza, quella del Presidente Saccone, nella quale, palesemente, egli sentì l’esigenza di esprimere qualche censura anche verso di me, per dare una qualche soddisfazione al dr A.A.

Un’ordinanza in cui dispose persino la cancellazione di una frase, la frase: "Il che evidenzia che i magistrati, salvo le faide o la necessità di gettare a mare qualche insalvabile, i processi, fra loro, se li fanno solo per ricostruirsi reciprocamente l’imene, o qualche altro smollato orifizio, mediante provvidenziali chirurgie assolutorie." Frase che al dr A.A. interessava poco, ma dispiaceva al dr Saccone, a maggior ragione nel momento in cui appunto si stava pronunziando contro un giovane collega.

Un’ordinanza con la quale, nelle conclusioni, dopo un panegirico mirante a salvare in qualche modo capra e cavolo, concluse però opponendo alla richiesta del dr A.A. un netto rifiuto, e cioè scrivendo che: "il documento ha diritto di esistere, di essere conosciuto e di contribuire al più generale dibattito politico, sociologico e culturale".

Presidente Saccone che non conoscevo, ma nella cui capacità di giustizia seppi di poter contare, non appena entrò in aula, a causa del tono di riguardosa considerazione con cui, deliberatamente, in presenza di A.A., mia e dei nostri rispettivi difensori, tenne a dire che aveva letto "La storia di Giovanni e Margherita", il mio libro fondamentale: un libro ancor oggi tabù, che dal 1985 è l’imputato principale dei "processi" contro di me, perché è destinato a divenire in breve-anche ufficialmente-il codice morale della nuova società.

Anche ufficialmente perché di fatto lo è già, insieme agli altri miei scritti, fin dal 10.5.1985, dal giorno cioè in cui, in ogni possibile occasione, i miei innumerevoli soldati pronti a combattere fino alla morte senza paura e senza paga, data la loro qualità di fogli da lire dieci stampati in fronteretro, sono comparsi per la prima volta, a partire dalla mia "Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal sindacato e dal PCI", sulle soglie delle case del potere per esplodere nelle mani dei costernati destinatari che, attraverso l'ineluttabilità del messaggio implicito nell'esercizio delle loro vite, ne hanno portato il contenuto fino ai mezzi di diffusione delle idee, i quali, negli infiniti linguaggi del silenzio, lo hanno poi portato in tutto il mondo.

Un comportamento il mio, in relazione alla vicenda degli invalidi, che non è dato capire come quei giudici possano non aver considerato politico, persino a prescindere dal fatto che stavo per di più operando nell’ambito del mandato di deputato.

Si può cioè condividere o no la lotta che conduco usando i miei scritti, ma negarne la politicità è esagerato.

E’ in tutto questo infatti che, ad un certo punto, sopravvenne la prima sentenza, quella in cui si legge.

"..le espressioni usate dall'on. Marra sul bollettino n. 31 del 19.9.96.. non appaiono in rapporto di stretta connessione con le funzioni di parlamentare e con attività proprie dello espletamento del mandato, essendo piuttostofrutto ed espressione di critica su di una vicenda squisitamente personale dello stesso onorevole Marra, soggetto ad una indagine giudiziaria, ed avulse da qualsiasi discorso di carattere politico".

Affermazioni che, variamente formulate, ritornano in tutte e sei le sentenze civili dei tre collegi di primo grado e tre collegi di secondo grado, e sono il presupposto anche dell’operato dei PM e dei giudici penali che hanno avuto posizioni negatorie nei miei confronti.

Affermazioni dopo le quali resta da chiedersi cosa è allora la politica per questi giudici, visto che hanno valutato "squisitamente personale" il fatto che, da solo, vincendo le spaventose resistenze, violenze, abusi e minacce dell’apparato, sia riuscito a strappare milioni di invalidi dalle unghie dei ladri delle Prefetture, perché l’INPS, alla quale come già detto fu passata la competenza in materia, non rappresenta la perfezione, ma è lontana dalle forme di delinquenzialità praticate nelle Prefetture.

