A Casini ed a Cordova circa le europee 99 il motivo del calo di AN, l’equivoco sul termine "cambiamento", il perché nessuna promessa potrà essere mantenuta, e la legittimità del rimanere tutti noi ostaggio della magistratura e dell’apparato.

Caro Cordova, ti ho anteposto nel titolo Casini, ma devo di fatto rivolgermi di nuovo a te, perché la magistratura ha ancora il primato sulla politica, anche se a questo punto non vi si può più trattare da usurpatori.

Il vero potere è infatti l’elettorato, e manovra anche voi, dandovi dei contentini perché tiriate il suo carro. Tant’è che, siccome avete cominciato a pensare troppo a voi stessi, vi ha ora lanciato un minaccioso segnale sia con il premiare forze intenzionate a "mettervi a posto" e forze che non vi hanno mai amato, che con il punirne altre, fra le quali AN, per avere troppo insistito nel "rispetto verso la magistratura", divenendo così inaffidabili nella lotta contro di voi e contro l’apparato.

Un "mettervi a posto", bada, che è tutt’altra cosa dalle mie proposte di riforma della giustizia, per cui devo accettare che ribellarsi affermando che solo la giustizia civile ha un effetto regolatore della società, mentre quella penale è mera burocrazia, equivale a ribellarsi all’elettorato, il quale vuole solo che non lo importuniate, ma non vuole invece farsi regolare proprio per niente, e meno che mai l’elettorato più popolare, perché se la gente soffre non è per povertà, visto che di tutto c’è troppo, ma solo perché nessuno riesce più a dare o a fare niente per nessun altro per eccesso di disimpegno.

Siamo insomma di fronte ad un difetto della democrazia e dei partiti, contro il quale - ecco la novità di cui ti voglio informare! - non ho più intenzione di lottare.

Dovete infatti darmi atto che se avessi voluto limitarmi a pensare a me avrei saputo come stabilire anch’io un rapporto vantaggioso sia con voi che con la politica, e diventare quel che avessi voluto. Per cui, se mi sono addentrato a provocarvi fin nelle vostre sedi, l’ho fatto perché credo sinceramente che l’umanità corra un grande pericolo, poiché in fondo al vortice che ci sta risucchiando c’è l’inabitabilità del pianeta.

Ora però non posso continuare a rovinare la vita della mia famiglia, di quelli che mi amano e dei non pochi che dipendono da me per insistere nel dare il mio contributo ad una società che non lo vuole. Stia o non stia per diventare inabitabile il pianeta, farò anch’io come tutti: me ne infischierò ed, ebbro di momentanee soddisfazioni, cercherò di arraffare quel che potrò. Poi andrà come andrà, e sarà di consolazione l’essere tutti insieme nel soffrire o nel morire così come insieme abbiamo partecipato alla crapula, al sacco, all’orgia del godimento stupido dell’autodistruzione.

Io pertanto mi pento dei miei errori, chino il capo, ed accetto apertamente, in nome del popolo sovrano che ti vuole suo viceré, di essere anch’io ostaggio della magistratura.

Ostaggio, bada, non per le tre ricche cause per pretesi danni fattemi da tre PM per certe mie espressioni che invece non li riguardano (beati loro comunque: oltre mezzo miliardo a testa!), né per i due o tre processi proliferati a mio carico fra Napoli e Salerno sempre intorno agli stessi "reati", ma perché mettere il capo sotto la vostra ala è l’unico modo per poter uscire indenni dall’anonimato.

Accetto dunque che tu, i tuoi PM e la Digòs siete il legittimo potere al quale devo il mio ossequio.

Mi pento dei miei libri e dei miei scritti di questi quindici anni.

Deploro la mia scoperta del modo di formazione del pensiero, la mia teoria su cosa sia il tempo, il capitolo sulla fisica di cui a "La storia di Giovanni e Margherita", la mia relazione sulla riforma istituzionale europea, che giace dal 94 nei cassetti del parlamento europeo, i sei articoli della mia legge sull’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio, che giace dal 95 nei cassetti del parlamento italiano, e le mie tesi sulla civilizzazione della giustizia penale.

Imploro la clemenza tua, dei tuoi PM e della Digòs per non aver condiviso la pluriennale ricerca, fra le mie innumerevoli carte professionali, di imperfezioni eventualmente valutabili anche come "reati" che, con folle determinazione, avrei continuato a commettere per anni pur sapendomi, fin dal 94, ininterrottamente sotto la vostra lente di ingrandimento.

