"I complimenti"

(Sottotitolo: Complimenti ai PM Roberto D’Ajello, Anita Mele, Antonio Clemente, Rossella Catena ed Eduardo De Gregorio, al GIP Giuseppe Canonico, all’ex PM Cono Lancuba, ed all’Avv. Nicolino Petrucci. Ovvero, circa l’ineludibilità del Fato, il “Libro Bianco”, ed il giudizio negativo dell’86% degli italiani sulla Magistratura come una delle cause del risultato positivo dell’On. Berlusconi alle elezioni del 24.5.98)
 

Perché "I complimenti"? Perché questo, gentili Signori, è il documento conclusivo del volume "La fase di Saul": una testimonianza, fra l’altro, delle gesta della Giustizia in questi anni.

Un volume che inizia con un altro documento intitolato "In mortedi Bruno Maddaloni": un mio fraterno amico ucciso nel 1988 dal silenzio e dal rancore degli ignoranti.

Complimenti dunque a Voi perché con il circondarmi univocamente con le Vostre accuse (è ben nota la vostra "coerenza operativa"), Voi sì che avete dato un serio contributo allo sviluppo dellaRepubblica! Complimenti quindi a Lei, Dott. D’Ajello, vice di Cordova, per aver voluto affiancare, con un gesto forse un po’ sproporzionato, la sua firma a quella della graziosa Dott. Catena nell’impugnare la sentenza di proscioglimento pronunziata nei miei confronti dal GIP Canonico, e lanciare così alto e forte il messaggio della mia pericolosità e della opportunità di prendere posizione verso di me.

Un gesto il Suo che mi lascia esterrefatto, ma pure mi inorgoglisce per lo spazio che ho saputo conquistare nel cuore di un uomo importante come Lei, nonostante sia noto che per mancanza di tempo e dimezzi anche Lei sia costrettoad occuparsi solo di parte di ciò di cui dovrebbe occuparsi.

Anche se devo aggiungere che la sua impugnativa, in virtù della quale un Avvocato commetterebbe un falso quando, nel formulare una richiesta, eventualmente erra nel quantificarla, è densa di effetti spaventosi.

Quand’anche riuscissi mai ad essere assolto dalla Sua attuale accusa, cos apotrebbe poi infatti farmi assolvere dalle innumerevoli future recidive, vistoche nemmeno il terrore che Lei mi ispira basterà a farmi divenire infallibile? Le migliaia di pignoramenti da me notificati negli anni sono tutti in possesso della Prefettura e della Banca d’Italia, per cui è ovvio che - non già 50 di essi, come erroneamente scrive il GIP Canonico- ma tutti ad uno ad uno sono stati esaminati durante questo scontro da chissà quanta gente, sicché è un record che gli errori siano una ventina, nonostante l’inenarrabile resistenza della Prefettura nel non pagare mi abbia costretto ad un intreccio spropositato di atti e di attività che nessuno mi pagherà mai.

Per il futuro Le dico però da ora che non posso impegnarmi a garantirLe una percentuale di errori inferiore al 3% - ovvero 30 errori ogni 1.000 atti - che è la percentuale di errori prevista delle primarie aziende che vendono dati, ed anche la percentuale di errori alla quale auguro anche a Lei ed alla Sua Procura di potere primao poi cominciare quantomeno a poter sperare.

Chissà inoltre se si rende conto che la Sua azione potrebbe avere l’effetto di rendere impossibile l’esercizio della professione di Avvocato, perché se dovesse passare la linea che gli Avvocati possano essere processati per gli errori che commettono, da quel momento sarebbero nelle mani della Magistratura.

Né comprendo com’è che non è chiaro che quand’anche gli errori fossero centinaia o anche migliaia ciò non muterebbe la loro natura, per cui si verterebbe comunque in materia di mera "pretesa infondata", e non certo di falso ideologico e/o induzione in errore, perché, come scrive giustamente il GIP Canonico: "a tacer d’altro, perché possa configurarsi l’ipotesi di falsità ideologica mediante induzione di autore esterno, a norma degli art. 48 e 470 cp, in una sentenza o in qualsiasi altro atto decisionale, è necessario che la falsa attestazione del dichiarante abbia rilievo nella parte a contenuto narrativo dell’atto come documentazione di fattio di situazioni influenti sulla decisione e che vi sia obbligo giuridico di veridica esposizione senza possibilità di verifica da parte dell’organo decidente". Sempre, mi sembra ovvio, che vi sia dolo.