Prefetture - lo si osservi perché è l’aspetto più grottesco - alle quali si deve ritenere che quella competenza sia stata regalata senza nessuna altra ragione che perché ne facessero l’uso che appunto ne hanno fatto a scapito degli invalidi, perché è altrimenti incomprensibile cosa mai le Prefetture potessero avere a che fare con questa materia.

Giudici che, l’ho so dai decenni di lettura delle loro pronunzie, pur perseguitandomi, mi sono nel contempo sempre stati molto più vicini di quanto appaia e finanche di quanto scrivono, e che comunque, non solo non considerano affatto il mio operare "squisitamente personale", ma mi aggrediscono proprio perché ne comprendono bene la politicità ed anzi la condividono persino.

Solo che se, già in generale, ogni magistratura non può che essere di sistema, e dunque conservatrice per definizione, la magistratura italiana, e quella meridionale in particolare, è così direttamente coinvolta nella Pubblica Amministrazione ed in ogni apparato di potere, che deve coerentemente accorrere per fermare ogni forma di vero cambiamento.

Tant’è che è ormai un luogo comune che il "grande cambiamento" che parte della magistratura pretende di aver causato dal 92, essendo in realtà rivolto a realizzare una sorta di "rivoluzione per non cambiare", ha finito per colpire solo alcuni degli effetti, ma non le cause del malessere e, quanto alla corruzione, che prima era appannaggio di molti, l’ha resa di massa.

Un eccessivo coinvolgimento, quello della magistratura, che, siccome i comportamenti degli apparati italiani sono in moltissimi casi da codice penale, assume, nel momento in cui lo protegge, le connotazioni della collusione, in genere solo culturale, ma in molti casi anche formale.

Con il risultato che il naturale conservatorismo della giustizia diviene in Italia patologico difendendo essa cose antistoriche, antisociali ed illegali.

In questi mesi, in questi giorni, e chissà fino a quando, tutto ciò ha assunto ad esempio le connotazioni emblematiche degli enormi mucchi di spazzatura che coprono senza rimedi Napoli e la sua provincia.

Anomalie tipiche della nettezza urbana come della sanità, dei trasporti, della pubblica istruzione ed insomma di tutti i settori, nonostante i numeri di addetti e i costi siano dovunque multipli di quelli di qualunque altra realtà organizzata.

Anomalie che si materializzano attraverso un coacervo di gesti che sono illegali non solo nel loro complesso, ma anche singolarmente considerati, per cui sarebbero e sarebbero stati tutti perseguibili penalmente, civilmente e disciplinarmente.

Un’illegalità che la magistratura non ha mai censurato perché, essendo troppo coinvolta, equivarrebbe ad aprire l’analisi contro sé stessa, tanto più che anche la giustizia è caratterizzata da un identico regime visto gli spaventosi costi e le orribili lungaggini, disfunzioni ed anomalie.

Una giustizia che non entra mai nel cuore del problemi per non "scoprire", nelle Prefetture come negli ospedali, il marciume dell’intero sistema.

Una giustizia che, quanto a me, è così conscia della fondatezza dei miei argomenti che coloro i quali, come questi tre allora giovanissimi PM, mi sono stati scagliati contro, si sono a mio avviso molto pentiti dei loro gesti.

E non solo perché sanno di rischiare di incorrere nel dissenso sociale non appena sarà cessato il tabù su di me, ma proprio perché, dopo tanto leggere le mie carte, si sono loro stessi convinti della gravità di avere cercato di fermarmi.

Al punto che non voglio che divengano ora i capri espiatori di chissà quali responsabilità politiche, sociali e culturali nei miei confronti.

E non lo voglio non solo perché sarebbe un’ingiusta esagerazione, ma anche perché ritengo siano stati indotti in errore, specie A.A., dall’apparato, sicché farò tutto ciò che potrò per impedire che questa vicenda si riduca ad un inutile processo a loro soli per dare così modo all’apparato di sfuggire ai cambiamenti per i quali ho lottato con tutte le mie forze.

