Causa e principali obiettivi della mia candidatura nel Sud alle europee nel CCD ovvero legge sull’etichettatura, riforma istituzionale europea e riforma della giustizia.

Gentile elettrice o elettore, ho scelto di candidarmi nel CCD per la disponibilità sempre espressa dal mio caro amico Pier Ferdinando Casini ed il lavoro fatto insieme nella passata legislatura in relazione ad alcuni obiettivi che, essendo finalmente maturati in seguito a questi anni di sforzi, credo siano oggi divenuti raggiungibili.

Obiettivi viceversa non so quanto raggiungibili dall’interno del centro sinistra, nonostante anch’esso in parte li condivida, perché il centro sinistra è di nuovo in preda al suo antico vizio capitale: un immobilismo fibrillante dovuto al viluppo inestricabile dei troppi distinguo e veti incrociati delle sue sempre più numerose e conflittuali componenti.

Fu proprio insieme a Pier Ferdinando, ad esempio, che nel 95, a Napoli, al Circolo della Stampa, presentammo la proposta di legge per l’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio, e fu sempre lui che la fece poi proporre in Parlamento dai deputati nazionali del CCD.

Una legge in sei articoli secondo la quale sui prodotti esposti sui banchi dei fruttivendoli, macellai e pescivendoli deve apparire un’etichetta con il nome del prodotto ed il luogo di produzione o di pesca (non quindi un DOC, che è tutt’altra cosa).

I prodotti, infatti, in virtù della sublime chimica della natura, variano secondo i luoghi, per cui, essendo quelli italiani i migliori del mondo, è sufficiente che i consumatori possano riconoscerli per incrementarne clamorosamente la domanda, ovvero per diminuire l’importazione ed aumentare l’esportazione di circa due milioni di miliardi l’anno di fatturato attivo, sicché l’Italia, ed il Sud in particolare, così come la buona e bella Cenerentola, supererebbe con facilità le matrigne europee e non.

Matrigne che le hanno sottratto il ruolo di regina dei mercati con mille artifizi, fra i quali quello di promuovere le frodi agricole proprio per innescare la logica delle produzioni di quantità e non di qualità ed eliminarci così come concorrenti.

Una rapida ricchezza che sarebbe stata una dolce medicina anche per la disoccupazione e gli LSU, ma che né Bassolino né la maggioranza in generale hanno avuto la generosità di volere, perché offuscati dalla gelosia verso il CCD che presentò quella mia proposta di legge.

Al punto che sto pensando di chiedere a Pier Ferdinando di far finta di essersene dimenticato per dar modo a D’Alema, Veltroni, Bassolino, Pecoraro o qualcun altro di far finta che l’etichettatura è venuta in mente a loro or ora affinché, magari scrivendola in un altro modo, la lascino infine passare.

Senza contare che quella legge non piace alle lobby multinazionali ed all’apparato burocratico / governativo nord europeo, che li comandano a bacchetta, e sono poi le stesse forze che si oppongono anche alla riforma istituzionale europea ai fini del superamento del cosiddetto deficit democratico, che consiste nel fatto che i deputati non hanno neanche il potere di iniziativa legislativa, e le norme passano attraverso un tortuoso iter ideato proprio per far sì che giungano o no a buon fine secondo quel che piace all’apparato burocratico e alle lobby.

Con il risultato che l’Unione europea rischia di diventare sempre più la breccia attraverso la quale le lobby si insinuano quotidianamente, mediante le norme sovranazionali, nelle case dei cittadini di quindici paesi.

Il superamento del deficit (vedi la mia proposta di riforma in Internet, al documento Struttura giuridica ed istituzionale dell’UE), darebbe inoltre all’Italia il suo giusto peso politico, perché l’Italia non è integrata nella burocrazia europea e non riesce ad ottenerne nulla di serio, mentre se contasse di più il Parlamento anche l’Italia conterebbe, poiché è rappresentata da un adeguato numero di deputati.

Ma veniamo ora alla riforma della giustizia. Orbene, la Magistratura sa che occorre la civilizzazione della giustizia penale, perché la giustizia civile è l’unica che, sotto l’eterna pressione contrapposta delle parti, ha una funzione regolatrice della società, mentre la giustizia penale è mera burocrazia e fa soffrire la società senza però evitare le continue violazioni in cui il sistema è costretto a languire proprio per lo scarso sviluppo della giustizia civile ed amministrativa.

Fermo restando che occorre anche una norma in virtù della quale i reati siano giudicati tenendo conto dell’ambito esistenziale globale in cui vengono commessi, per spostare così l’asse del processo dai rei alle cause dei reati, rendere dinamica la giustizia impedendone la cristallizzazione nel moralismo giudiziario, e ridurre l’uso odioso ed inutile del carcere ai soli casi in cui occorra separare la società, finché occorre e salvo che non esistano strumenti diversi, da coloro che potrebbero nuocerle.

Situazione questa opposta all’attuale, nella quale coloro che nuocciono anche fisicamente alla società sono praticamente liberi di farlo, ma cadono subito sotto continuo ricatto poliziesco, giudiziario e fiscale coloro che non rinunziano a lavorare per partecipare ai processi di sviluppo in qualunque campo.

