Al Giudice Monica Cacace

circa il fatto che la sgradevole foto in cui Einstein mostra la lingua simbolizza il suo intento di insultare l’umanità dopo averla ingannata, poiché la teoria della relatività è solo uno scherzo di cattivo gusto, e circa il fatto che la vicenda Berlusconi distorce la visione della giustizia del centro sinistra e gli impedisce di trovare soluzione alle sue anomalie.

Non Le sembra forse pacifico, gentile Dottoressa Cacace, che quelle poche dozzine di giovanissimi magistrati di una stessa città più o meno si conoscano un po’ tutti, si diano del tu, siano legati fra loro da vincoli di solidarietà, si frequentino regolarmente, abbiano amici comuni, abbiano buoni motivi, data l’importanza del loro ruolo, di mantenere fra loro rapporti di grande cautela e disponibilità, siano materialmente ed emotivamente coinvolti nelle stesse battaglie, abbiano fra loro quella comunione di vedute, di intenti e di sentimenti tipica dall’appartenenza ad uno stesso ambito? Un ambito per di più caratterizzato da un grande potere e da grandi privilegi.

O Le sembrerebbe strano, o illecito, se molti fra loro fossero fraterni amici, se avessero sofferto insieme l’attesa del risultato del concorso, se frequentassero le stesse discoteche, se trascorressero insieme le vacanze, se giocassero insieme la tombola di Natale, se ci fossero stati fra questo o quello di loro dei legami sentimentali, o anche solo delle fugaci storie, o degli occasionali rapporti fisici, se avessero insieme concreti interessi, se facessero parte della stessa cooperativa per la costruzione di un parco di ville, dello stesso condominio, della stesso club sportivo o ricreativo e così via all’infinito? Cose insomma tutte perfettamente normali, così come tutte inidonee a garantire alcuna serenità di giudizio fra Magistrati concittadini, tant’è che finanche il legislatore se n’è accorto ed ha disposto a riguardo la modifica della competenza territoriale anche nel civile.

Cosa che però costituisce solo un palliativo.

Colgo infatti l’occasione per far notare al centro sinistra che la visione della giustizia come strumento per combattere Berlusconi, ha fatto perdere a tutti di vista che la vera causa di fondo delle anomalie di certa giustizia, nonché l’ostacolo che è indispensabile rimuovere per poter cominciare a risanarle è proprio nel fatto che i magistrati si giudichino fra di loro.

Il che genera una troppo forte, oggettiva difficoltà di esercitare serenamente il giudizio, rispetto alla quale anche spostare la competenza da una città all’altra è solo meglio di niente, e che va risolta, ferme restando le garanzie alle quali come tutti hanno diritto, con la creazione di un organo per far sì che, né in civile né in penale, i Magistrati siano giudicati da appartenenti alla loro stessa corporazione.

Una censura questa che non va affatto alla Magistratura, bensì alla norma, perché fosse pure solo l’1% dei Magistrati ad avere la triste propensione a trasformare l’aula in cui si celebrino giudizi che lo riguardino in un palcoscenico in cui si recitino scene molto diverse da quelle che si verificano dietro le quinte, ebbene, quell’1% potrebbe però farlo con una libertà tale da ferire così l’immagine dell’intera Magistratura.

E credo che la stragrande maggioranza dei Magistrati intellettualmente onesti debba darmi atto che il danno arrecato alla Magistratura dai suoi critici è nulla di fronte a quello che le hanno invece arrecato un numero pur modestissimo di suoi esponenti con le loro gesta.

Gesta che (vedi ad esempio il "Libro Bianco" deipenalistinapoletani), sono state talora censurate durissimamente innanzitutto da loro colleghi Magistrati animati da tutt’altre concezioni, ma anche in quel caso senza alcun risultato, al punto che essi, anziché sedersi un attimo per chiedersi se è proprio così sicuro che il loro operato è stato l’ideale dal punto di vista delle leggi e dei sani principi, ancora si affannano ad impegnare gli altri e la giustizia con le loro querele per diffamazione rispetto a fatti non inventati certo da nessuno, bensì riportati da documenti di carattere formale scritti nelle sedi competenti da esponenti illustri della stessa Magistratura.

Affermazioni le mie da un lato di carattere generale, e dall’altro a limite riferibili a chiaramente tutt’altre vicende che la causa del Dr Clemente per risarcimento danni che pende dinanzi a Lei.