Tengo inoltre a precisare che la mia non è una lotta contro la magistratura, l’avvocatura, i politici, il mondo della cultura e quello dell’informazione, ma contro i loro limiti ed i loro vizi, ed insomma contro tutto quello che ha causato che le fasce sociali più elevate, anziché usare i loro ruoli per guidare la società, li abbiano sfruttati nel loro interesse.

Io stesso ho del resto scritto che ogni individuo ritiene che la verità e la giustizia si identifichino né più e né meno che con ciò che a lui serve.

Siamo cioè di fronte ad un problema di civiltà, non essendo la civiltà altro che riuscire a capire anche i desideri degli altri e formulare insieme a loro delle regole valide per tutti perché basate su quella mediazione che è poi la cultura, laddove per cultura si intenda il modo che gli uomini, attraverso il rapporto di forza sociale, mediano, istante per istante, di dovere avere in comune nel concepire la realtà.

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Ma, a proposito della cultura, è ora inevitabile venire ad un secondo e più importante argomento.

Un argomento che la Corte di Giustizia potrà anche non trattare, considerandolo magari assorbito dalla questione dell’immunità ex art. 6, ma che ho il dovere di portare alla sua attenzione perché questa causa è il punto di arrivo di un lungo processo politico-giudiziario, e, nell’interesse pubblico, non posso perdere l’occasione per sottoporre questo argomento ad una delle massime espressioni del potere giudiziario nel mondo.

Argomento rappresentato dalla questione della immunità che avrebbero dovuto riconoscermi in virtù della delle mie opere, perché "La storia di Giovanni e Margherita" contiene la descrizione e la esemplificazione in tutte le possibili maniere della massima scoperta di tutti i tempi: la scoperta cioè del modo di formazione del pensiero, ovvero della metodica attraverso la quale l’individuo, sotto la spinta delle pulsioni fondamentali, elabora il suo sapere e giunge alla comprensione delle cose.

Una scoperta che mi ha poi consentito la decodifica di ogni specie di processi intellettuali individuali e collettivi e la comprensione di un gran numero di altre cose fin qui considerate inconoscibili, quali, nel campo della fisica, la definizione dei concetti di tempo, spazio, infinito, nulla, limite eccetera.

Argomenti rispetti ai quali codesta Corte potrà se vorrà obiettare che non è un organo scientifico, né una giuria letteraria, né null’altro che una mera Corte di Giustizia.

Argomenti che però non condividerei, perché ritengo che, se disattendesse la richiesta di pronunzia su questo punto, la Corte compirebbe un gesto contro la civiltà e lo sviluppo, perché non si può conseguire la giustizia se si disattendono le altre espressioni del sapere, giacché esse, ai vertici, sono un tutt’uno.

A parte poi che i margini entro cui la Corte di Giustizia deve muoversi sono ben più larghi di quelli di un giudice di merito che abbia competenza specifica in una certa materia piuttosto che in un’altra.

Affermazione che non significa che i giudici possano travalicare i limiti della loro competenza, ma che ogni giudice, ed a maggior ragione quelli di massimo grado, pur dovendosi pronunziare nell’ambito delle sue competenze, non può disattendere i presupposti dello scibile perché, a partire dalla logica, che è la radice di ogni disciplina, ogni ramo della conoscenza parte dallo stesso tronco, che è la filosofia.

Filosofia che, nei vari rami, diviene poi tecnica, degradano dal diritto fino alle espressioni più semplici della conoscenza, quali quelle necessarie per le ordinarie attività del quotidiano.

Giudizio quello della Corte di Giustizia, che quand’anche non venisse pronunziato, o fosse elusivo o addirittura negativo, è in ogni caso importantissimo che io solleciti, perché anche un eventuale gesto negatorio costituirà un importante punto dal quale proseguire la lotta per la divulgazione di quelle tesi nell’interesse dell’umanità.

