L'INVIDIA

ma soprattutto le sue importantissime cause, quale ratio di molta "giurisprudenza" ed, in dettaglio, degli orientamenti di alcuni fra i giudici della Sezione Esecuzione di Napoli, delle Sezioni Equo Indennizzo ex legge Pinto, delle Procure e delle Sezioni civili in relazione alle gravissime violazioni collettive delle banche.

UN NUOVO TIPO DI CAUSE le azioni di risarcimento, in Italia ed eventualmente, all’esito, a Strasburgo, in danno del giudice in solido con l’Amministrazione per violazione del diritto ad un ricorso effettivo, stante l’illegittimità della norma che prevede la responsabilità civile dei giudici solo per i reati.

Non sarà facile mi perdoniate, minoranza di amici giudici rosi dai penosissimi tormenti dell’invidia, ma spero comprendiate ci vorrebbe un’ingenuità da dover poi credere anche ai cani parlanti ed agli asini volanti per bersi sia il diritto ad ispirare certe strullate "giurisprudenziali".

"Giurisprudenza" l’intima scaturigine della quale è invece che quando atroce vi colpisce l’idea dei soldi che i vostri provvedimenti positivi frutterebbero ad un avvocato, l’invidia vi esplode nell’anima, il panico vi travolge, il dolore vi schianta, il cuore vi scoppia, il sangue in folle corsa vi gonfia le vene, vi pervade la testa, vi martella le tempie, vi preme la fronte, vi confonde la vista, vi toglie il respiro ed è lì lì per causarvi le disagevoli conseguenze dell’allentamento degli sfinteri; di tal che, com’è giusto, perché bisogna badare alla salute, per scongiurare che il perdurare dell’incubo vi leda gli organi, vi inventate quanto occorre per farlo cessare.

In sostanza, o miei invidiosi amici, nel mentre scrivevo delle memorie difensive avverso certa "giurisprudenza" in tema di banche, legge Pinto e relativi pignoramenti, ho capito che dabbenaggine sarebbe stata farmi coinvolgere nella diatriba sulla vantata "tecnicità" di quelle sciocchezze aliene da ogni vera giuridicità.

"Orientamenti" che illustrerò sommariamente solo in coda al documento, perché per sconfiggerli occorre invece, non semplicemente chiarire che la loro "ratio" è l’invidia, ma analizzare le importantissime e per altri versi nobilissime ragioni che la ispirano e producono poi la "giurisprudenza" civile e penale inventata per favorire le banche e l’apparato burocratico.

Nobili al punto, cari colleghi avvocati e cittadini, che dovremmo forse deciderci, per qualificare questi giudici, a sostituire i noti aggettivi oggi in uso tra noi con ben altri, quali: encomiabile, illustrissimo, eccellentissimo, sublime eccetera.

Senza alcuna ironia devo inoltre auspicare che facciate sì cari avvocati dei corsi di aggiornamento, ma in campo psicanalitico e psichiatrico, perché è doveroso andiate loro incontro con un approccio cristianamente terapeutico, giacché, come iniquo sarebbe, oltre che vano, censurare un pazzo perché si crede un canarino, Alessandro Magno o un cavallo, senza prima essersi fatti carico di cercare di guarirlo, al pari lo sarebbe continuare a prendersela con la "giurisprudenza" di un giudice folle di invidia senza prima aver fatto il possibile per aiutarlo a sconfiggere la malattia.

Una completa guarigione che è impossibile, perché l’invidia è indispensabile allo sviluppo della società, sicché la si può solo normalizzare capendone a fondo le valenze.

Un’analisi che svolgo variamente da molti anni, ma è servita a poco perché le cure psichiatriche richiedono quella disponibilità del malato a farsi curare che evidentemente fin qui non c’è stata.

Partiamo dunque dall’implorazione che mi rivolse una volta mia madre "di non odiare mai nessuno perché" - proseguì - "l’odio ti distrugge, mentre al tuo nemico non gli fa niente".

Affermazione che però va precisata, perché c’è sì l’invidia poco efficace, quale l’invidia del pene, dell’intelligenza o bellezza altrui ecc., ma c’è anche quella efficace, quale l’invidia di coloro che, come voi, possono cambiare la vita dell’invidiato.

Entrambe comunque sono pulsioni necessarie, senza le quali la società umana cadrebbe subito nel caos.

Gli individui, infatti, armati o delle loro forze o delle loro debolezze, svolgono un’eterna lotta nel rapporto di forza universale ed una parallela eterna mediazione, che è il contratto sociale, ovvero la cultura, essendo la cultura il modo che gli uomini mediano istante per istante di dover avere in comune nel vedere la realtà.

