Circa il cosa sia in realtà ciò che comunemente viene definito "disoccupazione", ed il come questo problema possa essere risolto. Circa il cosa significhi non essere né di destra né di sinistra né di centro.

Circa la legge sull'etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici. Circa la necessità della politicizzazione della giustizia. Circa il fatto che a questi livelli di metodo nell'esercizio della politica l'errore consiste nell'avere degli obiettivi, perché essi non possono essere raggiunti.

Non era forse noto da gran tempo che la meccanizzazione avrebbe prima o poi liberato l'uomo dalla "schiavitù" del lavoro? Ebbene, lo sta appunto liberando! E siccome cresce a ritmi meravigliosi, fra non molto, se ci ostineremo a concepire questa liberazione come "disoccupazione", i "liberati" costituiranno la stragrande maggioranza della popolazione! Il che è assurdo perché l'evoluzione tecnologica è patrimonio dell'uomo, non dei proprietari di impianti, ed il suo sviluppo non può diventare una sventura per la collettività.

La tecnologia deve infatti liberare l'uomo dal lavoro come costrizione, ma non dal lavoro come strumento per realizzarsi concorrendo nel contempo allo sviluppo del contesto.

L'industrializzazione vigente è invece semplicemente rivolta a perpetuarsi attraverso la produzione di ciò che più conviene alle aziende, e non di ciò che occorre alla società.

Produzioni, cioè, inutili almeno per il 70%, ma poi imposte anche a costo, pur di vendere, di abbassare deliberatamente il tono intellettuale della società per diminuirne la capacità di difesa.

Quanto al lavoro, essa lo considera come un mero aspetto problematico del processo produttivo, sicché è "coerente" che cerchi di eliminarlo.

Il che evidenzia la sclerosi della "moderna" industrializzazione, che non riesce a capire come solo una profonda riconversione la possa salvare.

Essa infatti, piuttosto che cercare di continuare a subordinare la società alle sue logiche produttive, dovrebbe accettare di subordinare le logiche produttive alle reali esigenze sociali, perché la società si ribella con una veemenza crescente all'imposizione dei consumi inutili (dannosi in quanto inutili).

Tutti sanno ormai che è possibile produrre energia alternativa, motori ad acqua, prodotti agricoli senza pesticidi, materiali non inquinanti in sostituzione di quelli inquinanti, trasporti collettivi sofisticati in sostituzione di quelli personali sempre più problematici eccetera.

Cose che creerebbero una nuova qualità di benessere, rilancerebbero l'occupazione, risolverebbero il problema ambientale, ed insomma attenuerebbero l'enorme pressione di quelle contraddizioni che ci rendono "poveri" nonostante il sistema industriale sia in grado di soddisfare tutti i bisogni reali.

Il sistema invece, non avendo la forza di riconvertirsi, ma essendo tuttavia ancora molto potente, riesce a bloccare la nascita di una nuova industrializzazione, che lo sconfiggerebbe, e persiste nelle produzioni consumistiche, che ci impoveriscono sempre di più, sia perché assorbono inutilmente materie prime, carburanti, energia, lavoro eccetera, e sia perché la domanda si contrae sempre di più mandando in crisi i mercati, il cui motore è incredibilmente costituito dalla nostra insoddisfazione.

La logica del sistema è infatti quella di caricare ciascuno del desiderio di cose il cui consumo, data la loro inutilità, è destinato a creare nuova insoddisfazione che causerà poi nuovi desideri e nuovi consumi inutili all'infinito.

Problematiche queste la cui soluzione richiede il superamento delle concezioni sia di destra, che di sinistra e di centro.

Riportandoci ai concetti di industrializzazione espressi prima, credo infatti occorra impostare la rifondazione della società sul principio del riconoscimento all'individuo ed all'imprenditoria della libertà e della possibilità di svilupparsi anche all'infinito, come vuole la destra, ma solo se si è in grado di impostare il proprio sviluppo in una maniera funzionale anche allo sviluppo della società, come certamente non può spiacere alla sinistra.

Un principio che vorrei sottoporre anche all'esame delle non poche forze che, avendo individuato il centro come posizione ideologica ottimale, non riescono però a definirne le connotazioni, tant'è che si limitano a qualificarsi "moderate".

Una "moderazione" che, in mancanza di precisazioni, rischia di divenire un mero porsi a mezza strada fra due errori.

Errori che hanno dato luogo con le loro infinite implicazioni ad un "metodo", un modo di essere e di esercitare la politica in virtù del quale è errato avere degli obietti perché non possono essere raggiunti.

Nulla infatti potrà essere intrapreso se prima non si riuscirà a giungere a nuove forme della conoscenza rispetto a tutto quanto già si sa, poiché, come a Babele, tutto è stato travisato, sicché occorre ripartire dall'acquisizione del vero significato delle parole.