Oggetto di questa causa non è infatti la restituzione dei 500 milioni, ovvero 250.000 euro, che ho dovuto ormai diversi anni fa pagare ai tre PM.

Anche perché non vorrei apparire come il solo a non sapere che in Italia non esiste un livello di democrazia e di garanzie che possano realisticamente consentire, a chiunque non sia un insensato, di intraprendere una simile azione restitutoria contro tre pubblici ministeri senza doversene poi pentire.

Come sempre nella mia vita ho invece impugnato la penna, non per difendermi, ma per cercare con i miei scritti di cambiare la cultura della giustizia nazionale quanto internazionale.

E’ vero infatti che la giustizia italiana si esprime ad un livello che la mette spesso fuori gioco, ma la giustizia internazionale è più evoluta solo da un punto di vista quantitativo, giacché la qualità di fondo delle sue concezioni non può che essere quella che ha consentito nel mondo il tipo di sviluppo che sta per annientarci.

Cose che so bene anche perché a questo mi è servito fare per cinque anni il parlamentare europeo: capire che non c’è civiltà in nessun luogo, anche se poi le forme dell’inciviltà vigente in ogni dove sono diverse, ed in alcuni luoghi, come l’Italia, sono più appariscenti, senza che questo significhi necessariamente che sono più dannose.

Un primato, quello dell’inciviltà, che non ho saputo a chi attribuire nemmeno tra gli italiani e gli australiani quando mi sono posto il problema in "da Ar a Sir" (Dall’aristocrazismo greco-pagano delle origini fino alla socialdemocrazia dei giorni nostri), la storia della cultura che scrissi quale ricorso all’Alta Corte del Victoria per cercare di risalire alle cause profonde della rozzezza giuridica di quei remoti isolani in relazione alla vicenda della barbara omologazione del rapimento dei miei figli da parte dell’Australia.

Australia e Parlamento australiano, in cui, dopo alcuni anni, nel silenzio imbarazzato di quegli ipocriti, mi ritrovai in qualità di "Membro della Delegazione del Parlamento Europeo per l’Australia e la Nuova Zelanda".

Un popolo che definii come "i nuovi barbari: il popolo del thank you e very kind of you", perché se si vuole uscire dall’inciviltà bisogna cominciare a fare quelle "generalizzazioni" che la cultura pseudo-democratica vigente respinge con tutte le sue forze, perché è palese che se i governanti o le magistrature sono incivili è perché sono incivili i popoli di cui sono espressione.

Cosa questa che è sempre stata vera, ma lo è oggi più che mai, perché tale è il livello di interrelazione vigente, e tali e tanti sono gli strumenti attraverso i quali la società moderna è in grado di esprimersi decretando immediatamente la fine del potere di chi in un modo o nell’altro la rappresenta, che la collettività deve oggi essere considerata il responsabile diretto ed immediato di tutto quello che esprimono i suoi rappresentanti.

Un’inciviltà che ora cesserà perché altrimenti la cultura vigente (il consumismo, ovvero la subordinazione dell’uomo alle logiche produttive piuttosto che delle logiche produttive all’uomo), non in cento anni, ma in un lustro o due, ci porterà al punto di non ritorno climatico.

D’altra parte, premesso che quei giudici si sono assunti la responsabilità più grande per un uomo che pretenda di essere di cultura: quella di non aver capito, o di aver rifiutato di capire, va però aggiunto che la Cassazione, con il rimettere la causa alla Corte di Giustizia, dandomi la possibilità di portare le mie istante in nome dell’uomo dinanzi ad essa, ha compiuto un gesto di alto valore morale, giuridico e politico.

Magistratura italiana responsabile di non aver capito, o di non aver voluto capire, nemmeno semplicemente la tesi di cui al documento 31, che sarebbe dovuto bastare a causare tutt’altro atteggiamento.

