Procura della Repubblica di:Salerno, Napoli, Roma, Bruxelles, Strasburgo.Nonché, per quanto di loro competenza:Governo italiano, francesce e belga.Parlamento europeo ed italiano. Parlamento europeo ed italiano.Commissione europea e Consiglio dell’UE.

ESPOSTO/DENUNZIA per l’omessa trasmissione o occultamento ai giudici della deliberazione con la quale il Parlamento europeo, l’11.6.02, li ha invitati a sospendere i processi per calunnia in mio danno ed inviargli gli atti per il voto definitivo, stante l’insindacabilità, già "prima facie", del contenuto del mio documento n. 31, del 19.9.96.

Giudici civili che invece, unitamente al giudice penale Tea Verderosa, li hanno proseguiti condannandomi, con illegittime sentenze nessuna allo stato definitiva, al pagamento, in favore dei giammai calunniati PM Rossella Catena, Antonio Clemente ed Eduardo De Gregorio, di 500 milioni circa di lire, nonché ad un anno e mezzo di reclusione, pena sospesa e non menzione.

 

Dal 1990 al 2000 circa ho proposto un gran numero di cause previdenziali mettendo in crisi il regime di spaventosi abusi, truffe e prevaricazioni vigente da decenni, specie a Napoli, in danno degli invalidi, ad opera di vasti ambienti deviati delle Prefetture.

Cause che mi costarono un attacco poliziesco e giudiziario di straordinaria ampiezza e virulenza della DIGOS e di molti magistrati del Tribunale di Napoli, Salerno e Roma, ma servì a mettere in luce quell’orrendo groviglio di violazioni ed a causare alle Prefetture la perdita di quella ghiotta competenza in materia di pensioni di invalidità, che passò all’INPS.

Cose di cui non molti sono al corrente, ed attraverso le quali mi onoro di avere sottratto la dolentissima collettività degli invalidi italiani a quelle mostruosità.

Virulentissimo attacco giudiziario che, difendendomi alacremente (essere innocenti serve, ma non basta), è finito nel nulla, essendo stato assolto dalle molteplici accuse, sovente inconfigurabili già a priori.

Tutte meno però una: quella di calunnia e diffamazione in danno dei PM Catena, Clemente e De Gregorio, per averli accusati di avermi indagato per finalità non istituzionali, nonché fatti oggetto della serie di epiteti scurrili di cui al documento n. 31, del 19.9.96, intitolato "Gravi violazioni da parte dei PM napoletani Catena, Clemente e de Gregorio. Uscita da tangentopoli mediante il linguaggio scurrile.."

Un documento anche ad avviso del Parlamento europeo di rilevanza politica, nel quale sostengo, molto seriamente, che se la società moderna è potuta giungere agli attuali livelli di depravazione è perché si trincera dietro i linguaggi eufemistici.

Al punto, chiarisco in quel documento, che se le donne o gli uomini che forniscano prestazioni sessuali a pagamento ottenessero, in ipotesi, di essere qualificati operatori sessuale, o continuassero ad essere qualificati porno star, artisti eccetera, bisognerebbe prima o poi garantirgli, oltre che una dignità, una pensione.

Se invece tali soggetti, ma anche, ed anzi soprattutto, ogni altro tipo di individui dediti a comportamenti quali il moralismo, l’ipocrisia, l’eccesso di zelo, il giustizialismo, l’empietà, l’abuso dei ruoli, la collusione, la corruzione ecc., verranno qualificati con le note espressioni in uso da sempre, tutti diverranno da subito ben più morali.

Una sorta insomma di "etichettatura" dei comportamenti che da anni si vuole scongiurare (un po’ come la mia legge sulla "Etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio"), perché le etichette divengono sì talora fonte di pregiudizi, ma sono indispensabili quali strumenti di un ordine senza il quale la società perde la rotta.

Termini scurrili, quelli di cui al doc. 31, che dovranno ora andare, in 27 lingue, al vaglio definitivo della Commissione per le autorizzazioni a procedere del Parlamento europeo.

Termini ed espressioni napoletani tra i quali in quel documento citavo esemplificativamente: "gent’ e merd’, gent’ e sfaccim’, uomn’ e lota, femmen’ e latrina, samenta, cess’ a vient’, scurnacchiat’, ‘nquacchiat’, ‘nzivosa, zuzzus’, zoccola, puttana, pruasa, fetosa, cul’ rutt’, cula rotta, bucchinar’, ricuttar’, curnut’ e mazz’ scassat’".

