Sara e il Papa sodomita; Denis Verdini, il suo prode amico De Vincenzo e i servizi segreti; il TGCom, Le Iene, Sky, internet e la setta. Ovvero, la finta disfunzione della giustizia quale vera causa di tutti i mali.

L’abiezione – subita, esercitata ecc. – quale ineludibile cultura di fondo di ogni singola donna o uomo del regime che non sia un dissidente poiché consegue all’influsso della depravazione consumistica sull’antico dogmatismo monoteistico ebraico-cristiano. L’orgiasticità anerettile. La forse maggiore perniciosità sociale, non dei peggiori, ma dei migliori nell’essere peggiori. (L’ABIEZIONE DI MASSA)

È ovvio, cara Giustizia, che, se non eserciti il tuo ruolo di controllo, poi si scatenano queste gare di depravazione.

Quello che avresti dovuto fare in questo caso era sequestrare il film di Sara e assumere ogni altro provvedimento. E non obiettare che non avevi gli elementi perché ti ho dato cento volte prova di conoscere il diritto meglio di te.

Naturalmente sarebbe equivalso a dare ragione a me e dare uno schiaffo al regime e a quei poteri che, mediante degli esecutori materiali, hanno subdolamente spinto con le droghe e la violenza la mia testimonial a un passo dalla morte e al degrado morale per colpire così me e la nobile lotta al signoraggio.

E mi rendo conto che ormai quasi non lo sai più esercitare il tuo potere di controllo, perché vi hai abdicato da troppo tempo in favore delle banche e di chiunque ti abbia ben compensato per instillare nelle menti dei tuoi giudici quell’opportunismo e quel conservatorismo tanto più gravi quanto più inconsci, che divengono poi sovente corruzione materiale, e hanno fatto di te il vero responsabile di tutti i mali della società.

Una giustizia muta o loquace ad arte nel cui contesto mi ha quindi molto colpito, e per un attimo fatto un po’ sperare, l’intuire che la Procura e la DIGOS di Roma avessero compreso come stanno le cose e stessero adempiendo al loro ruolo.

Un attimo però, perché l’attimo dopo ho capito che il gioco è troppo grosso, e quei PM e quei funzionari saranno ora spinti dalla corrente contraria a ‘rientrare nei ranghi’, perché siamo nell’ambito di quell’immensa guerra che possono vincere solo i miei volantini.

Cose che somigliano, mi spiace ma non posso tacerlo, a quel che dice anche Sara, la quale, giustamente furiosa, si è messa alla fine a urlare di voler fare una conferenza stampa per chiarire che il motivo per il quale cerca di evitare di essere interrogata è che servirebbe solo a esporsi a chissà che, e a veder rimbalzare per anni brani del suo interrogatorio sui media, perché l’autorità avrebbe già dovuto intervenire in base a tutto quanto è stato detto, scritto, risulta e può essere facilmente accertato, sicché, se evita, è perché non ne ha voglia per motivi non esaltanti che ometto.

Troppo grosso il gioco non tanto perché in ambienti giornalistici si afferma (e De Vincenzo se ne sarebbe vantato con Sara) che l’anello di congiunzione tra lei e De Vincenzo è Denis Verdini, ma perché il regime ha mobilitato il suo immenso esercito: quell’80% dei cittadini dai pensieri grevi di cocaina e altre droghe più o meno ‘leggere’.

Drogati che sta spingendo a tifare per il prode De Vincenzo usando i media e internet.

Un 80% degli italiani già in stato confusionale e che ora, per di più, il regime sta spingendo a eleggere a modelli: i lenoni, gli spacciatori, gli estorsori, i truffatori, i prostituti e i pornografi.

Verdini che non credo sia lontano dai servizi segreti perché è legato ai miei vecchi amici Arcangelo Martino e Pasqualino Lombardi, e se di Arcangelo – che conosco da quando, dal 1975 al 1985, ero avvocato della CGIL – non posso dire altro che ne ho un buon ricordo e non lo immagino autore di chissà cosa, e so solo che nei servizi aveva un ruolo preminente, di Pasqualino, che ho frequentato dal 94/99, posso invece attestare che, se quello che faceva lui era reato, allora deve andare in carcere tutta la magistratura italiana, perché Pasqualino non era legato a questo o a quel giudice della Corte Costituzionale, ma si dava del tu con i vertici di gran parte della giustizia italiana, era amico personale di moltissimi di loro, e non interferiva in questa o quella cosa, ma, com’era noto a tutti, era il crocevia e lo snodo di ogni nomina, fatto o cosa importante accadesse in ambito giudiziario, sicché bisognerebbe garantirgli ogni immunità purché parli, perché, ormai che il tempo ha raffreddato le cose, ciò consentirebbe di scrivere la storia vera della profonda politicizzazione e degenerazione della magistratura in questi decenni.