Documento che dunque, prima di concludere, va trascritto, benché l’immunità che mi derivava dalla qualità di deputato è sufficiente a decidere la causa anche senza bisogno di aggiungervi l’immunità che mi deriva quale scienziato, filosofo e letterato.

Tesi, quelle di cui al documento n. 31, che sono state calpestate, sforzandosi per qualificarlo in base al mero fatto in sé di contenere dei termini scurrili, che hanno invece valenze esemplificative che prescindono e vanno molto al di là dei PM che se ne sono voluti sentire destinatari, e sono necessitati da esigenze esplicative ineludibili e non suscettibili di valutazioni giudiziarie.

Ed ecco dunque di seguito il documento n. 31, del 19.9.96, oggetto di causa.

 

Gravi violazioni da parte dei PM napoletani A.A., B.B. e C.C.

Uscita da "tangentopoli" mediante il linguaggio scurrile e la giustizia civile.

Critica a Bertinotti.

Proposta di dialogo a Dalema.

On. Signori, da circa due anni, sono oggetto, ad opera dei PM A.A., B.B. e C.C., ma forse anche di molti altri, di un’indagine singolare sia per l’ampiezza che per l’illegalità: un enorme e sistematico lavoro da biografi che, pur non essendo mai stato autorizzato dal Parlamento europeo, come richiesto dall’art. 6 del suo Regolamento, viene portato avanti, come niente fosse e sotto gli occhi di tutti, median te un gran numero di uomini delle forze dell’ordine.

Il che evidenzia che i magistrati, salvo le faide o la necessità di gettare a mare qualche insalvabile, i processi, fra loro, se li fanno solo per ricostruirsi reciprocamente l’imene, o qualche altro smollato orifizio, mediante provvidenziali chirurgie assolutorie.

Una mastodontica indagine, dicevamo, resa più grave dal fatto che, essendo consci della sua illegalità (visto il dolo, mi pare bisognerebbe addebitar loro, ed a chi non l’ha impedita, le centinaia di milioni, se non miliardi, che è costata), hanno rozzamente cercato di mascherarla coinvolgendo vilmente altre persone che, a partire da mia moglie, c’entrano magari come i cavoli a merenda, ma gli sono però utili sia come diversivo che come "torcinaso" (ci si immobilizzano i cavalli), nei miei confronti.

Senza contare-anche questo è un classico-che il magistrato, solo nel momento in cui dovesse imbattersi in una notizia di reato commesso dal deputato europeo, dovrebbe, sempre ad indagini ferme, chiedere l’autorizzazione al Parlamento e, quindi, eventualmente ottenutala, procedere; mentre qui l’indagine nasce a tavolino dalla ricerca di un soggetto atto a realizzare le ambizioni degli "inquirenti", sicché la costruzione delle responsabilità verrà solo dopo.

Cose che non sembra richiedano, caro Flick, indagini altrettanto smisurate per motivare dei trasferimenti non certo alla guida di Istituzioni fondamentali, ma a ben più miseri commerci.

Ma veniamo ora al tema del linguaggio scurrile.

Orbene, è interessante notare che, mentre le espressioni stronzo o stronza significano letteralmente la stessa cosa che uomo o donna di merda, in realtà esse, entrambe molto usate e di un’altissima dignità nonostante le apparenze, hanno, nelle varie lingue meridionali, un caleidoscopio di valenze e significati tutti storicamente caratterizzati proprio dal rapporto prevaricatorio fra masse ed Istituzioni, con particolare riferimento, non è colpa mia se è così, a certa giustizia e certe forze dell’ordine che hanno sempre avvilito e taglieggiato la vita delle genti del meridione.