Vi chiedo umilmente scusa se ho affermato che con l’eterna schiavitù della vostra presenza nella mia vita mi avete costretto a smettere, dopo 25 anni, di fare l’avvocato previdenzialista, ed a trasformare il mio studio in una associazione professionale in cui non sono più né presente né costituito che in pochissime cause.

E vi prego infine di non prendere nemmeno in considerazione le mie parole di quando ho detto che intendo andarmene da Napoli e trasferire pian piano altrove anche i miei interessi perché avete trasformato Napoli ed il Sud in una realtà svantaggiata dove non val la pena di operare.

Proclamo quindi in ginocchio e con il capo cosparso di cenere che la vera cultura è quella dei giornali, delle riviste e della televisione, e do atto alle istituzioni, alla magistratura ed alle forze dell’ordine che la società va bene così.

Vi chiedo poi di perdonarmi per non essermi reso conto che non potevate non sapere che - stricto iure - è ovvio che le mie tesi sono di particolare rilevanza sociale, sicché sussisterebbe un vostro obbligo a difenderle da quella che scostumatamente definivo la congiura del silenzio dei mezzi di informazione contro di me.

Mi sfuggiva infatti che, nel fingere di ignorarle, o di ignorarne l’importanza, e nel perseguitarmi perché le propugnavo, non facevate altro che conformarvi a quella stessa logica di necessità alla quale mi sono conformato ora anch’io.

Quanto al tanto sbandierato desiderio di "cambiamento", vi do atto che si tratta solo di un equivoco.

Ciascuno, cioè, ha semplicemente scambiato il suo pungente desiderio di cambiare in meglio la propria vita per volontà di cambiare collettivamente.

Cose che del resto scrivo da anni. Pensa che in "La storia di Giovanni e Margherita", nel 1985, scrissi:

"Essi lessero tutti più volte la sua lettera ma, atterriti dai cambiamenti e dalla crisi che avrebbe provocato il dover aderire a quanto sosteneva, risposero con un silenzio incredibile per tante persone insieme che pure di quelle cose sapevano, ed al loro silenzio diedero il colore dell’odio e dell’indifferenza astiosa."

Solo che poi, illudendomi, aggiunsi:

"Giovanni, che l’aveva previsto, e sapeva anche quanto quel silenzio fosse significativo, non se ne sorprese, ma anzi capì che quanto più fosse continuato tanto più si sarebbe poi dovuto rompere in un fiume di parole".

Orbene, nell’euforica campagna elettorale del 94 sapevo che quel silenzio, benché stantio, era ben lontano dal rompersi in fiume di parole.

Da molti anni scrivo infatti che la società è intenta in una subdola "rivoluzione per non cambiare" rivolta a far deragliare nel nulla i cambiamenti resi inevitabili dai fatti e dalla crisi degli abominevoli equilibri di potere vigenti, di cui io so qualcosa perché è dal 1985 che cerco di renderla definitiva a furia di volantini.

Pertanto, alle europee 94, in cui ero candidato al Sud per Forza Italia, guardandomi bene dal pubblicare alcunché, mi preoccupai invece di ottenere il convinto ed amichevole sostegno di una parte prestigiosa ed influente della dirigenza nazionale del partito ed - anche con il determinante aiuto, devo dargliene atto, di Antonio Martusciello, coordinatore della Campania, - feci una campagna elettorale in discesa risultando, con l’ausilio di alcuni esperti ed affettuosi amici, terzo dopo Berlusconi e Casini, con 55.500 voti.

Alle europee 99, invece, da un lato volevo questa volta confrontarmi realmente, e dall’altro non sarebbe stato possibile avere l’appoggio del partito perché bisognava al contrario che tutti noi sostenessimo Casini, che già si prevedeva non sarebbe stato eletto in altri collegi, sicché occorreva far sì che fosse lui l’unico deputato che ci si aspettava al Sud, ed in buona sostanza anche noi non correvamo che per questo. Tant’è che lui, a Napoli, al Fiorentini, sentì l’esigenza di impegnarsi pubblicamente a candidare poi i non eletti alle politiche.

Io però ero e resto convinto che ci fosse anche un’altra via. Una via che invocai anch’io pubblicamente al Fiorentini prendendo spunto dal fatto che il nome Ferdinando significa appunto: coraggioso in pace. "Se" - io dissi - "il CCD avrà il coraggio di giocarsi fino in fondo tutte le sue carte" - intendevo dire: di fare proprie le proposte politiche di cui al mio volantino e far sì che fossero omologate dai media - "avremo, anche in considerazione del deserto di altre proposte che sta caratterizzando le europee, un risultato eccezionale in tutta Italia, ed al Sud in particolare avremo l’8% e forse il 12% eleggendo solo nel meridione due e forse anche tre deputati." Due deputati che sarebbero dovuti essere Casini ed io, che, anche in quanto uscente, ero dato per secondo.

