Circa il come ed il perché i giovani sono stati ingannati.

La generalizzata confusione e malessere della società moderna, e dei giovani in particolare, ha il suo punto di partenza nel vecchio slogan "fate l’amore non fate la guerra".

Quello slogan infatti è stato ed è a tuttoggi usato per ingenerare nella mente collettiva l’idea che la sessualità sia un qualcosa di neutro, ovvero di privo di altri effetti che quelli, in linea di massima quantomeno gradevoli, riscontrabili nel mentre la si esercita.

Senonché, la sessualità non solo non è neutra, ma è, al contrario, la cosa da cui discende, in tutti i settori, il modo in cui una società è strutturata, fino al punto che si può dire che ogni società è lo specchio del modo in cui in essa viene concepita ed esercitata la sessualità.

Lo stesso slogan, del resto, è mistificatorio dall’origine, perché lo si riferì alla guerra del Vietnam, che in realtà fu il prodotto del sessismo americano, nel quale, come poi ampiamente documentato dalla cinematografia, è palese la valenza orgiastica e fallica dei gesti e degli strumenti di morte adottati.

Una guerra, peraltro, che non cessò certo perché "l’amore sconfisse la guerra", così come sembrerebbe dalle canzoni della beat generation, ma perché gli americani dovettero arrendersi all’impossibilità di sconfiggere i nord vietnamiti.

Quanto al motivo per il quale si radicò quello slogan, che continua oggi più che mai a stravolgere la società, è che la repressione sessuale, di cui si era servita la società patriarcale / repressiva, non era funzionale alla società dei consumi, che richiedeva invece il libero movimento degli individui: impossibile se prima non fosse stato rimosso il tabù del sesso.

Nel 68, in sostanza, si sostituì ad una cosa atroce (la repressione sessuale), una cosa abominevole (il sessismo), facendo in modo che la società non capisse che naturalmente ci sono altri modi di concepire il sesso.

Modi che, per essere corretti, devono essere fondati sulle vere valenze della sessualità, che è fondamentalmente lo strumento attraverso il quale gli individui possono addivenire all’emozionale profondo l’uno dell’altro, per cui la sessualità deve essere sì libera, ma anche dignitosa, o altrimenti provoca il naufragio di ogni forma di contrattualità sociale, da quella di coppia a quella politica.

Se infatti Tizio e Caio sottoscrivono un giusto contratto nel quale si impegnano ad avere dei ruoli rivolti a conseguire un fine comune, è ovvio che quando emerge che uno dei due, all’insaputa dell’altro, svolge con terzi trattative o commerci di beni oggetto del contratto, non rimarrà che darsi atto che il loro non è più un rapporto in esclusiva e prendere quindi strade contrattuali diverse, nelle quali, comunque sia, si dovrà rinunziare gli immensi vantaggi individuali e quindi sociali del fidarsi reciprocamente e quindi potersi affidare.

Il che spiega come mai - in conseguenza di quello slogan inventato dalla mia generazione in quegli anni - il mondo dei giovani sia divenuto purtroppo tale che in esso, sovente, la solitudine è tanto più forte quanto più vasti sono i contesti di appartenenza.

Quello sciagurato processo, inoltre, è poi proseguito, perché alla società dei consumi non serviva solo che venissero calpestate le intime essenze della sessualità, ma anche che la società fosse confusa.

Il consumismo infatti consiste nella subordinazione dell’uomo alle logiche produttive anziché delle logiche produttive all’uomo, ed è basato sull’insoddisfazione, ovvero sui beni inutili che, in quanto tali, innescano sempre nuova insoddisfazione che innesca altri desideri e consumi inutili all’infinito.

Ne deriva che se la società avesse conservato la sua capacità di analisi lo avrebbe rifiutato, sicché è stato necessario confonderla anche in relazione ad alcuni altri valori fondamentali, quali la cultura ed il lavoro.

Essendo cioè il sapere nemico dei processi di mistificazione, il consumismo ha dovuto consegnare i mezzi di formazione del pensiero di massa, ed in particolare la televisione, ad un apparato incolto ma furbesco affinché inducesse la società a tenere in sempre minor conto la cultura, alla quale quindi nessuno più aspira perché si ritiene che non arrechi vantaggi.

Quanto al lavoro, premesso che al sistema serve sempre meno, perché non lo considera un valore da difendere nell’interesse dell’uomo, bensì una mera rotella dell’apparato produttivo, ha fatto il modo che specie i giovani perdessero di vista che il lavoro è il punto di partenza dell’acquisizione di ogni forma di potere, allo scopo appunto di depotenziarli il più possibile per asservirli alle sue logiche.

C’è un solo modo per uscire da tutto ciò: sottrarre la televisione alla canaglia che la controlla ed aprire attraverso essa il confronto, perché il confronto è in sé rivoluzionario e nel confronto ogni forma di prevaricazione si dissolve.

On. Avv. Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 46
  • Data: 18-12-1997
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