All’Ill.mo Sig. Presidente e Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati di Napoli...

traendo spunto da quanto rimane del procedimento penalea mio carico, circa gli "atti dovuti" di tipo "cautelare" in materia disciplinare, ovvero del rapporto fra diritti soggettivi, sussidiarietà e statualità.

Ill.mo Sig. Presidente e Consiglieri, benché già sappia, e credo di averne dato atto, che il Consiglio, nei procedimenti disciplinari, giudica in base ad una metodica coscienziosamente basata su criteri sostanziali, mi sembra tuttavia non inutile cogliere l’occasione per svolgere alcune considerazioni di carattere generale in tema di "atti dovuti" di natura cautelare e non, perché la soluzione di alcuni nodi fondamentali della crisi della nostra società passa, a me sembra, proprio attraverso la soluzione di questa problematica.

E’ indubbio che la crisi, e non solo nel senso delle lungaggini, della giustizia penale ha inciso profondamente sulla funzione della "cautelarità", perché il decorso di un tempo eccessivo causa l’irreversibilità degli effetti anche quando il processo si rivelerà poi infondato, e ciò, anche in considerazione dell’attuale livello di attendibilità istituzionale, sarebbe antitetico ad ogni principio garantistico, tant’è che non sussiste una prassi in tal senso del Consiglio.

L’adozione di provvedimenti "cautelari" sembrerebbe dunque congrua solo quando il Consiglio, nella sua autonomia, fuori dalla logica degli "atti dovuti", e se occorre anche a prescindere dal procedimento penale, giunga esso stesso ad un ragionevole livello di convinzione della colpevolezza dell’avvocato.

Uno dei non secondari aspetti del diritto moderno è infatti nella conquista del principio in virtù del quale l’attuazione degli obiettivi statuali, o comunque collettivi, non può avvenire attraverso la violazione del diritto del singolo.

Un principio che segna il passaggio dalla cultura giuridica autoritaria, nella quale l’individuo, o anche la famiglia, sono funzionali all’attuazione del superiore interesse dello Stato, a quella democratica, la quale tende a dirimere ed a ricondurre a ricchezza sociale il conflitto eterno fra l’esigenza di sottostare a regole generali, imprescindibile per la collettività, e quella di vedere la propria autonomia salvaguardata per tutto il possibile, irrinunziabile per gli individui.

Un principio, cioè, che si fonda sulla straordinaria sfida di riuscire a scoprire continuamente sempre più sofisticate metodiche attraverso le quali l’obbligatorietà dei principi generali debba poter trovare attuazione proprio sfruttando le espressioni di una sempre più ampia libertà dei singoli, per giungere così, proprio attraverso l’esercizio della libertà individuale, alla massima esaltazione della statualità.

Un principio, peraltro, che questo avvocato, in tutt’altra sede, ha usato anche per definire, in materia di rapporti fra Stati membri ed UE, il concetto di sussidiarietà.

Un principio dal quale deriva, venendo a noi, che nemmeno l’onorabilità ed il decoro della professione possono essere raggiunti attraverso l’ingiusto sacrificio dell’onore e del diritto del singolo avvocato.

Civiltà e modernità, insomma, parrebbero volere che quando una categoria rischia di vedere compromesso il suo onore perché si è tentato ingiustamente di compromettere l’onore di uno dei suoi componenti, non solo non deve scagliarsi contro il perseguitato, ma deve invece prendere posizione contro l’ingiustizia e difenderlo.

Specie poi se si tratta della categoria degli Avvocati, che trova nella difesa delle garanzie individuali il nocciolo del suo ruolo istituzionale.

Ma in materia di "atti dovuti", vanno svolte anche altre importanti considerazioni.

Il regime di "deregulation" al quale siamo giunti è ormai così vasto che sarebbe superficialità limitarsi ad imputarlo al fallimento della società rispetto a valori che si debbano o si possano continuare a considerare immodificabili.

La frode, la violenza eccetera, infatti, saranno sì sempre illegali, ma è in atto un profondo confronto sociale per stabilire cosa sia veramente frode o violenza, e chi in realtà la pratichi.

E giovi l’esempio delle violazioni in materia fiscale e/o previdenziale.