Il che, riferito all’attuale momento politico italiano, potrebbe significare che nel mentre si abborda il tema della riforma costituzionale sarebbe forse opportuno chiedersi cos’è una Costituzione, approfondire lo studio di quella che già abbiamo e cercare di sfruttarla al meglio.

Anche perché una condizione peggiore di quella attuale potrebbe facilmente essere quella di trovarsi di fronte a dei governi fondati su presupposti sbagliati e privi di forza, ma cionondimeno irremovibili.

Tanto più che se è vero, ed è vero, che la crisi deriva dalla crescente contrazione della domanda di beni inutili, la crisi peggiore si abbatterà proprio sui paesi "meglio" industrializzati, i quali sono stati troppo integralisti nel credere alla formula produttiva consumistica, esauritasi nell’arco di un cinquantennio.

Per cui, piuttosto che imitarli, mi sentirei di indicar loro l’Italia quale esempio, perché la nostra apparente "inciviltà" non è che la pena che paghiamo per non aver voluto o saputo aderire così visceralmente ad un modello di sviluppo talmente sbagliato che se non si riuscirà a fermarlo in tempo distruggerà il pianeta.

D’altra parte lo studio del tipo di presidenzialismo da adottare non impedisce la ricerca di soluzioni più a portata di mano.

Da mesi, ad esempio, ho scritto una proposta di legge per l’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio.

Un’etichettatura dei singoli prodotti o delle cassette dalla quale risulti il luogo di produzione o di pesca, visto che ormai ben poche cose sono più internazionali di un banco di vendita di fruttivendolo, macellaio o pescivendolo.

Una etichettatura che, essendo notoriamente i prodotti italiani i migliori del mondo, causerebbe, una volta che fossero divenuti riconoscibili, il loro lancio immediato sul mercato sia nazionale che internazionale, magari con l’aiuto di un minimo di campagne informative.

Rilanceremmo così, non l’agricoltura, ma l’intera Italia, perché è l’agricoltura la vera risorsa dell’Italia, e ciò, si badi, mediante l’attuazione del fondamentale e fin qui violato diritto delle genti di nutrirsi dei prodotti migliori alle migliori condizioni di prezzo.

Ebbene, solo con l’aiuto di Casini, al quale devo dare atto di aver intuito l’importanza della cosa, la proposta di legge è stata presentata in Parlamento, dove ora giace da tempo.

Ecco, si tratta di un modesto esempio: una legge a costo zero, a difficoltà zero, e per di più attuativa delle direttive europee, alla quale non sarebbe difficile aggiungerne alcune altre che, presidenzialismo o non presidenzialismo, produrrebbero nel mentre significativi vantaggi per tutti.

Difficile e densa di implicazioni, ma non per questo meno indispensabile, è invece una riforma che introduca il criterio in virtù del quale la valutazione penale dei gesti cittadini debba avvenire solo in base alla precisa conside- razione dell’ambito esistenziale globale nel quale sono stati compiuti.

Un criterio che in qualche modo esiste già attraverso vari strumenti giuridici, ma che va riedificato dalle fondamenta e reso autenticamente efficace.

E’ vana infatti ogni sentenza di condanna di questo o quel malcapitato quando si sappia che non muterà il comportamento dei cittadini, visto che la violazione delle leggi costituisce sovente un’inevitabile prassi.

Occorrono cioè leggi che consentano al giudice di estendere il suo giudizio fino alle cause sociali dei reati affinché inizi il vero processo: quello alla cultura: un’entità di cui tutti si compiacciono di parlare superficialmente, ma che nessuno ha il coraggio di affrontare veramente.

Per farle occorre sgombrare il campo dal pregiudizio del "timore della politicizzazione della giustizia".

La giustizia infatti è già politica perché non può che esserlo, visto che consiste appunto nell’interpretare ed applicare le leggi, ovvero la volontà politica dei popoli, sicché in realtà bisogna solo evitare che diventi partitica.

Cose, mi rendo conto, che è forse troppo chiedere ad un contesto così prevaricato dai luoghi comuni, ma senza le quali, sarà bene disilludersi, la civiltà non avanzerà di un passo.

Faccio presente infatti agli esterofili che se nemmeno noi, che da sempre abbiamo questo ruolo, riusciremo a forgiare il nuovo modello culturale, nessun altro potrà farlo.

Virgilio, mediando i valori omerici e biblici, tracciò con l’Eneide il codice dei valori della società occidentale.

Dante lo riformulò codificando nella Divina Commedia i valori della società borghese nel mondo.

La società odierna non andrà avanti se prima non avrà adottato il suo nuovo codice: quello fondato sulla morale come necessità sociale e non più come valore per conquistarsi il paradiso!

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 16
  • Data: 06-02-1996
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