Mediazione in cui ciascuno vorrà il meglio, lo meriti o no.

Ne deriva che, mentre le potenzialità degli individui sono altissime, il livello espressivo che si consentono l’un l’altro è basso.

Questo perché il rapporto contrattuale dovrà essere tale che ogni individuo abbia la garanzia che quella parte di sapere altrui il cui esercizio lo metterebbe in crisi non entri in gioco nel rapporto di forza complessivo.

Per cui, più aumenta il numero di individui che partecipano al rapporto di forza complessivo, maggiore è il numero dei limiti di cui dover tenere conto.

Ovvero, tanto più alto è il numero di individui che esige la sottrazione dall’intelligenza collettiva di quelle parti il cui esercizio lo metterebbe in crisi, tanto più bassa è l’intelligenza media che gli individui consentono l’un all’altro di esercitare.

Colui che in qualunque modo cercherà di diversificarsi si scontrerà quindi nella immediata recriminazione del contesto, il quale, univocamente, mediante una serie di automatismi ancestrali, individuerà il pericolo che potrebbe derivargli da quella diversificazione che potrebbe non reggere, e con tutte le forze si abbatterà sul "tendente a diversificarsi".

Esigenze in funzione delle quali la natura ha selezionato una serie di pulsioni atte a costituire uno stabile sistema di controllo aprioristico rivolto ad impedire l’esercizio della diversificazione fino alla verifica ed alla condivisione di ogni nuova proposta da parte della maggioranza degli individui.

Pulsioni rappresentate - ed eccoci a noi - dalle infinite valenze dell’odio, e cioè dalla gelosia, invidia, astiosità aprioristica e così via.

Ciò significa che la massa non è contraria alle proposte evolutive di per se stesse, ma solo nella misura in cui non è in grado di verificare quale giovamento ne trarrà.

Solo che, ferma restando la necessità di arginare i velleitari, la civiltà dovrebbe consistere nella capacità di modulare l’animalità degli odi per evitare che troppe vere innovazioni vadano perdute.

E’ ben vero insomma che ciò che manca all’individuo non sono di solito le idee, ma l’insieme di tutte le condizioni caratteriali atte a dare concretezza al suo volere fronteggiando le difficoltà che gli altri gli oppongono nel porle in essere (tema della necessità della completezza caratteriale).

E suggerisco anzi a ciascuno, dal punto di vista della strategia, di imputare sempre a se stessi i propri fallimenti chiedendosi ogni volta in che altro modo si sarebbe potuto fare per evitarli.

Quando però soggetti come voi, amici giudici invidiosi, si schierano così ostilmente contro i "fondatamente volenterosi di diversificarsi", significa di solito che sono degli incivili.

Incivili e non cattivi perché la mera cattiveria non esiste giacché, non essendo funzionale allo sviluppo, la natura non l’ha selezionata.

La selezione avviene cioè secondo la regola che, quando un contesto ha in comune una volontà, gli individui che hanno una forma più adatta all’esercizio di quella volontà vincono sugli altri determinando l’affermarsi di un contesto caratterizzato dalla forma vincente.

Una teoria, la mia, in cui si concepisce l’evoluzione come un processo di somatizzazione del volere degli individui.

Un processo nel corso del quale, ad esempio, il desiderio di comunicare si è somatizzato negli occhi con i quali mi leggete e nella mano con la quale vi scrivo, o l’esigenza profondissima di interrelazione, che trova la sua massima espressione nel fatto di essere nell’altro o averlo in sé, si è somatizzata in organi del penetrare e dell’essere penetrati.

Un intelligente e laborioso processo evolutivo nel quale lo sforzo di perseguire il male di per se stesso non trova spazio, sicché, chi attraverso l’invidia esprime il suo odio, lo fa sempre per un motivo, che nel vostro caso è la conservazione dei vostri privilegi di setta.

Una setta, questo vi sfugge, che dovete ora sciogliere, altrimenti finirete peggio dei politici nel 92.

Peggio perché essendo difficile contro di voi il ricorso agli strumenti giuridici, visto che li amministrate voi stessi, costringerete la società, che non sa più come arginarvi, alle vie di fatto.

Vie di fatto che, non illudetevi, non saranno quelle cruente quanto stupide del terrorismo o della violenza, dato che la collettività è divenuta scaltra, e sa che vi metterebbero dalla parte della ragione, ma saranno forbite quanto feroci, benché non escluderei che la gente, ormai stufa, possa iniziare semplicemente ad aspettare anche voi all’uscita dei Tribunali per lanciarvi le monetine.