E sarebbe molto istruttivo osservare (c’è qualche accenno nella versione integrale, in In ternet) le valenze assunte nei vari luoghi dai tanti termini scurrili, fra i quali, in ossequio alle ragioni dell’arte, che non ammette remore, ed in lingua napoletana in onore ai tre PM ispiratori di questo documento, ma-per carità!-senza alcun riferimento alle loro ada mantine qualità morali, ricordo solo: gent’ e merd’, gent’ e sfaccim’, uomn’ e lota, femmen’ e latrina, samenta, cess’ a vient’, scurnacchiat’, nquacchiat’, nzivosa, zuzzus’, zoccola, puttana, pruasa, fetosa, cul’ rutt’, cula rotta, bucchinar’, ricuttar’, curnut’ e mazz’ scassat’.

Ma ricominciamo daccapo.

L’essere qualificati in base a certe parole o titoli piuttosto che altri è così importante da giustificare pienamente la lotta che gli uomini si sono sempre fatti all’uopo.

Nella società moderna, però, si è imposta, attraverso una strumentalizzazione della democrazia, una forma estremistica e prevaricatoria di "rispetto per gli altri" rivolta ad impedire l’uso del linguaggio veritiero specie in materia di qualificazione delle persone.

Una forma di pseudo democrazia i cui "principi" di fondo sono ad esempio quelli che ispirano oggi la politica di uomini come Bertinotti: gente che ha nei confronti del sistema, non l’atteggiamento critico di chi lo vuole cambiare con una proposta culturale adeguata, ma solo l’odio verso coloro che in esso hanno raggiunto posizioni più vantaggiose.

Cosa che crea una contrapposizione in cui l’unica "proposta" è una forma di rivendicazionismo estorsivo che-fa sì fallire governi a ripetizione-ma non costituisce mai un’indicazione per il rinnovamento di quelli che verranno.

Una forma di rivendicazionismo che inoltre è la radice del concetto di burocrazia (la bu rocrazia è una tendenza a rendersi temibili o irraggiungibili nei propri ruoli sia allo scopo di poterseli vendere che allo scopo di disimpegnarsi), e che quindi è la rovina soprattutto di quegli indifesi che più facilmente Bertinotti inganna per farne il suo elettorato.

Una tendenza di cui qualche residuo aleggia forse ancora vagamente anche nel PDS, e che forse è la cosa che fa dire pubblicamente a d’Alema che "non condivide quello che scrivo", anche se devo precisare che non lo sento per la verità nemico, come invece sento nemico Bertinotti.

Benché non possa esimermi dal chiedergli se ciò che non condivide è la mia teoria sul modo di formazione del pensiero, la mia definizione del concetto di tempo, le mie tesi sulla fisica, o che altro.

..Una piccola provocazione la mia..

..non ostile però, ma anzi di proposta di ripresa del dialogo interrotto nel 1985 dalla pubblicazione della mia "Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal sindacato e dal PCI" (Internet: "Cucciolino").

Nonostante, per onestà, debba aggiungere che è motivata anche dalla necessità di capire qual’è la corretta posizione che devo prendere verso il PDS e verso di lui nei prossimi documenti, perché, in coerenza alla mia idea di democrazia, credo che le opinioni degli altri vadano, non "rispettate", ma condivise o combattute.

Sempre, ovviamente, nei limiti e nelle forme della civiltà e della generosità, ma pure con durezza, quando occorra.

Cose che comunque non devono destare preoccupazioni, perché-solo che non si insista a mettere alla prova la mia pazienza continuando a colpire le mie tesi e me con questo silenzio ormai stupefacente-io non mordo, non sputo, non sfrutto mai la mia forza gratuitamente per mettere in difficoltà le persone, e non dico nemmeno parolacce; e se mi si mette un po’ a mio agio sono addirittura simpatico, e di tanto in tanto dico finanche qualcosa di più intelligente della media.

Qual’è dunque la mia proposta per uscire da tangentopoli? Semplicissimo! Innanzitutto-tornando all’errata concezione di democrazia (la "democrazia incompiuta", come la definivo nel 1985 nella "Lettera di dimissioni")-essa ha prodotto una società che, da un lato, trincera i suoi vizi dietro il linguaggio eufemistico e, dall’altro, pratica delle vere e proprie politiche di appropriazione indebita delle parole o dei titoli.

