Al Procuratore della Repubblica di Napoli Dr. Agostino Cordova

ed ai suoi PM Catena, Clemente e De Gregorio circa il fatto che gli asini non volano, ovvero circa l’opportunità che si dimettano in seguito al definitivo rigetto dell’inventata ed anomalamente fantasiosa richiesta di mio rinvio a giudizio per truffa allo Stato, falso ed induzione in errore.

Non è certo che voglia mettere in discussione che un Magistrato possa sbagliare.

L’ipotesi che qui si vuole invece esaminare è quella in cui la fantasiosità delle accuse non sia tecnicamente collocabile nell’arco dell’ordinaria variabilità fra i poli della fondatezza e della infondatezza, così come nella richiesta di mio rinvio a giudizio del settembre 97.

Una richiesta sulla quale, devo ricordarglielo, era apposta anche la Sua firma deliberatamente bene in vista per simbolizzare la Sua adesione ed il Suo sostegno ai Suoi Sostituti.

Per fare un esempio che si ricordi con facilità nel tentativo di aprire una volta per tutte il dibattito sul tema per così dire dell’errore inconcepibile, io cioè mi chiedo quanto segue.

Premesso che secondo l’UE gli asini sarebbero in via di estinzione, sicché quelli residui sarebbero così importanti da volersene finanziare l’incremento, ove nel presunto furto di un orecchiuto stallone invece mai mossosi dalla stalla del suo legittimo proprietario, alcuni PM abbiano fondato una vastissima, onerosa e grave indagine sull’affermazione che gli agenti della Digòs abbiamo più volte visto il ladro volare spavaldo in groppa alla suddetta bestia intorno alle cime svettanti dei grattacieli del Centro Direzionale di una certa città, ebbene, crede Lei che quando poi finalmente, in due gradi, la giustizia di quella città si fosse pronunziata spiegando l’insostenibilità dell’accusa perché si sa che gli asini al massimo ragliano, ma di sicuro non volano, crede Lei, dicevo, che si debbano o non si debbano infine trarre un minimo di conclusioni a carico di quei PM? Parole che ho titolo a dire perché finanche Voi, che pure mi siete talmente avversi, mi comprendereste, cortesi Dottori Cordova, Catena, Clemente e De Gregorio, se aveste visto, dopo anni di ininterrotte torture, lo stupore mio e di Saverio Campana, il mio giovane ma coscienzioso e valoroso difensore, il 4.11.99, di fronte alle parole del Sostituto Procuratore della Corte di Appello, Dr Renato De Lucia.

Eravamo lì, dinanzi al Presidente Norberto Castellano ed ai Consiglieri Giovanna Grasso e Luigi Riello, all’udienza per la decisione circa il mio eventuale rinvio a giudizio.

Io, avendone subito per anni di tutti i colori da questi Suoi Sostituti e dalla Digòs, quando ho visto il Dr De Lucia alzarsi con in mano quei fogli - perché i suoi argomenti ha voluto scriverli e non limitarsi a dirli - devo confessare che, nonostante quel Magistrato mi apparisse rassicurante nei gesti resi pacati dagli anni studiosi e dall’esperienza, gli ho tuttavia fatto il torto di ritrovarmi interiormente predisposto ad ascoltare anche da lui chissà quali altre assurde diavolerie contro di me.

Come potrebbe dunque Lei immaginare il mio stupore quando Egli, con lucida semplicità, ha cominciato invece a spiegare ..i tanti perché della palese infondatezza ed erroneità di quella richiesta di mio rinvio a giudizio concludendo pertanto per il suo rigetto...

Fermo restando, voglio prevenire qualche malizioso, che sbaglierebbe di grosso chi credesse che non ho fiducia nella Magistratura.

Io infatti, in oltre 25 anni, ho sempre difeso cause collettive spesso sperimentali e talora difficili, e tuttavia, salvo qualche eccezione, o in primo grado, o in secondo, o in Cassazione, le ho sempre vinte, sicché so bene, per lunga esperienza, che se si ha ragione e si sanno difendere le proprie cause, com’è doveroso per ogni avvocato, il nostro sistema giudiziario, prima o poi, in linea di massima ti renderà giustizia.

Anche se con questo non voglio certo affermare che non si verifichino delle eccezioni o che il sistema sia perfetto, perché si sa che la perfezione è divina e comunque la nostra società è preda dell’anomalia a tutti i livelli, sicché è chiaro che occorre migliorare, ovvero creare le condizioni affinché sia lo stesso sistema giudiziario a salvaguardare le ragioni di coloro che non sanno farlo, ma anche di coloro che, pur sapendolo fare, non per questo devono trascorrere la vita a combattere contro quei sia pur rari Magistrati per i quali la giustizia è solo il pretesto per l’attuazione dei propri personali desideri.

