Causa della fondazione e ideologia del P.A.S

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Il PAS non è un partito di destra né di sinistra né di centro, perché la destra erra nel privilegiare l’individuo, la sinistra nel sacrificarlo, ed il centro nel porsi a mezza strada fra due errori.

Il PAS è invece fondato sul diritto di svilupparsi liberamente, come vuole la destra, purché lo sviluppo individuale sia funzionale allo sviluppo della società, come non può che piacere alla sinistra.

Ciò coincide con il concetto di intelligenza, che è infatti la capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri.

Esso dunque nasce dal superamento degli attuali schemi ed ha l’obiettivo di affermare una nuova regola sociale (morale) atta a spezzare lo steccato delle pseudoculture all’interno del quale si svolge la vita del contesto umano, tutte univocamente rivolte ad indebolire le collettività per poter poi realizzare la subordinazione dell’uomo alle logiche produttive anziché delle logiche produttive all’uomo.

Subordinazione dell’uomo all’industrializzazione anziché dell’industrializzazione all’uomo che costituisce poi la definizione sintetica di ciò che da decenni viene qualificato "consumismo": una concezione imposta dal sistema industriale con l’avallo dei mezzi di informazione utilizzati come mezzi di formazione del pensiero di massa, e con la complicità delle stesse collettività, rese consenzienti attraverso un sempre più ampio e collusorio sistema di pseudo - corrispettivi.

Con il risultato che l’industrializzazione, che è il massimo evento positivo mai verificatosi nella storia dell’universo conosciuto, si è caricata di valenze pericolosissime addirittura per la continuazione della vita umana sul pianeta, oltre che lesive della dignità dell’uomo; tanto più alienato e sconfitto quanto più cresce questa concezione di sviluppo.

E valga da esempio la falsocultura della "necessità degli equilibri atomici", con la quale, al solo scopo di arrecare benefici all’industria di guerra, si è riempito il mondo di materiale radioattivo il cui smaltimento, ammesso sia possibile, costituisce uno dei massimi problemi moderni; la falsocultura dell’ineluttabilità della proliferazione infinita delle automobili, che hanno inquinato la terra, il mare ed il cielo, e costituiscono sicuramente, per quanto ci si adoperi per negarlo, una delle principali cause sia della rarefazione dell’ozono che dell’effetto serra; ed in generale la falsocultura della pretesa coincidenza tra sviluppo ed aumento indiscriminato dei consumi.

Culture attraverso le quali l’imprenditoria, atomica e non, e le banche, che sono poi la stessa cosa, con il conforto dell’apparato scientifico da esse stesse generato, e con l’appoggio dei mezzi di informazione, hanno messo a rischio l’abitabilità del pianeta.

Ciò, peraltro, in una logica che ha pregiudicato lo stesso sistema industriale che, producendo beni per la maggior parte inutili, non riesce più ad imporli come vorrebbe alle collettività sempre più riottose, sicché - c’è da augurarsi esista un’imprenditoria illuminata che lo capisca - potrà risollevarsi solo nella misura in cui diventerà umanistico.

Ovvero se riuscirà ad interpretare le esigenze delle collettività ed a riconvertirsi in funzione della produzione di ciò che serve, anziché accanirsi nell’imposizione, con artifizi sempre più inaccettabili e meno efficaci, di beni dannosi in quanto inutili.

Fermo restando che ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità, perché ribadisco che per potere si deve oggi intendere: "forza che, monolitica e puntiforme nella fase primaria, ha dapprima avuto la necessità di diventare tentacolare, abbracciando, per poter continuare ad esistere, un numero di adepti sempre più grande man mano che la democrazia cresceva e si affermava, per poi organizzarsi, da ultimo, come forza in sé di cui ciascuno è per certi versi vittima e per certi versi protagonista; forza in sé dunque che ha avuto la necessità di avere il consenso di tutti e che tutti appunto ha dovuto coinvolgere per potersi svolgere, pur rimanendo nel contempo verticistica e prevalentemente rappresentata dai detentori del potere economico".

Ciò premesso, per superare l’attuale fase va innanzitutto abbandonata la concezione così detta di sinistra della politica che, partendo dalla solo affermata uguaglianza degli uomini, ha causato al contrario le forme più gravi di discriminazione e di avvilimento, ed è stata utilizzata per realizzare lo snervamento delle forze più avanzate e la formazione di classi funzionali al consumo dei beni imposti.