Ma, tornando a Sara, credo vada anche accertato se è vero che, diversamente da quanto De Vincenzo aveva riferito a Sassone e io ho poi scritto nella denunzia, non lo conosceva da due settimane né è salita con lui a Milano col treno delle 9 del 6.6.12, giorno del film, ma lo ha conosciuto solo quel pomeriggio sul set della farsa, organizzata da TGCom e Le Iene, in cui le si offre di fare un film porno in cambio di una valigia piena di finte banconote.

Farsa in cui De Vincenzo, sempre secondo quanto riferisce Sara, e quindi da verificare (non direi chiedendolo a Sara), sarebbe stato invitato, guarda un po’, a recitare proprio la parte del produttore porno; naturalmente (che dubbio c’è?), non per sollecitazione di Verdini, ma per l’apprezzamento di Le Iene e TGCom delle note vette morali già scalate nel campo della fotografia profittevole e in altri affini.

Porno per farsa che è finito circa alle 19, ma che De Vincenzo, se ne osservi la genialità, è stato capace, sempre secondo quando Sara ha già detto a chiare lettere nella registrazione, di trasformare in un porno vero – entro un’ora da quel momento e dopo solo poche ore da quando l’ha conosciuta – addormentandola in macchina con la morfina o il valium mentre fingeva di portarla in albergo, svegliandola poi con lo speedball per farle girare il porno, e riaddormentandola per riportarla a letto, vestita.

Una situazione in cui – lo faccio sommessamente notare alla Procura – se Sara fosse poco attendibile perché pazza, saremmo di fronte a un’aggravante e a un motivo, non per archiviare, ma per accelerare le facili indagini presso il gran numero di persone interrogabili. Evitando così anche che tutta Italia debba star lì ad almanaccare.

Porno per il quale occorrerebbe poi forse anche accertare se è vero che non ha ricevuto nulla, come ha poi detto smentendo di aver ricevuto 10.000 euro, e il cui contratto – eccone un’altra – le è stato fatto firmare (risulta dalle foto messe in rete proprio da De Vincenzo) solo quando era già truccata e vestita per girare non si capisce neanche se il porno farsa o il porno vero.

Gesta pornografiche di Sara illegittimamente realizzate e ora illegittimamente divulgate persino da Sky, oltre che dall’intero apparato mediatico e da internet, sempre nella logica di screditare lei per tentare di screditare la lotta al signoraggio.

Apparati tra i quali persino una setta con tanto di ‘maestro’, alla quale pure la giustizia dovrebbe credo chiedere perché e in virtù di quali prerogative è intervenuta così perentoriamente per vietare alla madre e al padre di Sara, arruolatavi dai genitori penso fin da bambina, di assumere iniziative in sua difesa.

Inutili sforzi collettivi perché, se sopravvive alla droga con cui, sfruttando il suo vizio, si cerca di annientarla, o se prima qualcuno non la ammazza o non ammazza me, chiederò proprio a lei di interpretare il video sull’abiezione, affinché il discredito con cui l’esercito dei mentecatti vorrebbe, usando lei, colpire me, gli si ritorca contro.

Una fogna universale in cui, salvo me e qualche altro ateo, siete tutti credenti, e di cui sa bene pure lui, Benedetto (altro che Sara dunque..), tant’è che lo dice che: «La chiesa non è una comunità di perfetti ma di peccatori..».

Vizi ecclesiali che non stupiscono per il propendere all’amor carnale anziché estasiarsi del divino, ma per la mancanza di tempra, anche ad altissimo livello, nel sopportare la rinuncia.

‘Peccaminosità’ sessuale sociale ed ecclesiale simbolica della fine della religiosità, la cui apparente diffusione è solo eresia, perché le religioni di origine ebraico-cristiana si incentrano sulle regole sessuali.

Eresia perché, a cominciare dal Papa e dai Cardinali, tutti si inventano le regole religiose come gli pare, trascurando che sono scolpite nella bibbia, nei comandamenti e negli atti della chiesa.

A parte poi che il vero delitto ecclesiale non è il tripudio di pratiche omo o etero-sessuali, ma la partecipazione al massimo crimine planetario, cioè al signoraggio che, senza la condivisione papalina, cardinalizia e dell’intera chiesa, non potrebbe esistere.

Io invece non pecco mai contro le mie regole atee e, se lo commetto un peccatuccio, subito devo scusarmene o rimediarvi. E questo non per merito mio, ma perché le mie convinzioni sono logiche, sicché attenervisi è facile, anzi inevitabile.

Convinzioni antireligiose, le mie, perché la vera civiltà non può iniziare se non finisce la visione religiosa del mondo.