Una causa rispetto alla quale intendo fare solo delle precise considerazioni fondate su banali, leciti ed incontestabili fatti che fanno venir meno di per sé, senza bisogno di alcun illecito da parte di nessuno, le garanzie alle quali ogni cittadino ha diritto, come il fatto che anche Lei, il Dr Clemente, la Dottoressa Catena ed il Dr De Gregorio siate dei giovanissimi magistrati concittadini, ed il fatto che ovviamente anche i Dottori Catena e De Gregorio hanno un forte interesse a che Clemente vinca la causa di risarcimento danni morali (sic!) nei miei confronti per poter poi utilizzare la Sua sentenza nelle identiche cause che anch’essi hanno proposto contro di me.

Ora Lei è talmente giovane, ed io - che dico spesso di avere la fortuna di appartenere ad una generazione che ha avuto l’opportunità di sperimentare anche un po’ il passato prima di essere precipitata in questa travagliata "modernità" - lo dico sempre con un profondo senso di colpa verso i giovani, che non hanno conosciuto altro che il consumismo: la terribile pseudocultura rivolta a subordinare l’uomo alle logiche produttive piuttosto che le logiche produttive all’uomo: la pseudocultura che nel 1968 lanciò l’atroce slogan "fate l’amore non fate la guerra", rivolto in realtà, per fini di consumo, a far credere che la sessualità sia qualcosa di neutro, laddove invece ogni società è lo specchio esatto del tipo di sessualità che in essa si pratica, perché la sessualità è la prima e fondamentale forma di linguaggio, e la sua principale valenza è appunto quella di costituire, in quanto linguaggio, lo strumento per addivenire all’emozionale profondo dell’altro e tessere così la trama di fondo della cultura che legherà poi la moltitudine degli uomini in società.

Perché dico queste cose? Perché appunto, qualunque sia l’argomento, le persone, per intendersi, hanno bisogno di condividere i presupposti di base delle loro concezioni.

Ovvero, fin quando non verrà chiarito l’equivoco su quello slogan dalle conseguenze incalcolabili, i giovani, che sono cresciuti in una società addirittura costruita su di esso, dovranno compiere uno sforzo eroico per poter capire il senso dell’onore, che non ha niente a che fare con l’onorata società, l’irrinunciabile valore della dignità, la nobiltà del lavoro, l’indispensabilità della filosofia eccetera.

Io insomma sono convinto che se riuscirò a sconfiggere quell’odioso slogan - una lotta tremenda perché le infinite pseudoculture che esso ha generato hanno pervaso il pianeta - Lei si sentirà improvvisamente a disagio per il fatto di dover giudicare un uomo che non vive altro che per la ricerca scientifica, filosofica ed ideologica in una causa in cui sono parti, dirette od indirette, tre suoi coetanei, colleghi e concittadini, e che addirittura essi stessi rinunzieranno a portarle avanti e, senza bisogno che nessuno si scusi con nessun altro, si schiereranno dalla mia parte e mi sosterranno nella guerra contro le pseudoculture, perché non vedo come potrebbero non condividerla.

Anche perché, diversamente, man mano che dovesse crescere l’omologazione delle mie tesi, il fatto di essere tanto coinvolti in questa vicenda, li graverebbe di una responsabilità troppo pesante, se insistessero nel contrastarmi in questo modo sia nel merito che per la mancanza di garanzie.

Una mancanza di garanzia così patente da provocare, di nuovo di per sé, delle inconsce modifiche comportamentali, come il singolare non stare nella pelle del Dr Clemente e del suo difensore in attesa della sentenza.

Singolare perché, tanto è incerta e piena di errori la loro causa, che quella sentenza dovrebbero, non dico temerla, ma quantomeno attenderla compostamente.

O il non meno singolare tono della comparsa conclusionale: una lunga e debole comparsa però priva di quell’accattivante modestia espositiva, quella rispettosa dubbiosità magari anche solo rituale, che caratterizzano sempre lo scritto dell’Avvocato perché inevitabilmente dovute al sapere di essere nelle mani di un altro, il Giudice, e carica invece di una curiosa certezza da sentenza.

E tutto senza rendersi nemmeno conto che a volte una causa sbagliata è meglio perderla subito che poi.

Una comparsa rispetto alla quale occorrono delle precisazioni perché sembrerebbe che qui si creda che questi 3 PM siano proprio loro i miei principali avversari planetari nella lotta per il cambiamento culturale, laddove il mio vero nemico è invece ovviamente la cultura del Silenzio.