Ciò poi-siccome ciascuno è indifferente alla critica condotta attraverso i soffici eufemismi imposti usando il rispetto per gli altri come alibi-ha prodotto un livello di immoralità eccezionale dal quale non si può più uscire senza un mutamento del linguaggio.

Questo perché, mentre, in ipotesi, sarebbe molto disagevole essere una puttana o un uomo di merda in una società che chiama puttane le puttane ed uomini di merda gli uomini di merda, lo si può invece essere senza problemi in una società nella quale le puttane si sono quasi arrogate il titolo e le prerogative di "operatrici sessuali", gli stronzi quello di "operatori non poi così consapevoli", e gli uomini e le donne di merda quello di "operatori per i quali si deve comunque avere tutto il rispetto di cui hanno bisogno per continuare a farsi gli affaracci loro".

Per non parlare poi dei guitti, delle marchettare, o anche solo degli attori, cantanti, can ta-autori, presentatori, intrattenitori, saltimbanchi, prestigiatori, ballerini, spogliarelli sti, pornografi eccetera che, strappandolo ad Omero, Eschilo, Virgilio e Dante Alighieri, sono riusciti ad impadronirsi del titolo di artisti e ad usurpare, nella mente, nel cuore, nel tempo, e nella cultura della società, spazi che l’hanno deturpata.

Il linguaggio scurrile serve però solo a fugare i moralismi depravati, ma non certo per la riformulazione della morale, che richiede invece l’organizzazione delle parole in leggi tanto ben scritte da far cessare le obiezioni dei troppi galli che cantano oggi sull’immondezzaio.

L’altra cosa terribile, infatti, è che si è affermato sì il diritto per tutti di esprimere le pro prie opinioni, ma non si è considerato che l’avvento dei media avrebbe richiesto che si impedisse la sua degenerazione in disprezzo per il diritto degli altri a non subire in milioni il pernicioso ascolto di chi ha poco o niente da dire.

E né-peggio ancora-si è saputo evitare che, nel rumoreggiare sia pure umanissimo e commovente delle sciocchezze, naufragassero troppo facilmente le poche espressioni realmente indispensabili allo sviluppo della società.

E valga da banale esempio l’ovvia e ben nota proposta di tanti di sconfiggere la burocrazia, superare tangentopoli senza alcun bisogno delle giustizia penale, nonché avviare il riordino del paese, semplicemente nominando magistrati, in tutti i gradi e stadi della giustizia civile (ho scritto civile, non penale), sia ordinaria che amministrativa, 20.000 avvocati da remunerare in base ad un tariffario formulato in relazione al numero, tipo, livello e qualità degli atti che producono.

Una proposta che fa paura, perché, è vero che, mentre la giustizia penale è mera burocrazia, quella civile, sotto l’eterna pressione delle parti, ha invece un effetto regolatore della vita sociale, ma è vero anche che far sì che delle sentenze civili possano essere pronunziate in un paio di mesi equivarrebbe ad un terremoto.

Sennonché, siccome vivere in un pantano ed essere indenni dal fango è una pretesa che solo Bertinotti e la sua amata magistratura giustizialista possono avere, se la società non accetta di farsi regolare dalla giustizia civile, presto sarà masticata da quella penale; quando invece ricorrere all’ausilio di una giustizia civile rapida ed efficace sarebbe agevole se solo se ne limitasse l’impatto troppo rivoluzionario attraverso un’intelligente disciplina transitoria.

D’altra parte i millenni insegnano che, nonostante non sembri, non esiste nell’uomo alcuna pulsione a punire solo per punire, perché essa, in quanto non funzionale allo sviluppo, non è mai stata selezionata dalla natura.

Ne deriva che l’ideologia della pena è basata solo sulla tendenza a credere che essa possa fermare i reati: cosa che, valutando complessivamente: non è mai stata vera, ha sempre prodotto molti più danni che benefici e, soprattutto, è sempre meno vera man mano che la civiltà avanza.