La Magistratura infatti, cadendo in un errore credo conseguente al suo naturale conservatorismo, ha forse ritenuto che la salvaguardia del suo prestigio andasse attuata difendendo anche costoro, laddove sarebbe stato per essa politicamente più opportuno e conveniente se fosse stata il primo ed il più severo censore della anomalie dei suoi esponenti, come si verifica in altri paesi.

A me ad esempio è accaduto di aver subito dei torti da un Magistrato australiano, tale Joe Kay.

Ebbene, Lei non immagina, Dr Cordova, con che fredda furia si abbattè su costui la critica terribile della Corte d’Appello, alla quale ero ricorso, e quanto quella critica lo abbia emarginato.

Potrà pertanto invece bene immaginare la mia soddisfazione quando una cosa simile mi è accaduta anche in Italia.

Premesso infatti che ormai la pronunziata sentenza, così come ogni cosa scritta, non appartiene più agli autori ma agli interpreti, deve consentirmi che il Presidente Castellano, ed i Consiglieri Grasso e Riello, di fronte alla troppo palese, imbarazzante stramberia delle accuse, avrebbero saputo, se avessero voluto, come trovare una formula assolutoria che, per così dire, salvasse capra e cavolo.

E deve anche darmi atto che l’avere aggiunto, dopo avere esclusi i reati, che: "va pure esclusa la violazione ad opera dell’imputato dei principi dell’etica e della correttezza professionali" costituisce una de liberata valutazione positiva di carattere generale su di me con la quale la Corte ha voluto, di sua spontanea iniziativa e per tutto quanto essa ha potuto, dissociarsi da tutte le amenità con le quali mi si è tormentato in questi anni per punirmi - osservi bene perché qui emerge un altro aspetto della mia analisi - delle mie tesi.

Proprio questo, infatti, e non certo quello in ipotesi ad Andreotti, è il processo più importante di questi anni.

Io infatti non sono né un politico né un imprenditore, ma sono invece fondamentalmente null’altro che l’autore dei miei libri e delle mie tesi, ed innanzitutto della mia tesi psicanalitica sul modo di formazione del pensiero, e proprio quelle tesi, in quanto da anni strumento di profondo cambiamento, sono state il vero imputato di questo "processo".

Un "processo" la cui vera chiave di lettura è in "Il complesso di Santippe" , la mia difesa dinanzi alla Corte Suprema in Australia in un altro processo apparentemente del tutto diverso da questo ma invece molto simile, nonostante si trattasse di un processo civile, perché infatti tutto ciò non è che l’espressione dell’eterna lotta fra Santippe e Socrate, ovvero fra l’ignoranza e la cultura.

Un processo, quello di Socrate, nel quale, glielo ricordo, i giudici sono 500 ed i sostenitori della cultura 220, sicché non basteranno a farlo assolvere contro i 280 sostenitori di Santippe, l’ignoranza.

Cosa questa emblematica perché tutta Napoli ed il resto d’Italia, e non solo d’Italia, è ormai ben conscio della non ordinaria importanza delle mie tesi, nonostante tutti continuiate a celebrare a riguardo una finzione collettiva tanto più ridicola e vergognosa quanto più univoca e vasta diventa.

La mia assoluzione simbolizza pertanto che, rispetto ai tempi in cui la cultura veniva uccisa, ora invece viene magari un po’ contrastata, ma poi vince, mentre agli innovatori del passato, prima di vedere affermate le loro tesi, è sempre toccato di dover morire.

E sa perché? Perché quando la lotta era solo fra gli uomini e c’era quindi uno spazio dove il vincitore poteva godersi il frutto della sua vittoria, anche l’ignoranza poteva consentirsi il lusso di uccidere un avversario utile come la cultura.

Oggi invece che gli uomini rischiano tutti insieme di perdere la comune battaglia per l’abitabilità del pianeta, l’ignoranza sa di doversi dare una regolata perché solo i suoi eterni nemici, l’intelligenza e la cultura, la possono salvare.

E badi che se continuo a parlare di ignoranza e cultura e non di ignoranti e di colti non è a caso, ma perché ignoranza e cultura sono presenti, generalmente in quantità simili, in ognuno di noi, sicché io non auspico che sopravvenga una classe di superuomini, che del resto non si saprebbe dove stanno né chi siano, che salvino e guidino la società, ma solo che ognuno di noi, piuttosto che lasciar vincere dentro di sé l’ignoranza, faccia invece il maggiore sforzo di far vincere un coefficiente sempre più alto di intelligenza e di cultura.