Non può perché credere all’esistenza dell’inesistente o a cose come la verginità/maternità si configura nella mente individuale e collettiva come un errore al quale poi conseguono quegli altri errori e sistemi di errori interrelati che vi hanno trasformato in una società di psicopatici.

Cose che scrivo non certo per offendervi, ma per illustrarvi la necessità di rivolgere a voi stessi l’analisi, infrangere la barriera del vostro inconscio fittizio, dirvi quello che non vi siete mai voluti dire, e giungere così a quelle nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già sapete che vi libereranno dei vostri limiti e della vostra sofferenza e libereranno la vostra intelligenza.

Un infrangere la barriera del vostro inconscio fittizio che vi conviene, altrimenti continuerete ad abbrutirvi nei tentativi di cambiamento più strambi pur di non intraprendere il cambiamento che ho tracciato io nel 1985 in La storia di Giovanni e Margherita, e che ribadisco in ogni mio scritto e nelle parole di ogni mio video.

Anche perché vi trattiene solo il fatto che oggi occorre una democrazia geniale, per cui voi, che siete gonfi di illusioni e zeppi di limiti e di complessi, impazzite di gelosia.

Gelosia e odio che, diceva mia madre Caterina, vanno evitati, perché ti avvelenano senza recar danno a chi ne è oggetto.

Pazzi di illusioni e gelosie figlie del conflitto inestinguibile fra il non volere ammettere di essere depositari di una verità minore, e il non volere erogare a nessun costo un maggior impegno per acquisirne una maggiore.

Illusioni, gelosie e fantasie che iniziano 3.500 anni fa con il primo dogmatismo monoteistico ebraico e poi cristiano, con il quale quei remoti avi spedirono ‘in cielo’ le divinità per togliersele dalla fisica e poterle così liberamente ridipingere nel modo che gli serviva per realizzare quella meravigliosa invenzione che è la democrazia.

Democrazia che, se non avessero cacciato gli dei dalla natura, non sarebbe stata possibile, perché la natura è aristocratica.

Democrazia ora però troppo complessa per poterla continuare a basare su queste strullate, e che richiede quale nuovo strumento culturale il mio razionalismo/misticistico (cose tutte per le quali devo rinviare a da Ar a Sir: la mia storia delle culture e delle religioni dalle origini ai giorni nostri).

Anche perché prima i dogmi li istituiva la collettività nell’interesse generale.

Oggi invece ognuno si inventa il suo personale ‘credo’ dogmatico che poi, siccome siete quasi tutti drogati, e in gran parte cocainomani, è di solito ispirato dalle sostanze.

Un grande fiume di eventi a partire, a Roma, nell’anno zero, dal prevalere del dogmatismo monoteistico ebraico-cristiano sul naturalismo aristocratico-pagano.

Un grande fiume nel quale, da ultimo, si sono sversati i liquami del sempre più vasto affluente della ‘cultura’ consumistica.

Un consumismo che consiste nella subordinazione dell’uomo all’economia anziché dell’economia all’uomo: un rovesciamento che ha richiesto l’impianto, nel fondo dell’anima di ognuno di voi che non sia un dissidente, della cultura dell’abiezione.

Un’abiezione che può essere subita, esercitata, difensiva, diretta, mediata, di sponda, di spighetto, celata, sfrontata, ambigua, signorile, raffinata o repressa, ma è inevitabile.

Pubblica abiezione con la quale devo scontrarmi, non importa come reagirete, perché vi amo troppo per potervi tacere che siete una società in maggioranza di drogati, psicotici, vigliacchi, illusi, e anche schifosi, fetenti, canaglie e spesso veri delinquenti.

Una gran confusione che tra l’altro ha reso molti di voi omosessuali e anerettili.

Omosessualità che è una mistificazione fosse ammessa presso i greci e i romani, perché i romani toglievano agli omossessuali passivi la cittadinanza e i greci li disprezzavano. Mentre la verità è che i costumi erano libertini e gli omossessuali passivi erano in pratica gli schiavi.

Ora, io ho scritto in La storia di Giovanni e Margherita che l’omossessualità è frutto della difficoltà di reggere il rapporto di coppia eterossessuale, e quindi della tendenza a cercarsi dei ‘contrattini’ più agevoli.

Una difficoltà di reggere le donne che ha come primo effetto l’anerettilità, ma che oggi non si risolve più con l’omosessualità perché anche quei rapporti sono divenuti difficili, sicché il contesto omossessuale è in sostanza anerettile.

Mi ha raccontato infatti la mia amica dalla testa gloriosa di aver visto qualcuna di queste ‘orge’ nelle quali spesso molti sono tronfi ovunque di palestra, ma nessuno lo è lì, sicché non resta che l’alcol, la droga, la musica e lo sconforto di aver fatto una scelta sessuale a tacer d’altro disagevole per poi ritrovarsi anerettili in massa: un’amara vendetta della coerenza contro la follia dogmatico-monoteista-consumista.