Tale ingannevole ed ipocrita dottrina, inoltre, in seguito all’affermarsi del rivendicazionismo, è ora degenerata nell’ugualitarismo più distruttivo, laddove per ugualitarismo si intenda: pretesa di uguaglianza fondata sull’uso indiscriminato della mera forza rivendicatoria anziché sul contributo che si è in grado di dare al contesto.

Una pretesa che, fra l’altro, costituisce la materia di cui è fatta la cultura burocratica, che consiste nella tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere.

Una tendenza che è la causa prima sia di tutte le forme di delinquenzialità che della difficoltà di sconfiggerle, e che può vinta solo da una giustizia civile velocissima.

Il principio dell’uguaglianza degli uomini, poi, non va interpretato in maniera semplicistica o riduttiva, nonostante ciò avvenga normalmente da quando il potere è fondato sul consenso.

È ovvio infatti che gli uomini, non solo non sono uguali, non lo sono mai stati, non lo saranno mai, e non hanno mai voluto esserlo, ma sono invece tutti diversi gli uni dagli altri ed hanno diritti diversi fondati appunto sulla loro diversità, nel senso che ciascuno ha diritto ad una qualità e quantità di riconoscimento corrispondente alla qualità e quantità di opere che è in grado di compiere e di fatto compie.

Il che implica, naturalmente - in ciò deve consistere il principio correttamente ugualitario - che tutti hanno invece uguali diritti in relazione a quanto sia semplicemente legato alla loro mera qualità di uomini, che legittima tutti indistintamente ad avere ad esempio diritto ad un’esistenza libera e dignitosa, a partire dal diritto al lavoro, all’assistenza, alla casa, al soddisfacimento dei bisogni morali eccetera.

Diritti alla cui realizzazione, tuttavia, ciascuno avrà il dovere di concorrere nell’ambito delle sue possibilità, senza però che l’incapacità di farlo possa mai diventare elemento di frustrazione per nessuno, fermo restando l’obbligo ad osservare le leggi, in base tuttavia ad un’attenta considerazione dell’ambito esistenziale globale in cui avviene la loro attuazione o violazione.

Cosa questa importantissima da realizzare attraverso una tempestiva riforma perché, nel campo penale, consentirà lo spostamento dell’asse del processo dal reo alle cause dei reati, producendo così un regime di continua evoluzione dello schema giuridico, altrimenti destinato a degenerare - come oggi - nel moralismo e nel giustizialismo, e produrrà inoltre la graduale "civilizzazione" della giustizia penale, perché solo il diritto civile, sviluppandosi sotto la continua pressione delle parti del processo, ha quell’effetto regolatore della vita sociale che costituisce lo strumento per bonificare il terreno sul quale i reati inevitabilmente maturano.

Per cui costituisce un’offesa alla civiltà giuridica ogni sentenza di condanna penale quando sia meramente rivolta a punire; anche perché i cittadini sono responsabili dei reati che commettono non più di quanto lo siano Stato e le Istituzioni, ormai degradati fino alla depravazione istituzionale.

Per opera poi si dovrà intendere: "comportamento significante atto ad incidere positivamente nella vita del contesto", affinché, a corrispettivo del maggior onere che il riconoscimento del maggiore diritto comporta, il contesto debba sempre ricevere il vantaggio che dalla maggiore opera deriva.

Tutto ciò può avvenire esclusivamente in seguito al superamento del consumismo, fondato sul consumo dei beni inutili, che servono ad alimentare il suo motore: l’insoddisfazione! È infatti attraverso l’insoddisfazione che la società dei consumi riesce a caricare ciascuno del desiderio di quelle cose che, in quanto inutili, in un circolo chiuso, sono destinate a causare ogni volta altra insoddisfazione necessaria a creare nuovi desideri e nuovi consumi inutili.

Per cui il malessere dell’uomo di oggi, che ha raggiunto la forma patologica della depressione di massa e della psicosi cronica che ne deriva, è funzionale al sistema.

Occorre in sostanza superare la pseudocultura sessualconsumista feticista, ora convertitasi in pseudorazionalconsumismo "umanistico".