Ovvero, rifacendomi alla terminologia che uso dal 1985 nei mie libri, io lavoro affinché impariamo a far vincere dentro di noi l’impegno piuttosto che il disimpegno, perché ciò che rende certi uomini peggiori di altri è generalmente proprio il fatto di voler raggiungere gli obbiettivi più velocemente e con minor sforzo di quanto sia possibile in realtà.

Tant’è che non c’è sciocco il quale, anche senza bisogno di lunghi studi e sforzi che cambierebbero chiunque, non sia in grado di cambiare da un momento all’altro e diventare intelligente se solo gli convenga, specie oggi, dopo 50 anni di televisione.

Per cui, Dr Cordova, il quesito che rivolgo a tutti noi, ed innanzitutto a me stesso, è il seguente: vogliamo noi diventare finalmente intelligenti, o abbiamo invece intenzione di ostinarci inutilmente a fare i furbi? Questo perché secondo me l’intelligenza è la capacità di svilupparsi attraverso il contribuire allo sviluppo degli altri, mentre la furberia è la capacità di svilupparsi prevaricando gli altri.

Nel mentre, quanto alle conclusioni che occorrerebbe trarre da questa sentenza della Corte d’Appello, veda un po’ Lei, e vedano anche Catena, Clemente e De Gregorio.

Né mi si obietti, La prego, perché sono certo che Lei sa tutto e segue con grande attenzione e partecipazione questa vicenda insieme a Catena, Clemente e De Gregorio, che comunque, stante il molto tempo libero che vi lascia la delinquenza comune, non è stata certo " abbassata la guardia" nei miei confronti né da parte della Digòs né da parte di chissà quanti altri PM, e che c’è pur sempre pendente qualche residuo di quella richiesta di rinvio a giudizio perché, quanto a questo, si è trovato anche il modo di mandarmi sotto processo per calunnia, perché ho osato dire - ma non posso che ribadirlo, perché è vero - che l’operato di Catena, Clemente e De Gregorio è stato illegale, ed essi, per il momento, impavidi di fronte al periglio degli altri provvedimenti che prima o poi finiranno per appannare ulteriormente la loro già pur rifulgente fama, insistono finanche nel volermi bersaglio di altre loro residue o conseguenti accuse, oltre che di una richiesta di 500 milioni a testa di risarcimento danni.

Come infatti nel vecchio film "Per un pugno di dollari" il protagonista diceva che: "quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto", deve darmi atto che quando un uomo che può solo difendersi attraverso lunghi, lenti e tortuosi meccanismi incontra tre o quattro uomini che hanno invece la possibilità, con un semplice tratto di penna, di scaricargli addosso senza problemi, senza limiti e senza conseguenze tutte le accuse che gli paiono e piacciono, è un miracolo che l’uomo che può solo difendersi riesca intanto sostanzialmente a sbaragliare quelli che lo possono accusare a loro piacimento.

A parte che, nonostante a tutto pare si faccia l’abitudine, non è tuttavia bello aver fatto il callo alla gravità del colpire così a fondo interi contesti familiari fatti di donne, uomini, vecchi, bambini, ragazze e ragazzi in carne ed ossa tracciando su pezzi di carta disegni di reati e di delitti inventati di sana pianta per i quali i codici prevedono decine di anni di carcere, con il condimento di varie, non meno inventate aggravanti.

Comportamenti che, se mi consente, richiederebbero quantomeno, da parte del CSM, la verifica del persistere nel Magistrato della capacità di esercitare il suo ufficio.

Processi che costituiscono pacificamente degli errori incomprensibili di chi li ha intrapresi, ma che tuttavia, in perfetta antitesi al principio che chi sbaglia paga, hanno fin qui arrecato danni solo a me ed ai miei, senza invece arrecarne alcuno a chi li ha commessi e con la prospettiva anzi di un premio in denaro in forma di risarcimento.

Oltretutto, Dr Cordova, anche a prescindere dalle gesta nei miei confronti, quanto è stato messo in cantiere a Napoli non ha dimostrato di essere il fulcro di quanto invece occorreva fare e, quando le cose non vanno, le collettività hanno diritto a che si traggano le conclusioni.

Poi, osservi, quando ero deputato capitava a volte che qualche superficiale affermasse che la ragione del mio coraggio era nell’immunità, di cui peraltro Catena, Clemente e De Gregorio, insieme a qualche altro, si sono impunemente del tutto infischiati.

Ebbene, ora che l’immunità non l’ho più, non crede che sia infine venuto il momento di avere la generosità di darmi atto che invece la ragione della mia forza non può che essere nel fatto di aver ragione?

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 60
  • Data: 14-12-1999
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