Circa il fatto che i maggiori responsabili dei nostri più gravi problemi sono i Parlamentari europei.

Se è vero che la democrazia è meglio del deficit democratico né deriva che se le leggi europee le facesse il Parlamento, anziché la Commissione ed il Consiglio, non saremmo in queste condizioni, anche in relazione all’Euro.

Ora, l’occasione per superare il deficit si è presentata, per il Parlamento eletto nel 94, con la Conferenza Intergovernativa (CIG) per la riforma dei trattati (Maastricht).

Trattandosi di un’occasione di importanza incalcolabile ed essendo peraltro Coordinatore nella Commissione Istituzionale, fin dal mio primo intervento in Parlamento dichiarai che avrei dedicato i cinque anni del mandato all’obiettivo di togliere il potere legislativo alla Commissione ed al Consiglio.

Senonché, purtroppo, proprio i deputati, schierandosi con l’apparato, si resero man mano protagonisti dell’adozione di una linea di "riforma" rivolta a non incidere sull’abusivo potere legislativo della Commissione e del Consiglio.

Spero non sembri vanagloria, ma nessuno potrà smentire che feci di tutto per cercare di impedirlo.

Dissi in mille modi che c’era un problema di geologia istituzionale, per cui tutti si erano dedicati alla costruzione dei "pilastri" (giuridico, economico, politico ecc.) sui quali basare l’Europa trascurando però di bonificare il fango mefitico del deficit democratico sul quale quei "pilastri" poggiavano e nel quale tutti grufolavano; dissi che in quel modo avrebbero trasformato sempre più il Parlamento, la Commissione ed il Consiglio nella porta attraverso la quale le lobby internazionali, facendosi confezionare le leggi dalle burocrazie, avrebbero invaso le case dei trecentocinquanta milioni di europei; dissi che se non fosse stato il Parlamento a prendere posizione contro il "deficit democratico" la CIG era da considerare già fallita, perché non ci si poteva certo aspettare che la proposta di riforma venisse dalla Commissione e dal Consiglio, a scapito dei quali doveva avvenire; attaccai pesantemente l’Onorevole Bourlanges, che presiedeva i lavori; dissi e scrissi tante e tante altre cose ancora, ma non riuscii a fermarli.

Quel che è peggio è che essi condividevano le mie tesi, ma non volevano inimicarsi l’apparato, sicché non ci fu verso di fargli mai esprimere questa condivisione nelle occasioni di voto (salvo pochi, fra i quali devo ricordare gli On.

Giovanni Burtone, Danilo Poggiolini, Roberto Mezzaroma, Aldo Arroni ed altri, che hanno compiuto verso di me, in varie occasioni, gesti di sostegno significativo).

In ogni modo, il 16.11.94, su incarico della Commissione Istituzionale, pubblicai la mia relazione intitolata "Struttura giuridica ed istituzionale dell’Unione Europea" (vedi a tergo).

Al momento di votarla, la Commissione Istituzionale cadde in uno strano silenzio. Poteva sembrare una sorta di approvazione senza la minima proposta di emendamento, ma fu invece una singolare forma di rifiuto collettivo, perché il portato di quella relazione minava alla radice i patti che avevano stipulato con le loro coscienze e con l’apparato.

Fu invece votata, dal Parlamento, nella soddisfazione generale, la relazione finale Bourlanges - Martin: una sfilza di vani luoghi comuni pseudogiuridici contro la quale usai inutilmente, nel dibattito parlamentare, tutti gli strumenti oratori di cui fui capace.

Dopo più di due anni, il 21.5.97, quando quel fallimento era ormai sotto gli occhi di tutti, a Bruxelles, in Commissione Istituzionale, nel mentre mi dolevo con il Ministro Dini del fatto che quei temi non fossero stati divulgati dai mezzi di informazione, cosa che avrebbe forse impedito quella sciagura, ecco che finalmente, come da copione, si levò vano il tardivo coro delle impettite critiche dei Parlamentari.

Il 27.5.97, poi, nella trasmissione "Pinocchio", l’Italia ha assistito alla tragicomica passerella dei suoi deputati europei, i quali, unitamente a Bonino e Monti, fingendosi ignari di essere ovviamente proprio loro la causa del fallimento degli interessi di trecentocinquanta milioni di europei (chi altro?), hanno gareggiato nell’attaccare quel "deficit democratico" in realtà sopravvissuto solo grazie a loro.

Il risultato è che, dopo avere cercato di ottenere il possibile dalla CIG che stà per chiudersi, non resta che ricominciare ex novo, da subito, i lavori per una vera riforma.

Quanto a me, siccome nulla è cambiato, ripropongo quale modestissimo contributo la relazione che già proposi nel 94.

Informazioni aggiuntive

  • N.: 40
  • Data: 30-06-1997
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