Il Silenzio su di una serie di opere che - da quelle relative alla psicanalisi, a quelle sulla fisica, sulla sociologia, sulla politica e sul diritto - si sono già affermate, di fatto, senza che nessuno abbia fin qui pronunziato una parola di riconoscimento ufficiale, come la prossima cultura dell’uomo dopo l’occidentalesimo, perché, non so se Lei se n’è resa conto, ma questo lavorio subacqueo che si scatena intorno a me dovunque vada, è in atto non solo a Napoli, ma anche a Roma come a Bruxelles o a Camberra o a Melbourne e da ora, con Internet, in tutto il mondo.

Opere sulle quali si tace non certo per mera cattiveria (la mera cattiveria non esiste perché, non essendo funzionale a nulla, la natura non l’ha selezionata fra le pulsioni che in essa interagiscono), ma per i grandi cambiamenti che comportano e che si vuole che esse producano gradualmente, attraverso una lenta omologazione che io combatto perché la considero troppo lenta e troppo pericolosa per il genere umano, stante l’urgenza degli enormi problemi che lo sovrastano.

Cosa che potrebbe dare la sensazione che starei dunque dando un’eccessiva importanza a questi PM, addentratisi in questa vicenda solo per troppa ingenuità in un momento in cui gli era parso che non ci fosse altro da fare che trarre le facili conclusioni di un prevedibile attacco in massa nei miei confronti da parte dell’intero apparato burocratico, che invece se n’è guardato bene, perché ha capito in tempo che mentre chi mi contrasta è al massimo dello sforzo, la mia forza si alimenta degli attacchi e cresce automaticamente man mano che si sfrangia la cortina del Silenzio sulle mie tesi.

E’ chiaro infatti che se io, ad esempio, fossi Einstein nessuno si sognerebbe di attaccare con cause come queste il contenuto delle mie opere.

Ebbene, io mi impegno sul mio onore a presentarmi con le vesti lacere, il capo coperto di autentica cenere di camino e le mani ed il volto imbrattati di carbone nel centro del cortile del Tribunale di Napoli per sottopormi alla pubblica irrisione, se entro un mese dalla pubblicazione di questo documento non ne avrò pubblicato un altro con il quale dimostrerò ad ogni lettore che la teoria della relatività è un’idiozia, e che la ben nota, bruttissima fotografia che ritrae Einstein nel mentre mostra la lingua, costituisce la sua vera immagine, perché egli è il capostipite di una fraudolenta tradizione di cui fanno oggi parte anche fisici italiani, fra i quali Rubbia e Zichichi, o giornalisti "scientifici" come Angela, e che è rivolta a prosperare speculando sull’ovvia ignoranza in campo scientifico della società.

D’altra parte era inevitabile che il consumismo, per svilupparsi, dovesse garantirsi l’immobilismo culturale di cui costoro si sono fatti artefici, al punto che l’unica cosa in cui possa sperare per la divulgazione delle mie tesi sono gli attacchi come quello che mi venne nel settembre del 97 da questi PM e dal TG3 Campania, per cui non è per masochismo che sono costretto a dire: ben vengano dunque le condanne, gli attacchi giudiziari e televisivi, le ingiustizie eccetera, perché essi continuano ad essere il solo strumento attraverso il quale io possa aprire il dialogo con la società utilizzandolo poi via via per introdurre tanti temi importantissimi, come la relatività e le enormi conseguenze della sua erroneità.

Anni di persecuzioni dei quali sto lasciando una documentazione credo unica, non per vendicarmi dei miei avversari quando le mie opere avranno avuto un adeguato livello di diffusione, ma perché è da millenni che coloro i quali hanno contribuito di più allo sviluppo della società hanno dovuto pagarlo a caro prezzo, sicché voglio fare il possibile per tentare di dare ai troppi nemici della cultura una lezione tale da insegnargli il rispetto sia per gli uomini di pensiero che per tutti coloro che comunque vorrebbero dire qualcosa e non osano per timore della vendetta di chi ha interessi e poteri precostituiti.

Nemici fra i quali non identifico nessuno in particolare, perché dovrà poi essere la società a stabilire eventualmente se le mie opere sono importanti e di chi è la responsabilità di averle ostacolate, sicché potrebbe finanche risultare che a questi PM, detto che le loro azioni sono state gravi e gratuite, debba tuttavia essere riconoscente per aver contribuito, accusandomi infondatamente, alla crescita della mia visibilità.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 62
  • Data: 19-01-2000
Letto 5509 volte