Considerazioni alle quali, oltre a tutto quanto d’altro garbatamente taciuto dal GIP(perché nemmeno il fatto che ora queste accuse siano sostenute da Lei, il vice di Cordova, basta ad attenuarne la singolarità), bisogna anche aggiungere quanto ho sostenuto in "La civiltà deglionesti".

Complimenti poi anche a Lei, GIP Canonico, che, pur avendomi prosciolto da tutti i capi d’accusa meno uno, l’appropriazione indebita, affrontando così le immaginabili recriminazioni per aver causato il crollo di un impianto accusatorio di cui c’era stata così tanta pubblicità, non ha però rinunciato a formulare una serie di giudizi, peraltro infondati, ma che soprattutto esorbitano da quanto la legge prevede come tipico delle sentenze di rinvio a giudizio.

Siccome nemmeno i GIP possono impedirsi di avere degli stati d’animo, si direbbe che Lei ha nei miei confronti un’intima resistenza, ma ciononostante, da uomo che conosce la legge, e magari più per il rispetto che ha di sé che per me, non abbia potuto imporre alla sua mano di scrivere le cose troppo giuridicamente spericolate richiesteLe dall’accusa.

Devo inoltre complimentarmi con Lei, GIP Canonico, anche per aver scritto che si può procedere contro di me senza l’autorizzazione del Parlamento Europeo così come previsto, scrive Lei, "nell’art. 10 del Protocollo sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee", che è richiamato dall’art. 3 del Regolamento del Parlamento Europeo, ed assicura ai suoi membri innanzitutto gli stessi privilegi e le stesse immunità previste per i Parlamentari del loro paese.

Solo che io non mi sono mai sognato di chiedere l’applicazione dell’art. 3 del Regolamento, e quindi dell’art. 10 del Protocollo da esso richiamato, al quale si riferisce erroneamente Lei! Io ho invece chiesto l’applicazione dell’art. 6: quell’articolo del Regolamento rivolto a garantire, attraverso l’immunità, un regime di cautele, non tanto in favore dei Parlamentari, bensì in favore della possibilità che il Parlamento possa lavorare senza continue turbative, e decidendo Esso stesso quando sia il caso di consentire alla Magistratura di procedere.

Si legge infatti all’art. 6 che "..La relazione della Commissione (la Commissione Parlamentare) può proporre in via eccezionale che la revoca dell’immunità si riferisca esclusiva mente alla prosecuzione del procedimento penale, senza che contro il deputato possa essere adottata, finché non si abbia sentenza passata in giudicato, alcuna misura privativa o limitativa della sua libertà.."

D’altronde non si vede come sia ipotizzabile che quando il Parlamento Europeo è chiamato a votare sulla revoca dell’immunità di un suo Deputato la decisione possa avvenire in base alla normativa dello Stato membro, che in certi casi salvaguar derebbe il Parlamento, perché richiede l’autorizzazione, ed in certi altri non lo salva guarderebbe, perché non la richiede.

Scusi tanto, ma in realtà il problema sembrerebbe a questo punto essere piuttosto che alcuni Magistrati italiani ritengono di poter eludere l’art. 6 in base ad una sorta di "facoltatività" per loro del richiedere l’autorizzazione.

Una "facoltatività" alla quale comincio a credere anch’io, così come tantissimi altri italiani, perché quando è impossibile giungere a sanzioni di qualsiasi tipo nei confronti dei Magistrati, è ovvio che l’osservanza delle leggi diventa per loro facoltativa.