Esse infatti, attraverso svariati meccanismi di trasposizione intellettuale, hanno creato una serie di sovrapposizioni culturali atte a determinare un’equivalenza fra concetti come quelli di sesso, denaro, uomo, donna, oggetti, felicità, gioia, partecipazione, eccetera.

Ciò allo scopo di ottenere che un immenso quantitativo di beni, inutilizzabili e quindi invendibili quali corretti strumenti di interrelazione, venissero ugualmente e vanamente consumati come "feticci" di detta interrelazione.

Con il risultato che la vita delle genti si è oggi trasformata in una lotta mortale fra esseri della stessa specie che, con la mente alterata dai falsi miti, si affrontano per raggiungere forme di partecipazione, di ricchezza e di consenso che sovente serviranno solo ad aumentare la loro confusione ed il loro malessere.

Ciò perché la logica di sviluppo della società consumistica consiste proprio nel causare che ciascuno, a qualunque costo, consumi fino ad oltre i limiti delle sue possibilità, sicché lo stato di malessere economico ed esistenziale dell’uomo di oggi e la sua insoddisfazione, sono congeniti al sistema.

Sistema che cionondimeno, diversamente da quanto è stato confusamente descritto da Marx, non va demonizzato, perché averlo demonizzato è servito proprio a facilitarlo nel crescere e nello svilupparsi in quanto demoniaco, ma va invece piegato alla positività e ricondotto alle esigenze dell’uomo.

Pure superata deve essere l’ideologia cristiana che, nata anch’essa come di "sinistra" (ugualitaria), si è invece sempre svolta, in virtù delle sue contraddizioni e della sua equivocità, come di "destra", intendendosi per ideologie di destra: ideologie dogmatiche, strumentali alla volontà di affermare ingiustamente la superiorità di certi gruppi, ceti, nazioni a certi altri, senza miglior causa che la maggiore forza contrattuale e senza miglior metodo che la barbarie, esercitata, in passato, in forme brutali e, attualmente, in forme che sono andate man mano mediando per divenire sottilmente perverse, benché ugualmente esecrabili.

Il cristianesimo nasce infatti come rivolta dei vinti a fronte della prevaricatorietà insita nel paganesimo.

In esso cioè l’individuo, di fronte al paganesimo dei romani, spietato perché trionfante e conscio di nient’altro che della propria forza, divenuta furia nel momento dell’impossibilità di contenere tutto quanto conquistato, decide di perdersi come individuo pur di salvarsi in quanto massa.

Quindi, attraverso questa forza immensa, consistente nella rinunzia a sé sublimata dalla fede e dalla volontà di amore verso gli altri, i cristiani riusciranno a vincere, realizzando per primi quell’ "uguaglianza" che con il marxismo degenererà in ugualitarismo, e che, in quella fase, era solo funzionale a contrastare la pretesa di maggiore umanità dei dominatori romani.

Tant’è che, successivamente, non appena il cristianesimo si affermerà, la volontà di essere e di vincere riemergerà e ne rappresenterà per sempre il limite, in una formula che, spogliata della necessità di rinunzia iniziale, diventerà ipocrisia e pseudocultura.

Già in Dante, che nella Divina Commedia getta le basi della società borghese e ne codifica i valori, il cristianesimo che, sia pur rinnovato, è già vecchio di tredici secoli, si appalesa in un manierismo benché sublime tuttavia bigotto, perché viziato dall’intendimento di voler compensare solo in cielo i torti che intanto gli uomini continuavano a subire sulla terra.

I cristiani in effetti, già da allora, in virtù di una mistificazione del messaggio di Cristo, riportato nel nuovo testamento solo diversi decenni dopo la sua morte in funzione delle esigenze della cultura di massa, si svolgeranno come una casta con un’aspirazione puramente antologica alla santità che, sotto la spinta dell’individualismo negato ed avvilito, diventerà sovente la forma più spietata di prevaricazione, a partire dalla ferocia dell’inquisizione, per giungere fino alla forse più feroce "neutralità" dei giorni nostri.