Mi accinsi così a percorrere ottimisticamente questa via, indottovi anche, devo dire, dalla sofisticatezza della società nel fingere di volere il cambiamento. Anche la qualità del silenzio nei miei confronti era cambiata. Non più il silenzio astioso, violento, addirittura omicida dei comunisti, e non solo dei comunisti, del 1985. Da tempo, invece, il silenzio nei miei confronti è come di dolce desiderio e di rimpianto. Tal quale donna maritata fissi gli occhi di ameno giovine per dirgli con svenevole sguardo quanto vorrebbe benché non possa, la società, i cui componenti mi conoscono ormai tutti - anche grazie all’attacco giudizial / mediatico del settembre 97 ad opera di alcuni tuoi PM e di alcuni giornalisti: è doveroso darvene atto! - la società, dicevo, anch’essa sembra pensare a me accorata nel mentre legge, perché le legge, le mie faticose, ma a volte anche dilettevoli carte. Le legge, afferma di condividerle e, non solo non mi tratta più male, ma sembra addirittura amarmi ed essere convinta della necessità di fare quel che propongo. E sa pure che, siccome sono idee mie, e sono di una certa complessità attuativa, è inutile sperare che possano attuarle altri.

Ciò premesso, ho speso un buon centinaio di milioni per stampare 3.500.000 copie di quel ben noto documento elettorale a modo mio, ed un po’ più di un altro centinaio per farlo giungere con la posta agevolata o la distribuzione per strada ai componenti dei 3.200.000 nuclei familiari del Sud, aggiungendovi una ben visibile campagna informativa televisiva.

Per precauzione poi, ho fatto anche una campagna elettorale normale, attraverso un gran numero di referenti, che man mano spuntavano da tutto il Sud, e basti pensare che, solo nell’ultima settimana, abbiamo inviato oltre 1.500 pacchi, pacchetti e scatoloni di "santini", non a persone prese dall’elenco telefonico, bensì a sostenitori che ce li richiedevano con insistenza martellante, perché la tipografia non riusciva a star dietro alle richieste.

Da Reggio Calabria a Lecce, all’Abruzzo ed al Molise, centinaia di gruppi di riferimento, deputati, ex deputati, sindaci, assessori, consiglieri, candidati alle provinciali ed amici influenti, ci testimoniavano continuamente, a me ed all’attivissimo Lello, mio nipote, i loro progressi.

Sapevo che se la gente si fosse liberata pure solo di un grammo di quel timore di cambiare che l’accompagna anche quando, come ora, sa di non poter altro che cambiare, avrebbe in qualche misura smentito quella pseudopolitica alla quale, per opportunismo e per disimpegno, ha delegato, nonostante la disprezzi e la odi, la salvaguardia di quello che è e di quello che ha, ed avrei preso centinaia di migliaia di voti. Ma dalla mente collettiva, il mio interlocutore di tutti questi anni, mi veniva solo come una sorta di imbarazzato, silenzioso brusio, come se si schernisse: una riserva verso di me che al momento del voto contavo avrebbe tuttavia sciolto, magari solo avaramente, in mio favore. Nel dubbio, comunque, rafforzai la campagna normale: quella dei referenti che, secondo la mia stima, valeva non meno di 150 - 200 mila voti. Avevo invece rinunziato ad avere voti dal partito, perché pareva ovvio e giusto, a quel punto, che il partito facesse quadrato intorno al segretario, dividendo la seconda preferenza fra il vicesegretario ed i vari candidati locali o istituzionali.

In ogni modo, dopo un po’ la mia campagna elettorale è esplosa. Tutti hanno iniziato a dare per scontato che avrei avuto un risultato eccezionale, che secondo me significava che saremmo stati eletti sia Pier che io, ma che gli altri hanno invece cominciato a leggere nel senso che sarei arrivato prima io, forse anche allo scopo strategico di esorcizzare quella eventualità. Quando questa previsione è stata fatta anche da Cirm e Data Media in un sondaggio riservato per i partiti, apriti cielo: si è scatenato il panico, non già semplicemente nella struttura del CCD, bensì in tutti i partiti ed in ogni altra possibile forza grande o piccola, compresa, caro Cordova, la tua procura, la magistratura in generale, la Digòs, i Servizi, i poteri forti, i pompieri, i portieri, i macellai, i pescivendoli e fruttivendoli stupidamente terrorizzati dalla mia legge sull’etichettatura, fino ad ogni lettore del documento che "imprudentemente" avevo messo in mano a tutto il meridione.