Questo avvocato, ad esempio, è oggetto da anni di un’indefessa attenzione istituzionale che ha reso inevitabile via via l’evolversi del suo livello di adempimento degli obblighi sia fiscali che previdenziali, al punto che - fermo restando che la perfezione resta divina - non avrebbe tuttavia timore di affrontare una verifica anche approfondita della Finanza o dell’Ispettorato del Lavoro, com’è già accaduto.

Una regolarità che ha purtroppo il neo di causare sistematicamente delle strutture oberate dai costi al punto che più cresce il fatturato più aumenta il rischio di passività.

Cose che fanno gridare molti alla impossibilità di esercitare correttamente l’impresa o la professione e li inducono a for me abituali e clamorose di violazione degli obblighi alla fatturazione o al pagamento dei contributi, perché nulla al mondo potrà mai causare che i cittadini adempiano a ciò che considerano lesivo dei loro diritti sostanziali, specie poi quando lo Stato garantisce così poco in cambio.

Comunque sia, quel che si vuole evidenziare è che, cionondimeno, nemmeno uno di coloro che non sarebbero per niente in grado di sostenere un confronto anche superficiale con la Finanza o l’Ispettorato del lavoro è disposto a considerarsi dedito alla frode o alla violazione sistematica delle leggi, ma tutti si sentono invece vittime di un sistema fiscale e previdenziale anomalo, perché non c’è dubbio sia anomalo prevedere, leggo a caso dalla lista degli stipendi di settembre 98, che per erogare £ 2.382.000 di retribuzione ad uno dei miei collaboratori, io abbia dovuto erogare ulteriori £ 2.032.000 di tasse e contributi.

Ora, potrà anche non essere completamente vero che la cosa più giusta da fare sia evadere del tutto, ma è certo che il livello di "deregulation" è di fatto tale che se chi volesse applicare agli altri la logica degli "atti dovuti" dovesse poi trovarsi ad applicarla anche a se stesso, si vedrebbe in linea di massima costretto a deporre la toga o il bisturi o il compasso e così via, ma anche la pinza o il coltellaccio o il forcone, e consegnarsi spontaneamente ai luoghi di pena.

Che è poi la logica che in questi anni ha tentato di far valere certa Magistratura contro la quale siamo tutti insorti.

Certa Magistratura, cioè, pur non potendo che essere anch’essa parte integrante dei processi degenerativi in atto, ha tentato di usare la sua forza per chiamarsene fuori.

Finché la collettività non si è resa conto che i vari "atti dovuti" sono in realtà quasi sempre tali solo in funzione degli interessi o dei desideri di chi ha il potere di porli in essere, sicché il giustizialismo, con i suoi "atti dovuti", benché ancora imperversi, è ormai in crisi.

Quanto al carattere dell’azione giudiziaria nei miei confronti, voglio solo fare riferimento a quanto accaduto a Salerno nel secondo dei due processi ora pendenti a mio carico: un processo per calunnia .

Ebbene, poiché avevo pubblicato un documento nel quale riferivo fatti non esaltanti in relazione ad alcuni Magistrati, ne è nato evidentemente un tale tafferuglio da provocare una generica inchiesta che ha poi assunto le forme di ...un’inchiesta per diffamazione da parte mia nei confronti dei magistrati oggetto di quelle mie considerazioni..

Senonché essi, interpellati, hanno dichiarato di non avere interesse a sporgere querela contro di me, per cui il GIP ha dovuto respingere la richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Pretura di Salerno.

Ecco allora che la Procura, adducendo che quanto avevo scritto era comunque rivolto a dei Magistrati nella loro qualità, ha richiesto di ufficio (ancora un .."atto dovuto") il mio rinvio a giudizio per calunnia, ed il GIP lo ha concesso.

Questo senza che a nessuno, a quanto pare, venisse in mente di chiedersi se le notorie cose che dicevo non dovessero, invece, produrre eventualmente tutt’altre inchieste a carico di tutt’altre persone.

Ora, invero, non è mancato qualche malizioso secondo il quale una mia auspicata difesa in tal senso potrebbe costituire un chissà da chi anch’esso auspicato danno per i "Calunniati", che quindi sarebbero più invisi ai miei detrattori di quanto non lo sia io stesso, che dunque sarei solo un misero strumento di attuazione di chissà che faide, ma sono illazioni che devo respingere, perché non vedo chi potrebbe mai credere che fra Napoli e Salerno vigano ancor oggi umori spagnoleschi da sotterranei dei Borgia.