Termini che i PM in questione hanno (incredibilemente) preteso avessi attributo a loro, laddove li ho accusati ovviamente di tutt’altro.

Tant’è che, nel doc. 31, rivolto al Ministro della Giustizia, esordivo scrivendo: "On. Signori, da circa due anni, sono oggetto, ad opera dei PM Rossella Catena, Antonio Clemente ed Eduardo de Gregorio, ma forse anche di molti altri, di un’indagine singolare sia per l’ampiezza che per l’illegalità: un enorme e sistemati co lavoro da biografi che, pur non essendo mai stato autorizzato dal Parlamento europeo, come richiesto dall’art. 6 del suo Regolamento, viene portato avanti, come niente fosse e sotto gli occhi di tutti, mediante un gran numero di uomini delle forze dell’ordine."

In sostanza un’accusa di scarsa sensibilità alla cultura, di conservatorismo, di operare in apodittica difesa di un potere che andava esso sì contrastato, e criminalizzando al contrario gesti che, come i miei, erano rivolti, nemmeno a sconfiggerlo, ma semplicemente a superarlo; perché ho sempre saputo di non poter importare da Marte gli uomini della mia rivoluzione culturale, ed ho sempre combattuto, non contro i cattivi o i cretini, ma contro la cretinaggine e la cattiveria, di cui coloro che la esercitano sono le prime vittime.

A parte poi che non credo all’onesta come valore, ma solo all’onesta come necessità sociale, ed, ispirandomi a quel proverbio del mio paese di origine che recita: "gente onesta in case vuote", non ho mai creduto all’onestà di nessuno, me compreso, ma solo alla necessità del controllo ad opera della giustizia civile, essendo la giustizia penale di ispirazione burocratica, ove per burocrazia si intenda: tendenza e rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere.

Accuse insomma, le mie, aliene da ogni rilevanza penale, benché, lo comprendo bene, sgradevoli per chi si consideri l’essenza della giuridicità, dell’acutezza e della positività (Il sol fatto di avere ormai raggiunto l’obiettivo di avere da mangiare e da bere, ci ha reso talmente prosopopeici che, da un punto di vista intellettuale, siamo diventati, come diceva Donna Maria, la madre di mio cognato, l’avv. Mariano Ferrante, una società di "pezzenti e cazzi arrizzati").

Con il risultato, tornando a noi, che, giunti in Cassazione civile, la Corte, con un gesto da cui non posso che dirmi colpito positivamente, ha rimesso la causa alla Corte di Giustizia del Lussemburgo per chiedere se il giudice italiano deve trasmettere gli atti al Parlamento europeo per la valutazione della sindacabilità delle affermazioni anche quando il deputato non ne abbia chiesto l’intervento, o comunque il Parlamento non sia intervenuto.

Benché, ad onor del vero, la mia prima eccezione fosse quella dell’illegittimità costituzionale dell’art. 1 del codice di procedura civile dove consente ai giudici di giudicarsi tra loro, garantendone così l’impunità; e la seconda l’illegittimità costituzionale della legge sulla "responsabilità dei magistrati".

Legge che in realtà sancisce la loro irresponsabilità, perché prevede che, mentre si può agire direttamente chiedendo in sede civile la condanna al risarcimento del danno dei pubblici impiegati per colpa grave e dolo generico, per farlo contro i magistrati è prima necessario ottenerne la condanna penale con sentenza passata in giudicato.

Eccezioni che colgo l’occasione per ribadire, ritenendo che il combinato di quelle due norme sia l’impossibilità di agire contro i magistrati per danni, tant’è che, allo stato, come dicevo nel doc. 31, ritenuto dal Parlamento di rilievo politico:

"I magistrati, salvo le faide o la necessità di gettare a mare qualche insalvabile, i processi tra loro se li fanno solo per ricostruirsi reciprocamente l’imene, o qualche altro smollato orifizio, mediante provvidenziali chirurgie assolutorie.."

Espressioni che dovrebbero essere assurde, impronunziabili, quando si parli di giustizia, ma che, a causa del modo di operare di certa magistratura, sono paradossalmente divenute oggetto di giudizio dinanzi al massimo tribunale planetario, giacché dovevo pur difendere le mie tesi, vista la solerzia con la quale ci si adoperava a sconfiggerle.

A parte poi l’attentato alla mia vita.

Corte del Lussemburgo la cui ambigua, modestissima, cialtronesca sentenza riguardo sia all’immunita in generale che me, pur giovandomi, riflette ugualmente la pochezza e l’incultura dei tempi, avendo essa eluso il mio quesito, poiché avevo articolatamente chiesto l’immunità, non in quanto deputato, ma in quanto filosofo.