Alla fine, sempre molto con il solito ausilio dei raffinati silenzi e dei sottili strategismi pseudoinformatori della stampa, le centrali del potere sono riuscite a far sì che quella riserva che l’elettorato già aveva nei miei confronti si convertisse in una chiusura univoca e generalizzata che, nel momento in cui mi hanno visto stretto nella morsa esasperata di quell’isolamento, ha coinvolto anche i gruppi che mi sostenevano. Di nuovo, come nel 1988 a Pozzuoli, ogni elettore ha seguito la strategia di incitare gli altri a votarmi, per salvare così la faccia e la proposta politica di cui al mio documento, ma di non votarmi poi lui stesso, per evitare che a gestirla fossi io, che avrei troppo insistito sul tema dell’impegno, a tutti così sgradito. Una strategia apparentemente incredibile e straordinaria per una collettività che sembra così confusa, ma in realtà elementare per una società che in materia elettorale ha maturato una consapevolezza ed esperienza che sarebbe sublime se non fosse inquietante.

Una proposta politica la mia che, benché soffocata dal deliberato silenzio negatorio dei partiti e dei media, credo alla fine abbia comunque prodotto un incremento di consenso al CCD, anche se poi l’elettorato ha voluto evitare di darlo a me, e lo ha diviso fra gli altri candidati, perché altrimenti, al Sud, con il 3,4% assorbito da Mastella, e con i voti che si è ripreso Fitto portandoseli in Forza Italia, non si spiegherebbe il 4,3% del CCD rispetto all’1,35% medio che esso ha avuto fra Nord Est e Nord Ovest, dove, sempre in virtù del silenzio idiota con il quale mi si circonda, quel pandemonio da me scatenato nel Sud non ha avuto invece alcun influsso.

Tutto ciò, naturalmente, con l’eccezione dei 7.750 coraggiosi che mi hanno votato, e che cercherò di identificare attraverso l’analisi del voto, sia per ringraziarli che per mettermi a disposizione per la prosecuzione del lavoro politico. Cose che, sia chiaro, non implicano alcun giudizio negativo sul mio amico Pier Ferdinando, il quale, al contrario, per quello che ha potuto, perché è ovvio che anche lui non poteva che muoversi in una logica di necessità, mi ha difeso sia da tutti coloro che dentro e fuori dal partito gli hanno fatto fortissime pressioni perché non mi candidasse, e sia da tutti coloro che, in campagna elettorale, volevano che mi sconfessasse apertamente.

Ora comunque eccoci qui. Tutto è fin troppo chiaro, e l’eccessiva esiguità dei miei voti lo conferma. Il pensiero della nenia degli "aneliti di cambiamento" con la quale l’orda degli "onesti" ci ha ammosciato in questi anni, acuisce il disagio per questa fuga di massa di fronte a null’altro che una vera proposta politica. Una paura di cambiare che ha fatto fuggire a rotta di collo finanche i pur affezionatissimi ed ora mortificatissimi disabili, L.S.U. e disoccupati clienti del nostro studio, che da soli sono in grado di eleggere, non uno, ma due deputati europei. Benché sia vero anche che per ora è troppo difficile costruire, e nessuna promessa potrà essere mantenuta, sicché la gente, che sa tutto, sa di star solo bruciando sull’ara del suo disimpegno un ennesimo, sempre più debole tentativo di non cambiare nel quale, forse, non ha voluto coinvolgere i politici del vero cambiamento, pensando che potrebbero servire tra non molto.

Quanto a te caro Cordova, a voi cari magistrati, ma anche a te, caro Pier Ferdinando, perché per quanto tu non abbia il potere di Cordova, tu pure puoi intervenire in questo genere di cose, nel salutarvi, vi ricordo che molti di voi conoscono i miei libri, e sanno che le mie tesi nel campo della psicanalisi, della psichiatria e della fisica sono importanti, per cui, sia pure solo "stricto iure", in un paese che spende decine di migliaia di miliardi per la scuola, la ricerca e l’informazione, consentire che se ne ostacoli la diffusione con il silenzio dei media, non è immorale bensì tecnicamente illegale.

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 57 bis
  • Data: 21-06-1999
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