Al Parlamento e ai tanti buoni Magistrati

circa il fatto che, a Napoli, la "megainchiesta" sui falsi invalidi costituisce in realtà lo strumento per sottrarre gli apparati burocratici ed i poteri all'opera regolatrice della giustizia civile, e consentire che continuino a divorare, senza benefici per la collettività, le ingenti risorse teoricamente destinate agli invalidi.

Fui proprio io che, lottando insieme ad altri colleghi, 5, 6 anni fa, riuscii ad ottenere, dalla Sezione Lavoro e dalla Sezione Esecuzioni della Pretura di Napoli, l'affermazione della pignorabilità, presso la Banca d'Italia, del denaro del Ministero dell'Interno e per esso delle Prefetture. Una cosa che metteva seriamente a rischio la bella libertà con la quale avevano fino a quel momento gestito i "loro" soldi.

E' facile immaginare la reazione del mostro dei poteri e delle burocrazie, fatto di tante cellule ognuna delle quali era un uomo o una donna punto nel vivo dei suoi interessi di fondo. Mi riversò addosso un delirio di passioni astiose fino al ridicolo.

Proseguimmo per alcuni anni in un clima sempre più rovente, e giungemmo alla primavera 1994, epoca in cui il cuneo delle nostre procedure stava per provocare una riforma basata sull'eliminazione della materia del contendere: i ritardi decennali, le insopportabili "disfunzioni" e gli abusi. (Ecco l'effetto regolatore della giustizia civile).

Ma il mostro non era disposto ad accettare la sconfitta di dover cambiare. L'Ufficio Legislativo del Ministero dell'Interno scrisse allora un decreto legge su misura che, nella disattenzione generale, fece passare e convertire in Legge: una Legge che, smentendo anni di giurisprudenza, avrebbe voluto riaffermare la generalizzata impignorabilità del "suo" denaro.

Quei legislatori da caserma, nella confusione degli innumerevoli "principi" che introdussero, dimenticarono però di disciplinare l'unico punto che gli interessava, sicché, dopo alcuni mesi di nuovi ed odiosi contrasti, ancora una volta fui proprio io a superarla.

Avevo di nuovo chiuso il mostro in un angolo. L'urto del fetore del suo malessere fu tale da convincermi a lasciare la professione non appena esaurito il contenzioso pendente, ma non lo temevo perché lo sapevo conscio sia del fatto di avere di fronte a sé solo una versione giornaliera di me, e sia del fatto che ogni attacco avrebbe alimentato il mio vero io che -- indipendente dal quotidiano nel quale mi ha costretto l'invidia sociale per le mie tesi -- vive nei miei libri.

Fu allora che la "megainchiesta", pendente da sempre con scoppiettii di "scandali" destinati a non mutar nulla, si convertì in un ininterrotto atto di intimidazione contro noi avvocati -- l'antico contropotere -- nonché in un tentativo di additare addirittura noi come responsabili delle false pensioni: noi che le pensioni le otteniamo, quando ci riusciamo, attraverso i processi dinanzi ai Giudici delle Sezioni Lavoro e Previdenza.

Un tentativo, quello di accentrare l'attenzione sulle false pensioni, alimentato proprio da loro che le hanno sempre prodotte, allo scopo, per salvare il salvabile, di distogliere dal problema del modo in cui viene complessivamente gestita quell'immensa quantità di denaro pubblico. Perché l'apparato burocratico, i poteri e i loro terminali, dopo aver gonfiato enormemente le entrate, le divorano essi stessi.

Un tentativo affidato ad un gran numero di individui di poco conto, i quali, speculando sulla loro invisibilità, si muovono tuttavia con l'arroganza di chi sa di poter contare sulla collusione di un vasto contesto. Un tentativo che si esprime attraverso una larga e radicale opera di setacciamento, convocazione, strapazzatura, vera e propria minaccia eccetera dei clienti, intruppati in massa negli inquisitori uffici perché narrino come hanno conosciuto il loro avvocato, dove lo hanno conosciuto, quali motivi hanno mai avuto per scegliere tale anziché tal altro avvocato, passando man mano dalle allusioni alle calunnie, alle ingiurie, ai lazzi e ai frizzi rivolti però, in un clima da bue che chiama cornuto l'asino, sia a gettarli contro i loro difensori, attivando anche la stampa di sentina, e sia a subornarli.