Siamo in sostanza in presenza di una pericolosa scemocrazia guidata da leader selezionati in quanto migliori nell’essere peggiori la quale - a partire dall’originario slogan "fate l’amore non fate la guerra", fondato sull’ignorare che ogni società è lo specchio del modo in cui in essa viene concepita ed esercitata la sessualità, perché la sessualità non è affatto neutra come si vorrebbe dare ad intendere - usa da tempo la strategia di assicurarsi il consenso offrendo in cambio il disimpegno dai ruoli familiari, lavorativi e sociali. Al punto di sfruttare il luogo comune che chi proibisce è cattivo mentre chi non proibisce è buono per offrire la libertà di consumo delle droghe così dette leggere come merce di scambio elettorale.

E si osservi che i processi iniziati nel 1992 da Di Pietro hanno una valenza opposta a quella apparente, perché non nacquero per cambiare la politica, ma per far deragliare sullo sterile terreno di "mani pulite" i veri cambiamenti politici che la definitiva crisi del sinistrismo stava finalmente per provocare.

La Magistratura, cioè, sa che se la civiltà è figlia del controllo la disfunzione della giustizia civile ed amministrativa è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose (è scritto da oltre dieci anni nell’intestazione degli innumerevoli atti giudiziari del mio studio), sicché se fosse stato possibile ottenere una sentenza dal TAR o dal giudice civile in alcuni mesi, piuttosto che in molti anni, la Pubblica Amministrazione non avrebbe mai avuto lo spazio per commettere gli abusi che anche oggi commette più di prima, e non si sarebbe mai trasformata nella palude fatiscente nella quale sono nati e si sono poi sviluppati e vivono i mostri burocratici del tangentismo di massa, perché la burocrazia è la tendenza a rendersi temibili o inaccessibili nei propri ruoli allo scopo di poterseli vendere.

La Magistratura, dunque, sempre fatte salve le moltissime lodevoli eccezioni, non ha voluto l’eliminazione delle "disfunzioni" della giustizia perché esse sono in realtà funzionali a quel sistema che l’ha eletta estremo guardiano dello scrigno dei suoi pseudovalori, e che per questa guardianeria le paga altissimi corrispettivi, fra i quali quello dell’impossibilità di reagire alle sue anomalie.

Corrispettivi che con la normalizzazione perderebbe, e che pertanto cerca di salvaguardare usando il clamore dei procedimenti penali per distrarre l’opinione pubblica dal disastro della giustizia civile ed amministrativa, che è invece il vero problema.

E’ indispensabile quindi che alla sconfessione sociale della Magistratura, che c’è già stata, segua ora quella politica, e che si istituiscano principi di responsabilità civile e penale dei Magistrati diversi da quelli attuali, che non le fanno nemmen vento.

A questo seguirebbe poi la normalizzazione anche della Pubblica Amministrazione, perché i milioni di impiegati pubblici che la sinistra sta annientando con il suo sciagurato lassismo per annetterseli, diverrebbero invece una forza prodigiosa da impegnare con grande soddisfazione di ogni singolo impiegato ed immenso beneficio per il paese.

Quanto all’imprenditoria, la sinistra, nonostante si spertichi nel professare il rispetto per gli altri, non sa rispettare quell’istinto dell’intraprendere sul quale appunto l’imprenditoria si fonda, o addirittura lo odia in memoria dell’antica contrapposizione verso i "padroni".

L’imprenditoria, che lo sa, e ne ha del resto riprove quotidiane, in conseguenza si fida poco, e questo fa incupire ancor più la sinistra, che continua a non capire che gli imprenditori non possono essere costretti ma solo convinti, perché lo slancio imprenditoriale è come la passione amorosa, e quando non c’è non lo si può comprare al supermercato.

Ed ecco così che si è formata fra sinistra ed imprenditoria un’incomunicabilità dovuta alla materiale mancanza di una cultura, un’esperienza, ed insomma un comune modo di sentire.

E’ vero infatti che il lavoro per l’imprenditoria è soprattutto un aspetto problematico dell’impresa, mentre per lo Stato deve essere un fondamentale diritto da garantire, ma è ormai pacifico che lo sviluppo imprenditoriale può essere consentito solo in base al rispetto della garanzia del lavoratore, per cui si tratta di due volti della stessa medaglia, e non di un irrecuperabile dualismo, come crede la sinistra.

Un dualismo odioso che diviene poi fiscalismo, giustizialismo ed autoritarismo interpretati anche come una sorta di punizione catartica da doversi infliggere al mondo dei "padroni", i quali, a quel punto, in parte demordono, in parte falliscono, ed in parte emigrano in lande più favorevoli.

Un rebus, quello occupazionale ed industriale, che può trovare soluzione solo con una riconversione che sarà possibile unicamente se la politica imparerà a comprendere veramente cosa sia lo sforzo di intraprendere e saprà così individuare modalità di sostegno che non si esauriscano in demagogiche e quasi sempre molto tardive distribuzioni di regalie.

Ecco, gentile elettrice o elettore, a partire dalla legge sull’etichettatura, che comunque è in grado da sola di sollevare nell’immediato il paese dalla crisi, e quindi di dare un fortissimo contributo diretto ed indiretto all’occupazione, ed ha il vantaggio di non costare nulla e di essere attuabile subito, queste sono le cose che da dentro il CCD vorrei fare per l’Italia e per l’Europa.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 57 ter
  • Data: 19-04-1999
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