Cose che, comunque, disonorano sì quella Corte, ma non rilevano in questa sede, rilevando invece che il rappresentante del Parlamento europeo, dopo avermi variamente elogiato adducendo che la materia dell’immunità si era evoluta in base alle mie tesi, e sempre in base alle mie tesi avrebbe avuto ulteriori evoluzioni (devo però osservare che si viene di solito insigniti di cattedre universitarie per molto meno, mentre io non sono stato nemmeno informato di essere il promotore di tali riforme), ha esibito, dinanzi a me, esterrefatto, la risoluzione nella quale si legge che l’11.6.02:

"Il Parlamento europeo decide che il caso dell’On. Alfonso Luigi Marra configura prima facie un caso di insindacabilità e che i giudici competenti devono essere invitati a trasmettere al Parlamento la documentazione necessaria a stabilire se il caso in questione rientra nell’ipotesi di insindacabilità prevista dall’art. 9 del Protocollo per le opinioni o i voti espressi dal membro in questione nell’esercizio delle sue funzioni; decide inoltre che i giudici competenti devono essere invitati a sospendere il procedimento in attesa di una decisione definitiva del Parlamento."

Risoluzione che il Parlamento ha trasmesso all’Ambasciata italiana, ma a cui qualcuno deve poi aver sbarrato il cammino, perché non è mai giunta nei fascicoli delle cause contro di me.

Benché ci sia da dire che, ex art. 7 n. 9 del Regolamento Interno del Parlamento Europeo andava trasmessa, ad opera del Presidente del Parlamento, anche a me, che invece non l’ho mai ricevuta.

Circostanza sulla quale chiedo si indaghi.

Interruzione del cammino di quella risoluzione di cui la giustizia, data la rigidità del protocollo, potrà facilmente verificare le circostanze, salvo poi capirne il perché, e se ci sono mandanti.

Indagini per facilitare le quali aggiungo che: -Il 27.6.02 il Segretario Generale del Parlamento Europeo (Julian Priestley) trasmetteva la risoluzione a S.E. Umberto Vattani, Ambasciatore italiano a Bruxelles.

-L’Ambasciata la trasmetteva al Ministero degli Esteri (che, pur variamente interpellato, in persona della dr Di Sabio e del dr Queirola, non ha fornito notizie), oltre che alla Presidenza del Consiglio, al Senato ed alla Camera.

Un’interruzione provvidenziale per coloro che hanno in precedenza assunto provvedimenti che, se le mie tesi nel campo della psicanalisi, della fisica, del diritto, della storia, dell’economia ecc. risultassero fondate, meriterebbero l’iscrizione all’albo degli autori sui quali è meglio stendere un velo pietoso.

Merito sul quale devo però soprassedere perché, per l’eventualità che i miei scritti abbiano rilevanza pubblica, ho il dovere di operare per vincere le tendenze sfavorevoli alla loro diffusione, e quindi precisare che, salvo non ne stia dimenticando qualcuno, i giudici giunti a condannarmi sul presupposto di qualificarli di tipo meramente privatistico, sono stati: in primo grado civile: Maria Sena, Monica Cacace, Marianna Lopiano e Marina Attenni; in appello civile: Luigi Martone, Teresa Casoria, Immacolata Zeno, Ettore Somma, Bruno Pappalardo, Marcello Iacobellis, Evangelista Popolizio, Sergio Iaquaniti e Lucia Pignatelli; in primo grado penale: I PM Roberto D’Ajello, Francesco Valentini, Maria Antonietta Troncone, Domenico Airoma, Vincenzo Di Florio e Anita Mele; i GIP Antonio Di Matteo e Maria Ferorelli.

Senza dimenticare il giudice Tea Verderosa, autrice dell’indimenticabile condanna per calunnia, che giace a tutt’oggi incancellata, perché la Corte D’appello di Salerno solo ora ha fissato, per il 7.5.2009, l’appello depositato il 30.12.05.

Un processo all’esito del quale, quand’anche mi si condannasse al carcere a vita, ad esserne colpito resterebbe francamente solo quel che rimane della credibilità e dignità della magistratura.

Con riserva, se del caso, di costituirmi parte civile per il risarcimento dei danni, chiedo di essere informato della richiesta di archiviazione o di proroga delle indagini preliminari, e quindi l’accertamento degli eventuali reati e dei colpevoli.

Avv. Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 165
  • Data: 12-03-2009
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