Per cui il diritto penale deve diventare tutt’altro da quello che è oggi: un tema che non ho qui lo spazio di trattare, ma al quale posso però alludere riportandomi ad un documento del 14.4.92, che pubblicai quattro sabato di seguito sull’ultima pagina di "la Stampa" e che, secondo me, produsse la modifica culturale che consentì a di Pietro di impiantare i processi ai quali ambiva da anni.

Si intitolava "Alla Magistratura circa la disonestà come valore fondamentale per lo svi luppo".

In esso sostenevo: "..Occorre che ci si liberi dal pregiudizio che l’onestà sia, o sia mai stata un valore.

Ciò perché è invece un valore la volontà di prevaricazione, e dunque la disonestà, la quale è funzionale all’attuazione del piano esistenziale di ciascuno in base alle pulsioni fondamentali che governano addirittura la vita dell’universo: volontà di sopravvivere, svilupparsi, riconoscere, essere riconosciuti, raggiungere il massimo del risultato con il minimo dell’impegno.

Solo la contrapposta "disonestà" di tutti ha infatti la forza di rendere dinamici quei mec canismi che danno luogo allo sviluppo.

Poi, quando l’eccesso delle contrapposizioni dovute a questa disonestà crea l’esigenza di una regola, o di una nuova regola, come oggi, gli individui "si accordano" e pervengono ad una morale che consenta a ciascuno di raggiungere più facilmente i suoi obiettivi.

Una morale che quindi riuscirà ad affermarsi solo nella misura in cui risulterà essere più vantaggiosa della disonestà, e che in ogni caso verrà meno quando verrà meno il controllo.

Un controllo che, nello Stato di diritto-ed eccoci a noi-non potrà che essere il controllo dell’autorità giudiziaria: ovvero un controllo che voi dovreste esercitare ed avete invece esercitato solo e sempre mediandolo eccessivamente con i vostri interessi individuali e di casta".

Argomenti ai quali aggiungevo poi molti altri, omettendo però, evidentemente, di chiarire bene che mi stavo riferendo, non alla giustizia penale, ma a quella civile.

E fu così che di Pietro riuscì ad innescare la logica della catena infinita dei capri espiatori: infinita perché quella logica rompe solo gli "equilibri" al momento, ma non può impedire che si ricreino, visto che non propone una morale alternativa a quella vigente, la quale-è già provato -non può essere osservata da nessuno.

Una logica inutile, che ha precipitato il paese in una tensione drammatica, ha rallentato ancor più la ricerca di soluzioni dei problemi, ed ha fatto in modo che tutti, avendo ben capito quanto il tangentismo sia redditizio e generalmente impunibile, si siano attrezzati per perseguirlo.

Tant’è che, mentre prima si pagavano per tutto delle mance a piacere, oggi invece, chiunque lo possa, si è organizzato con dei tariffari.

ALM

PER TALI MOTIVI

voglia la Suprema Corte di Giustizia delle Comunità Europee dichiarare che:

--il giudice italiano deve chiedere l’autorizzazione a procedere al Parlamento Europeo pur quando il parlamentare non si avvalga della facoltà attribuitagli dall’art. 6, comma 2, del Regolamento di richiedere al Presidente la difesa dei suoi privilegi e delle immunità;

--non è pertanto coerente chiedersi se il giudice italiano, in assenza della illegittimamente non richiesta autorizzazione, possa lui stesso decidere se sussistono o no nella fattispecie sottoposta al suo giudizio le condizioni concrete per concedere o non concedere l’immunità;

--non avrebbe in ogni caso dovuto procedere contro di me stante la palese inerenza al mio ruolo politico del documento n. 31/1996, e degli altri da me pubblicati;

--non avrebbe dovuto altresì procedere stante la rilevanza scientifica, giuridica e filosofica delle mie opere, già a partire da quanto esposto nel documento n. 31.

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 144
  • Data: 10-07-2007
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