In conclusione, cortese GIP Canonico, stia certo: se qualcuno avesse chiesto l’autorizzazione a procedere, il Parlamento Europeo si sarebbe senz’altro pronunziato per decidere se concederla o no: un argomento questo del quale, comunque, vedrà che avremo modo di parlare ancora! Anche perché va chiarito che la Magistratura dovrebbe cessare di sfruttare i luoghi comuni per trattare i Parlamenti come degli ambiti sospetti ed indegni di vedersi affidare il giudizio sulla procedibilità dell’azione penale verso i loro membri, perché l’immunità è un istituto plurisecolare senza il quale i Parlamenti non possono lavorare, tant’è che è solo per questo il Parlamento italiano non ha potuto fare una riforma che Vi ridimensioni, voluta ormai da tutto il paese! Inoltre se l’immunità fosse servita ad evitare processi come quello degli eventuali baci fraAndreotti e Riina, meglio per Voi sarebbe stato se ci fosse stata, perché Vi avrebbe salvato dall’onta che prima o poi Vi deriverà dal fatto che il presupposto difondo dei megaprocessi basati sul concorso esterno in associazione mafiosa è che non avete benchiara la differenza fra l’associazione nel delinquere e l’associazione con i delinquenti, magari per finalità di alto valore morale, o comunque per fini irrilevanti penalmente.

Complimenti inoltre GIP Canonico per aver anche aggiunto, sua sponte, ad abundantiam, che tutto sommato - perché no!? - potrei anche avere eventualmente falsificato qualche titolo di credito, e per avere (sempre esorbitando dalle sue competenze allo scopo di tentare di spiegare in qualche maniera come sia mai potuta materialmente avvenire l’appropriazione indebita per la quale mi rinviava a giudizio), suggerito che il PM, in sede dibattimentale, potrebbe anche accertare se per caso l’autentica del malcapitato Nota io non fosse stata apposta su dei fogli firmati in bianco: questo perché, senza il presupposto del preteso falso, non sarebbe più stato possibile, come scrive Lei stesso, continuare ad accusare me dell’appropriazione indebita.

Cose che mi addolorano per lo sfortunato ed innocente Notaio, che si trova in queste condizioni solo per aver fatto regolarmente il suo lavoro nell’autenticare delle procure così circostanziate e precise che sarebbe stato impossibile accusare media ppropriazione indebita senza prima accusare lui di un falso in realtà del tutto inesistente: quasi che la necessità di accusare me di qualcosa fosse stata prescritta dal medico.

Complimenti ancora ai PM Catena, Clemente e De Gregorio perché mi hanno denunziato per calunnianonsoseperaverlicriticatioperavereaffermatocheamio avviso hanno violato l’art. 6 del Regolamento del Parlamento Europeo, e complimenti anche al PM Anita Mele, della Procura della Repubblica di Salerno, per non aver archiviato la loro denunzia.

PM ai quali chiedo se è civile che gli esponenti di una Magistratura sulla quale l’86% degli italiani ha espresso sfiducia denunzino per calunnia chi esprima su di loro giudizi negativi, doverosi per un Deputato, o se non sarebbe invece civile deporre ai piedi del paese le toghe e dandare con una lanterna alla ricerca di coloro che, nonostante i rischi che si corrono a non tacere, si espongano parlando, per annotare con cura qualunque stupidaggine dicano e cercare di capire anche attraverso le loro parole cosa fare per riguadagnare la credibilità perduta.

E Vi sembra poi corretto l’atteggiamento avuto dinanzi al" Libro Bianco" della Camera Penale Napoletana!? E’ falso infatti che esso sia contro il Dott. Cordova, se non ovviamente nella Sua qualità.

Esso è invece un grido disperato dell’Avvocatura penale in nome della città contro l’intero apparato giudiziario, il quale, nel tentativo di distrarre da sé l’attenzione, ha cercato di ridurre Cordova ad unico capro espiatorio.

Per cui, anche qui, è forse civile reagire in questa maniera? Come possibile cioè che l’organo che rappresenta tutta l’Avvocatura penale napoletana, con il sostegno del suo referente nazionale, pubblichi una cosa del genere, e le istituzioni competenti, anziché mettersi immediatamente a disposizione, aprire immediatamente il più ampio dibattito, reagiscano a testa bassa? Forse che nel vostro concetto di democrazia le maggioranze ed anzi le moltitudini non contano? Eveniamo ora al Fato, Cono Lancuba e Nicolino Petrucci.

