Alla magistratura circa il GIP di Salerno e la necessità che essa non consenta a certi suoi esponenti di danneggiare troppo la sua immagine.

Mi spiace di dover di nuovo parlare del Dr Cozzi, Procuratore presso la Pretura di Napoli, e del Dr Diani, Pretore Dirigente della Sezione Lavoro di Napoli, ma mi ci costringe un singolare provvedimento del GIP di Salerno a firma illeggibile: una firma che nemmeno chiedendo in cancelleria siamo riusciti a stabilire di chi sia.

Il 13.7.96 io infatti divulgai un documento ora pubblicato nel mio ultimo libro La fase di Saul, in cui, fra l’altro, a proposito del Dr Cozzi scrivevo: "..ben altro si sarebbe potuto dire di Cozzi; dalle qualità professionali, tali che se vedevi un gruppo di avvocati sbellicarsi dal ridere in cancelleria era perché stavano leggendo l’ultima tratta dal fascicolo della fastosa collezione delle "cozzate", al tenore di vita, che una rabbiosa vox populi attribuiva ad ogni genere di affari, dai rapporti interessati con soggetti inqualificabili, alle vicende ed alle mediazioni immobiliari, alle assicurazioni, ai viaggi a sbafo e così via. (Per evitare inutili rischi da parte di ambienti che potrebbero temere mie ulteriori dichiarazioni, preciso di poter testimoniare solo su quanto ho già scritto, e cioè sul fatto che esisteva la collezione delle "cozzate" e sul fatto che esisteva la rabbiosa vox populi della quale mi sono limitato a riferire il merito. E’ chiaro comunque che chi volesse approfondire non avrebbe difficoltà a percorrere il piccolo ambito puteolano, denso però di eventi immobiliari di grande importanza.).

Nello stesso documento, poi, in relazione al Dr Diani, in tutt’altra sfera, argomentavo circa il suo modo di assegnare le cause ai vari magistrati della Sezione, la stragrande maggioranza dei quali, aggiungevo, violavano in maniera vistosa la legge professionale all’unico scopo possibile di usare la liquidazione di spese ridottissime come strumento per rendere problematico l’esercizio della professione, precisando inoltre che, in passato, la Sezione aveva fatto un uso tecnicamente politico del potere giurisdizionale poiché, violando il principio della monocraticità del pretore, decideva notoriamente le cause mediante moduli di sentenze prestampate adottate con voto a maggioranza da un organo giurisdizionale abominevole: la ben nota: Assemblea dei Magistrati della Sezione Lavoro della Pretura di Napoli.

Il 19.9.96 divulgai poi un altro documento, anch’esso ora pubblicato in La fase di Saul, in cui affermavo, fra l’altro, che i PM napoletani Catena, Clemente e De Gregorio avevano fatto su di me un’indagine assurda per la sua spropositatezza ed infondatezza, nonché illegale perché non preventivamente autorizzata dal Parlamento europeo, di cui ero membro.

Accadde così che i PM Sergio Zeuli, Giuseppe Lucantoni e Giovanni Melillo, dopo aver classificato i miei documenti, con tre autonome iniziative, come FNCR, ovvero fatto non costituente reato, li inviarono a Salerno per gli eventuali provvedimenti di competenza.

Si aggiunsero poi gli stessi Cozzi e Diani, i quali entrambi, rinunziando ad ogni querela nei miei confronti, anch’essi inviarono gli atti alla Procura di Salerno, sempre classificando i miei due documenti come FNCR.

Ora, l’invio degli atti a Salerno in relazione a me avrebbe avuto un senso solo se i PM napoletani mi avessero giudicato imputabile perché, in quel caso, essendovi coinvolti dei magistrati napoletani, avessero giudicato imputabile perché, in quel cas Salerno sarebbe stata competente per il prosieguo.

Ma alla mia "assoluzione" con la formula FNCR poteva solo seguire l’archiviazione, non potendosi certo ritenere che la mia non imputabilità dovesse essere ribadita a Salerno, che peraltro, a quel punto, sarebbe stato competente per territorio non più di Milano o Messina.