Tutte cose previste naturalmente come reati e cause di licenziamento, ma che costoro fanno tranquillamente sentendosi coperti, loro sì, dall'immunità basata sull'esercizio sistematico della minaccia, appreso del resto per guadagnarsi la vita, perché è da manuale che gente così, se la si va a conoscere meglio, la si ritrova attrezzata al di sopra delle sue possibilità e piena di posti, pensioni, licenze, permessi speciali, doni, favori, servizi, forniture di alimentari e caccavelle per sé, per il parentado, per le commarelle e per i comparielli tutti meglio che se fossero politici della così detta prima repubblica.

Ma veniamo ora a noi, maggioranza dei Signori buoni Magistrati. Ebbene, amici miei, ricordate a quando risale il mio primo documento di doglianza per queste cose? No! Va bene, ve lo ricordo io! Si intitola "Il fior fiore delle Istituzioni quale strumento di intimidazione di Stato", reca la data aprile 1991, ma si riferisce a fatti antecedenti, ed è raccolto, insieme ad altri, in "La storia di Aids", un volume che, come gli altri, vi inviai ancor fresco di stampa.

E ricordate l'episodio con il quale comincia? Quello di quando, in circostanze analoghe, ricevetti la visita di due agenti della "squadra omicidi" che, irruppero nel mio studio, mi chiusero in una stanza, e mi interrogarono a lungo in relazione ad un non precisato omicidio, attenuando poi i toni man mano che cominciavano a spaventarsi loro di fronte al gonfiarsi crescente dell'ira stupefatta che mi andava invadendo, fino a quando, per uscirsene dal rotto della cuffia, ridussero il motivo della visita al fatto che da me, per carità!, non volevano saper altro che delle notizie su di un omonimo del proprietario del mio studio, del quale però non sapevano il nome, e che era poi una molto anziana e degnissima signora.

Ed eccoci così alla mia domanda! Possibile che nessuno abbia trovato il tempo, in dieci anni, di dire una parola, per esempio, di fronte a tante proposte culturali e nel mentre si trovi tanto tempo, tante energie e tante risorse pubbliche da dedicare al desiderio di rompere l'anima alla gente?

E' un classico? Sì grazie lo so! Solo che non siamo più ai tempi in cui le guardie regie, pur rubando apertamente il sale dal dorso dei muli dei contrabbandieri, riuscivano nel contempo ad imporsi senza discussione come emblema del perbenismo. Oggi non credo si possa più continuare la litania che non bastano gli uomini e i mezzi per fare le indagini e concludere l'oceano dei processi, e sprecare poi gli anni in lavori da biografi.

Oltretutto il costo globale di un'ora lavorativa del peggio pagato dei poliziotti farebbe ormai venire il mal di pancia a chi dovesse pagarlo di tasca propria. E se foste un'impresa, da tempo sareste falliti. Tant'è che il moralismo statuale, se fino a poco tempo fa aveva una credibilità inferiore a quella dell'antistato, anche oggi -- nonostante tanta favorevole pubblicità televisiva -- ispira solo sfiducia e paura.

Questo perché, nonostante la maggioranza delle persone sia religiosa, la collettività aspira alla morale come mezzo per mediare, per quel che si può, le contraddizioni di questa vita, e non come mezzo per rifulgere nella prossima di verginità alle quali non crede nessuno.

Ed ogni buon giurista sa che solo la giustizia civile -- in virtù dell'eterna pressione delle parti -- ha un effetto regolatore che aiuta l'evoluzione politica della società.

Quella penale, dunque, ferma restando l'importanza del suo ruolo, quando vuole atteggiarsi a tracciatrice della morale, non godendo dell'ausilio delle parti, cade sempre nel moralismo e produce essenzialmente solo danni. Specie in riferimento alle cause dense di implicazioni politiche, dove, essendo essa stessa potere e burocrazia, è coinvolta nell'esito dei suoi provvedimenti.

Cose delle quali però il Parlamento non può solo continuare a parlare all'infinito, e che rendono ormai indifferibile una riforma anche nell'interesse della maggioranza di buoni Magistrati. Una riforma che, fra l'altro, indichi l'errore grave e l'abuso di potere -- per delirio di onnipotenza o per interesse privato o di gruppo -- quale comportamento da perseguire con efficacia sia civilmente che penalmente e che segni profondamente la carriera di chi lo compie nei casi in cui non sia invece opportuno interromperla.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 12
  • Data: 15-11-1995
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