Quanto al merito del primo procedimento penale a mio carico (quello, per intenderci, con il quale la Procura mi ha reso famoso inviando a tutti i possibili mezzi di informazione, così come un’organizzatissima agenzia di stampa, copia integrale della di nuovo tragicomica richiesta di rinvio a giudizio), va detto innanzitutto che la caduta di tutti i faraonici capi di accusa, meno uno, di cui il PM mi aveva fantasiosamente affardellato è già un segnale della qualità complessiva delle carte.

Ancora più interessante poi è quanto è accaduto alla prima udienza di questo processo assurdo, oltre che tecnicamente errato, per appropriazione indebita che si è voluto lasciare a mio carico: cosa che comunque fa piacere anche a me, perché costituisce uno stimolo ad esercitare la mia passione per la scrittura.

E’ accaduto cioè che alcuni dei 26 clienti nei confronti delle quali io avrei consumato questa appropriazione indebita per circa settanta milioni (compresi i quattro nei confronti dei quali l’ "appropriazione indebita" sarebbe avvenuta ..con fattura..), si sono sì presentati in udienza perché convenuti dal PM, ma, fermo restando che sono ancora clienti miei e li difendo in varie cause, pare non fossero gran che al corrente di essere parti lese ad opera mia.

Senza contare le tre singolari pregiudiziali.

La prima, costituita dalla "necessità" di inviare sotto processo anche un ignaro notaio, perché senza un suo "falso" (una assoluta invenzione) non sarebbe stata possibile l’appropriazione indebita da parte mia.

La seconda costituita dal fatto che le somme che contesto di aver preso, ma di cui comunque si pretende mi sarei appropriato, sono notevolmente inferiori a quelle dovutemi per l’attività svolta, sicché non si vede perché non avrei semplicemente potuto eventualmente farmele dare spontaneamente o giudizialmente: cose che so fare entrambebenissimo.

La terza è che siamo di fronte ad una gravissima violazione dell’art. 6 del Regolamento del Parlamento europeo, perché non è stata chiesta l’autorizzazione a procedere nei miei confronti, e verrà il momento in cui questo nodo verrà al pettine, perché non sussiste nemmeno nessuno spazio per addurre errori di interpretazione, tanto quella norma è inequivocabile.

Senza contare che è smaccatamente notorio e pacifico in tutti gli ambienti che l’attacco di cui sono stato oggetto è dovuto in realtà alla perseveranza con la quale ho combattuto contro la Prefettura ed il Ministero dell’Interno, che hanno tentato di vincere le cause civili che gli facevo utilizzando la giustizia penale.

E sono onorato di avere forse avuto un sia pur infinitesimale ruolo nel fatto che all’esito di questa guerra decennale il Ministero e le Prefetture sono stati sconfitti al punto che, per tagliare l’intreccio gordiano degli interessi che amministravano sapientemente, è stata loro tolta la competenza in materia previdenziale.

Materia ora passata all’INPS, di cui non sarò certo io a tessere lelodi, machequantomenonon ha l’abitudine di fare le cause civili attraverso la Magistratura penale e le forze dell’ordine sue dipendenti.

Bisogna inoltre darmi atto di essere così convinto della fondatezza delle mie ragioni e della pretestuosità delle accuse da essere giunto al punto di pubblicare la mia dettagliata difesa in un libro.

Un libro che per la verità ha convinto un po’ tutti, e che per questo ha avuto un successo in edicola tale da rappresentare ora il presupposto per una vera campagna di commercializzazione anche all’estero e magari anche la fossa che il giustizialismo italiano si è scavato con le sue mani.

La mia intera clientela, infine, è stata messa in condizione di conoscere fino ai dettagli sia le accuse che le mie difese, e proprio loro, i miei clienti, coloro cioè che al mio operato di professionista sono i più diretti interessati, non hanno ritenuto che il mio comportamento fosse tale da screditarmi, e quindi screditare la professione, fino al punto che, come ho già scritto, uno solo, uno di numero, mi ha revocato il mandato, sicché non vedo migliore testimonianza della mia correttezza professionale.

Augurandomi per tutti noi tempi migliori, Vi invio i più cordiali ed affettuosi saluti.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 52
  • Data: 05-11-1998
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