Avete scocciato un po’ tutti anche perché sdegna che proprio voi, i più invidiabili, siate i più invidiosi.

A parte infatti i non pochissimi dediti al commercio della loro "giurisprudenza", voi vi ritrovate dinanzi automaticamente quel che vi occorre senza nemmeno bisogno di chiedere, senza nemmeno dover offrire nulla in cambio, e rimanendo persino "onesti".

Di tal che tra non molto le folle si ribelleranno apertamente alla paura che ispirate e faranno la fila per venirvi a contestare.

Tanto più che, oltre alla cattiveria opportunistica, talora non siete all’altezza dei vostri ruoli.

Un ruolo che richiede speciali qualità, sicché vanno istituite delle verifiche della effettiva capacità di giudizio, perché non possiamo accettare di veder cambiare le nostre vite dalle decisioni e/o dalle omissioni di persone a volte oggetto di una generale disistima, quando non sdegno per la loro equivocità.

Quanto alle questioni specifiche, una è che, invero solo alcuni, si sforzano di farci credere sia diritto il fatto che, pur essendo passata al MEF (Ministero Economia e Finanze) la legittimazione passiva per le cause ex legge Pinto, ciononostante bisogni continuare a fare i pignoramenti alla PCM (Presidenza Consiglio Ministri) per i decreti pronunziati contro essa PCM, precedentemente competente.

Ciononostante perché è noto che la PCM non ha più né fondi né organizzazione all’uopo, essendo tutto stato materialmente trasferito al MEF.

Questi giudici però, dimentichi del brocardo "summum ius summa iniuria" asseriscono che la norma, nel trasferire la competenza al MEF, avrebbe dovuto aggiungere espressamente che pure in danno del MEF debbano farsi i pignoramenti relativi ai decreti a suo tempo pronunziati contro la PCM.

Giudici che, quando poi gli abbiamo esibito le lettere in cui il MEF scrive di dover pagare elenchi di procedure esecutive pendenti contro MEF e PCM per condanne a suo tempo pronunziate contro PCM, si sono addirittura precipitati a proclamare che il fatto che in sede "transattiva" il MEF paghi le sentenze pronunziate contro la PCM (pagare delle sentenze di condanna sarebbe una transazione), non impedisce che loro, i giudici, possano insistere (chissà poi in nome di quali principi) nel ritenere che l’obbligo di pagare permanga solo sulla PCM.

Quasi aspirassero alla certezza di poter così: - 1) ledere l’utile per l’inutile ed il buon diritto dei creditori; - 2) arrecare problemi organizzativi persino al debitore; - 3) allungare ulteriormente i tempi dei pagamenti incrementando così l’entità degli indennizzi ai quali la Corte di Straburgo condanna sistematicamente l’Italia per violazione di quel sostanzialismo giuridico al quale quella Corte tiene tanto.

Anche perché (ecco la seconda questione) si tratta di una "giurisprudenza" che sdegna la Corte Europea perché di fatto ostacola le cause ex legge Pinto, perché esse, con l’aiuto dei buoni magistrati, che per fortuna non mancano, diverranno centinaia di migliaia, sicché tra poco occorreranno modi diversi di garantirsi i privilegi, avendo quello attuale il suo fulcro proprio nelle lungaggini.

"Ideali" condivisi da non pochi giudici delle Sezioni equo indennizzo ex legge Pinto i quali, dopo aver perso su quasi tutto, stanno ora ad esempio iniziando a pensare di utilizzare la mancata impugnativa delle perenzioni dinanzi al TAR quale indice della carenza di interesse alla causa, laddove è solo un indice palese del fatto che spetta al ricorrente anche l’indennizzo, a Strasburgo, per la non effettività del ricorso al TAR.

Come si può cioè rivoltare la frittata al punto di dire che "è indice di carenza di interesse" (Gesù Gesù!..) il fatto che un cittadino non impugna la perenzione perché è nauseato di una giustizia che ha lasciato pendere senza far nulla la sua causa per dieci anni, e considera quindi inutile spendere altri soldi e tempo solo per soffrire altro patema? Per non parlare dei giudici civili che continuano a riconoscere l’esecutività ai decreti ingiuntivi delle banche, quasi fossero gli unici, unitamente ai PM ed ai giudici penali, a non sapere che sono tecnicamente delle associazioni a deliquere dedite in massa al superamento dei tassi usurai, alla truffa dell’accredito tardivo dei versamenti, al signoraggio ed all’evasione fiscale che ne deriva, che è multipla sia delle tasse pagate che delle tasse evase dal resto dell’intera società.