Era cioè palese che se si inviavano gli atti a Salerno era per le eventuali valutazioni in relazione a Cozzi, Diani, Catena, Clemente e De Gregorio.

Un’esigenza sentita anche dagli stessi Cozzi e Diani, i quali, devo supporre, volevano sottoporre la vicenda alla magistratura competente per vedere suggellata la loro incolpevolezza dal timbro della Procura di Salerno.

Mentre, francamente, nessuno, e nemmeno loro stessi, si era curato gran che delle mie dichiarazioni circa il comportamento illegale di Catena, Clemente e De Gregorio, forse perché si trattava di fatti attinenti alla sfera della litigiosità politico - giudiziaria, caratteristica di quel periodo. Benché poi Clemente, recentemente, una querela per diffamazione l’abbia presentata, credo in funzione della citazione per danni che non ho capito in cosa consistano, ma per i quali vuole oltre 500 milioni.

Senonché, a Salerno, il PM Anita Mele, stante il dogma dell’infallibilità dei magistrati, si rivolse invece ad analizzare di nuovo null’altro che la mia già più volte esclusa imputabilità. Un’analisi fortunatamente di nuovo favorevole, perché il 18.11.96 concluse anch’ella che si trattava di FNCR, e chiese l’archiviazione.

E qui si rompe l’incantesimo, perché il GIP di Salerno a firma illeggibile non ci sta ad archiviare un tal processo. Un processo peraltro ricco di molti possibili risvolti in relazione alla complessa vicenda della spaventosa conflittualità fra le procure di Napoli e Salerno.

Ed ecco così che - dando connotazioni giuridiche all’adagio secondo il quale il cetriolo.. - quel GIP, con un provvedimento scritto con i piedi sia in senso formale che in senso sostanziale, contraddice le ben 5 qualificazioni del volantino come FNCR e, teorizzando, per quel che si riesce a leggere, che secondo lui si tratta invece di calunnia, restituisce gli atti al PM invitandolo a rifare le indagini e riformulare l’accusa. Procedura, fra l’altro, giudichino magari meglio gli esperti di penale, che a me sembra incostituzionale.

Il PM Mele fa allora delle "nuove indagini" consistenti nell’accertare che quei volantini sono realmente miei, circostanza che nessuno si era mai sognato di mettere in dubbio, ma che le basta per chiedere, non più l’archiviazione, ma il mio rinvio a giudizio per calunnia.

E, si badi, non per la "calunnia" per così dire "principale", quella cioè a Cozzi, che è passata di mente a tutti, bensì per quella a Clemente, Catena e De Gregorio.

Tutto ciò senza contare che la calunnia richiede che vi sia una denunzia presentata secondo certe formalità all’autorità competente a riceversela, e quindi la preventiva archiviazione del procedimento scaturito dalla denunzia, che nella fattispecie non è stato mai archiviato perché non c’è mai stato.

Senza contare che chiunque dovrebbe ormai aver capito che i miei volantini mirano a causare processi culturali, e non procedimenti penali, tant’è che se avessi voluto invece produrre procedimenti penali, avrei saputo come sporgere delle regolari denunzie.

Senza contare che illegale non significa illecito, e non vedo perché non si possa dire che l’operato di Catena, Clemente e De Gregorio è illegale nel senso di contrario o diverso da quanto previsto dalle leggi.

Tantopiù che è illegale per davvero, dal momento che, anche se durante un certo periodo la magistratura italiana se n’è infischiata, e finanche il Parlamento europeo ha avuto timore di ribellarsi, non si sarebbe potuto procedere a mio carico senza la preventiva autorizzazione del Parlamento stesso.

E senza contare che è incivile lasciare che coloro che, nel doveroso esercizio di un mandato parlamentare o degli obblighi morali nascenti dalla loro qualità di intellettuali, affrontano il problema dell’uso anomalo che taluni hanno fatto della giustizia in questi anni, siano perseguitati in maniere da doversi considerare incolpevoli tanto sono disinvolte, rozze, flagranti e volgari.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 58
  • Data: 21-06-1999
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