Uomo o donna, Cardinale o Papa, tu sia, ti prego quindi: non adontarti, e contribuisci anzi a divulgare il frutto del mio durissimo viaggio conoscenziale per aiutare l’umanità a difendersi da se stessa.

Che ti animi infatti la bontà di chi non fa che praticare e professare il bene; o la passione missionaria; o la corruzione morale e materiale della magistratura; o la ‘sobrietà’ criminale dei bilderberghini; o la pochezza di una Severino, intenta a devastare il processo civile e la legge Pinto per liberare i poteri dai controlli giudiziari; o l’irreprensibilità ancorché psicotica della ‘Luisa’ di cui a Il labirinto femminile; o l’atrofia della sensibilità di una ‘Ilenya’; o la troppa spregiudicatezza di una Sara; o il cinismo dei politici; ripeto che la cultura di fondo che ti avvince è quella dell’abiezione, e non te ne libererai se prima non ti liberi dalla visione religiosa.

Fermo restando cioè che va riconosciuto il valore dell’impegno e della rettitudine, e va reso onore ai positivi, ai missionari e alle ‘Luisa’; e non ai cattivi, ai disimpegnati, ai corrotti, alle ‘Ilenya’ e alle Sara, va però approfondita l’analisi.

Va approfondita perché, in virtù della causalità necessaria, ogni cosa (e ogni gesto) è l’unico effetto possibile, in quell’ambito temporale e spaziale, di un numero imponderabile di cause interrelate; per cui la responsabilità è relativa.

Una relatività alla quale deve conseguire che, una volta accaduti gli eventi, si deve tener conto, anche in sede penale, del contesto motivazionale che li ha generati, ottenendo così lo spostamento dell’asse del processo dal reo alle cause del reato.

Responsabilità e pena che devono essere civili e limitate a quel che occorre, ma devono rimanere ferme, perché devono diventare anch’esse cause che influenzeranno le scelte che verranno.

Scelte che, sempre badando a salvaguardare la società, bisogna facilitare siano positive rendendo vantaggioso il pentimento e il cambiamento.

Abiezione a cui bisogna sottrarsi anche quando, come in ‘Luisa’, sia solo subita; o meglio: espressa strategicamente da una posizione difensiva mirante a salvaguardarsi dall’abiezione altrui.

Perché è proprio l’abiezione ‘buona’ che per certi versi determina gli effetti più perniciosi.

A parte poi, a riprova di quanto tutto è difficile da inquadrare, che, ad esempio, l’irreprensibilità, quando è illogica, non garantisce l’attendibilità, perché è destinata a infrangersi o quando se ne presenti l’occasione o quando arrivi all’apice. E se no infrange chi la coltiva.

Siamo cioè, questo è il punto, nella fattispecie in cui l’essere migliori configura quell’esercitare al meglio una cosa errata che dà luogo alla categoria dei migliori nell’essere peggiori.

Migliori nell’essere peggiori che, siccome effettivamente esprimono un maggiore e migliore impegno, forniscono dell’abiezione espressioni ‘positive’ che la perpetuano perché concorrono a formare il costume.

Paradossalmente, cioè, mentre i peggiori evidenziano il malcostume e lo mettono in crisi, i migliori nell’essere peggiori vengono pervasi da quella pretesa al riconoscimento che è la radice del perbenismo e rende ‘diversamente deprecabili’ e incorreggibili.

Mille tipi di abiezione tra i quali è arduo stabilire graduatorie di negatività, e più ancora di positività, ma tutti caratterizzati dall’intento di dimostrare la propria ‘bontà’, alimentando così un cieco conservatorismo rivolto a salvaguardare, non tanto l’economia, quanto gli assetti emotivi e sentimentali di ognuno, che cambierebbero, si teme, se cambiasse l’economia.

Un quadro nel quale una ‘Ilenya’ o una Sara può darsi sentano l’esigenza di cambiare, mentre una ‘Luisa’, non parendole di avere nulla di cui pentirsi, rischia di cristallizzarsi acriticamente nella sua abiezione subita.

‘Buoni’ oltretutto di una ‘bontà’ spesso fatta per lo più di ingenerosità, poco coraggio e strategismo.

Un’abiezione che non si può eliminare con delle decisioni, come gli uomini tentano di fare da millenni, ma solo sostituendo al monoteismo dogmatico il razional-spiritualismo.

Cosa che ora avverrà perché la conservazione non conviene più e i tentativi di dirottare il cambiamento che propugno sul binario morto di un’impossibile ottimizzazione dell’attuale, errato regime non funzionano più perché non ci sono più risorse per pagare il consenso.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 197
  • Data: 16-07-2012
Letto 2743 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Marzo 2013 11:11