*******

LE NUOVE CAUSE PER DANNO, IN ITALIA, CONTRO I GIUDICI, COME CONTRO GLI ALTRI PUBBLICI DIPENDENTI.

Ex art. 6 della Convenzione Europea Diritti Uomo (CEDU), si può convenire in giudizio l’Italia a Strasburgo adducendo che il ricorso alla sua magistratura non costituisce "ricorso effettivo ad un giudice indipendente ed imparziale".

Il giudizio però, come vedremo, può essere fatto anche in Italia, ed anche contro i giudici personalmente; e poiché il ricorso a Strasburgo può comunque seguire, non conviene rinunziare alla possibilità di vincere la causa nei tre gradi nazionali.

Può essere fatto in Italia perché è pacifico e reiteratamente prescritto anche dalle Sezioni Unite che il giudice italiano ha l’obbligo di applicare la CEDU e la giurisprudenza europea anche se vi fosse contrasto con la norma italiana; che peraltro non è affatto in contrasto ed è densa di norme anch’esse utili per contrastare gli abusi giudiziari.

La giustizia italiana, cioè, ove ne ricorrano gli estremi, deve condannare ai danni l’Italia ai sensi dell’art. 6 della CEDU.

Quanto al fatto di convenire il giudice personalmente, la normativa lo prevede per i dipendenti pubblici in generale (art. 22, DRP n. 3/57), mentre per i giudici sarebbe possibile solo in caso di reato (l. n. 117/88).

La L. 117/88 sulla responsabilità dei magistrati è però illegittima laddove restringe immotivatamente la loro responsabilità rispetto all’art. 22 DPR 3/ 57, che li disciplinerebbe in quanto pubblici dipendenti.

Va quindi sollevata la questione di costituzionalità non essendo dato capire perché solo gli altri pubblici impiegati, e non anche i giudici, siano responsabili civilmente per dolo, colpa grave e diniego di giustizia, e non solo in caso di reato.

Ad esempio, in una vicenda di cui ho già scritto, è emerso che una nota finanziaria ha agito per un leasing contro il debitore scrivendosi da se il decreto ingiuntivo munito di formula esecutiva senza nemmeno dimenticare di attribursi l’esenzione dal termine di dieci giorni per il pignoramento, e facendoselo poi solo firmare dal giudice.

Un paradisiaco, complesso, articolato decreto ingiuntivo denso di fattispecie usuraie, una delle quali constatabile ictu oculi, senza bisogno di alcuna CTU, al quale il giudice, nel firmarlo, non ha apportato alcuna variazione, sicché, o la finanziaria gli ha letto nel pensiero come avrebbe voluto che fosse fin nei dettagli, o è stato concordato prima (ed occorre allora stabilire dove, quando e perché), o quel giudice si limita a firmare tutti i decreti ingiuntivi di quella finanziaria, ecc.

Cose queste denunziate unitamente alla usurarietà, facendosi nel mentre opposizione al decreto ingiuntivo.

Per attuare l’art. 6 della CEDU occorrerebbe però ora che la giustizia civile e penale si preoccupassero di pronunziarsi prima del dispiegarsi degli effetti del decreto ingiuntivo nullo ed illecito, ma non è nel loro DNA.

Per cui bisognerà nel mentre pagare le pur non dovute somme, o subire l’esecuzione.

Ora, i giudici potrebbero obiettare che sono oberati ed i tempi non possono essere più brevi, ma questo dovrebbe essere accertato, perché io, ad esempio, non concordo affatto.

E’ ovvio inoltre che un giudice deve dare priorità alle questioni in cui il ritardo renderebbe inutili i suoi provvedimenti.

In una vicenda come questa, ad esempio, non si vede quali ostacoli possano esservi a convenire in Italia per danni, in solido con lo Stato, il giudice che ha solo firmato il decreto ingiuntivo usurario, poi il giudice che di fronte a simili obiezioni non ha fissato l’opposizione al più presto, ed infine i PM che non hanno subito chiesto il sequestro del decreto ingiuntivo.

Decreti ingiuntivi che, se esecutivi, per come vanno le cose in Italia, sono già di norma fonte di azioni per danno da insussistenza del ricorso effettivo ex art. 6 CEDU (oltre che per le lungaggini ex legge Pinto).

Il presupposto dell’esecutività è infatti che i tempi delle sentenze di primo, secondo e terzo grado siano utili.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 149
  • Data: 27-02-2008
Letto 3431 volte