Ognipersonasisviluppaintorno ad alcuni tratti di base del suo carattere, che connoteranno sempre alla stessa maniera ogni suo gesto innescando così una spirale di concomitanze univoche che, con una coerenza crescente man mano che gli anni passeranno ed i gesti si sommeranno ai gesti, la spingeranno in quella direzione che secondo i Greci era invece tracciata dal"Fato".

Ora, il 29.1.90, io pubblicai su"Fieracittà" un documento che si intitolava "E’ più violenta la mafia o il Consiglio Superiore della Magistratura?" (vedi Internet), ispirato da una vicenda del 1982.

Petrucci mi aveva locato, per quattro anni, una sua villa al Parco Cuma, quello panoramico, aPozzuoli, vicino la Solfatara, dove abitavo con mia moglie ed i miei due primi figli, allora piccolissimi; e poiché un mese dopo aver riscosso i 12.000.000 del fitto anticipato del secondo anno era venuto a chiedermi di lasciarla immediatamente senza neanche offrirmi la restituzione delle mensilità anticipate, ed io gli avevo chiesto almeno il tempo di trovare un’altra casa di pari livello, ne era seguita una certa polemica.

Da quel momento iniziò, adopera di ignoti malviventi, una serie di telefonate sempre più incalzanti, gravi e seriamente minatorie rivolte a farmi liberare l’immobile.

Valutando la situazione realmente pericolosa, presentai un esposto/denunzia di nove pagine contro "ignoti", sicché una mattina fui chiamato in Procura da Lancuba, dove c’era anche Petrucci.

Dopo un primo momento durante il quale avevo creduto di trovarmi in una situazione normale, cominciai a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava, finché Lancuba, annoiato dai miei discorsi, mi disse chiaro chiaro, sotto l’occhio sornione di Petrucci, che è penalista, che se non "l’avessi smessa" avrebbe mandato sotto processo me.

Turbato di dovere io "smettere" di dolermi di star subendo quell’estorsione adopera di" ignoti", gli rivolsi un adirato "perché?", al quale rispose con un vago gesto di indolenza che mi colpì moltissimo, perché era emblematico dell’abitudine ad un esercizio indifferente del potere di disporre incondizionatamente della vita deglialtri.

Un gesto, quello di Lancuba, molto più grande di lui, perché era l’espressione di una cultura, e che costituì senz’altro uno dei passaggi attraverso i quali andò formandosi in mela consapevolezza politica della necessità, nell’interesse della società, di iniziare una lotta organizzata e senza quartiere per sconfiggere quel modo di concepire la Giustizia.

Il 26.3.98, dinanzi al GIP Canonico, oltre a me, al mio valoroso difensore ed amico, l’Avv. Valerio De Martino, ed al difensore del Notaio, c’era anche una donna alla quale non avevo badato.

Di lì a poco, quando, per caso, sentii dire da Valerio che si trattava di una collaboratrice dell’Avv. Petrucci, costituitosi per l’unica parte civile capii immediatamente che quella riapparizione non era casuale bensì fatale, e nell’attimo che impiegai a decifrare l’intento del Fato provai il turbamento atavico, greco, pagano, di essere nelle sue spire senza poter far nulla.

Fu solo un momento: in realtà il Fato mi è da sempre amico, ed ho un’antica abitudine a saperlo schierato al mio fianco: Petrucci, al quale avevo successivamente riconsegnato la casa solo perché me ne ero impietosito, era comparso lì puntualmente solo per subire anch’egli un’ennesima sconfitta.

Credo che nella strategia del Fato di far sì che una certa Giustizia si sconfigga da sola, costituisca una modesta espressione di quella sia pur modestissima parte dell’Avvocatura che non si può condividere.

Faccio notare a riguardo che la ragione del risultato elettorale del 24.5.98 è che una parte di quell’86% del paese che disapprova i Magistrati ha voluto punire le forze politiche che non hanno avuto la forza di contrastarli e da momenti li hanno anche sfruttati.

L’essere avversario politico di Berlusconi non mi esonera dal dire che, quand’anche egli avesse commesso i reati di cui lo si accusa, al paese comunque non importerebbe nulla, perché si sa sia come andavano le cose, e sia quale fosse il ruolo della Magistratura, sicché..

On. Avv. Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 50
  • Data: 26-04-1998
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