Sarà Nietzsche che, ribellandosi all’ipocrisismo in forma di santità divenuta malcelata viltà ed invidia per effetto dell’ideologia della rinuncia mai accettata, riaffermerà la religione di un tipo di individuo che, orgoglioso delle sue pulsioni, le estrinsecherà con tutta la sua forza di uomo troppo liberato dalla consapevolezza di essere parte di un contesto, causando così l’affermazione più spinta delle concezioni dette di destra, poi sfociate nell’orrore del nazismo e nella stupidità altrettanto densa di orrende conseguenze delle varie forme del fascismo.

Il PAS in definitiva, sulla base della consapevolezza che la realtà è molteplice, la verità è strumentale alle esigenze, ed il benessere è il risultato dell’avere sì un buon metodo e dei giusti obiettivi, ma anche di una serie continua e coerente di piccoli e talora grandi aggiustamenti, afferma una democrazia fondata sulle seguenti due regole comportamentali:

1) il diritto ad esserci ed essere riconosciuti (fermi restando gli uguali diritti basati sulla pari umanità di ciascuno) si conquista con le opere di contributo alla vita degli altri, senza però che l’incapacità di compierle debba mai divenire elemento di recriminazione per nessuno;

2) il diritto a vivere che tutti hanno comporta la necessità, che è amorosa, di negare (previa disamina analitica della fondatezza delle ragioni di ciascuno, e nei limiti, nelle forme e con gli obiettivi della morale, del diritto e più in generale dell’intelligenza) chi ci nega, per potere così salvare se stessi e contribuire, a mezzo della propria vita così salvata, sia alla vita del contesto che alla vita di chi ci ha negati, indicando inoltre a quest’ultimo la necessità di cambiare allo scopo di poterlo ritrovare.

Il momento modale e quantitativo delle forme della negazione, alla quale, instauratosi il rapporto di forza, consegue il riconoscimento nelle rispettive qualità, sono i temi dell’educazione, della cultura, della morale, della politica e del diritto, la cui attuazione va però assoggettata alle forme più razionali e civili di controllo in generale e di controllo giudiziario in particolare, perché se la civiltà è figlia del controllo la disfunzione della giustizia è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose.

Fondamentale perché ciò si realizzi è che innanzitutto cessi la delega acritica della vita sociale e ciascuno, nelle forme dell’impegno e della legalità, si riappropri della consapevolezza dei propri ruoli in rapporto alle esigenze del contesto; quindi che le masse si approprino dei mezzi di diffusione delle idee, e mai più sia consentito che radio, televisione e giornali siano, di fatto, e quale che sia il livello di finzione di partecipazione apparentemente garantito, nelle mani di governi o di gruppi comunque qualificati od organizzati.

Ciò allo scopo di spezzare lo stato di coma culturale che il potere ha causato con dosi giornaliere di sessualconsumismo feticistico espresso soprattutto in forma di spettacoli televisivi, i cui risibili protagonisti, in veste di ultimi "filosofi" di regime, sono in realtà inconsapevoli e rognosi paladini dell’obbrobrio.

Nei miei libri, e soprattutto in "La storia di Giovanni e Margherita", il cui tema fondamentale è la scoperta del modo di formazione del pensiero, che appunto mi ha consentito la decodifica dei vari processi intellettuali sociali ed individuali, sono svolti, in forma letteraria per facilitarne la divulgazione di massa, i temi sui quali è necessario che gli uomini di oggi si confrontino, perché il confronto è in sé rivoluzionario e nel confronto ogni forma di prevaricazione si dissolve.

Va però compreso finalmente che in ogni sistema mentale, sia esso individuale che sociale, l’accidia e l’ingenerosità si configurano come degli errori ai quali poi conseguono altri errori e sistemi di errori interrelati atti a causare la degenerazione dell’intelligenza in quella furberia che, finalizzata a salvaguardarsi e privilegiarsi nell’immediato, ma inidonea ad armonizzare una quantità e qualità di sapere sufficiente a fronteggiare la vita complessiva, è la causa tecnica delle problematiche che hanno mortificato la vita dell’uomo di tutti i tempi.

La condizione per realizzare tutto ciò è l’individuare nuove forme della conoscenza rispetto a tutto quanto già si sa, perché il nostro modo di sapere è viziato dall’intento di subordinare la verità alle nostre esigenze.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 22
  • Data: 30-04-1996
Letto 3399 volte Ultima modifica il Giovedì, 28 Novembre 2013 11:41