Ai PM Dr. Domenico Airoma e Dr. Maria Antonietta Troncone...

OGGETTO: Raggelante riproposizione di un nuovo e nuovamente errato impianto accusatorio contro di me in base a fatti identici a quelli che, dal 1995, ispirarono il fallito impianto accusatorio dei PM Catena, Clemente, De Gregorio, Ajello, Miller e Cordova.

Gentili dottori Airoma e Troncone, se prima avevo chiesto la rimessione del giudizio ai sensi del 45 cpc essendo palesemente pregiudicata la libera determinazione di coloro che partecipano a Napoli ai giudizi contro di me, ora la devo urlare alle genti con quanto fiato ho in gola, perché ci troviamo di fronte ad un passaggio di qualità che esorbita per gravità la sfera dei fatti personali.

Sono infatti trascorsi cinque anni di lotte all’esito delle quali è giustamente colato a picco il singolare impianto accusatorio posto in essere nei miei confronti dai vostri colleghi Catena, Clemente, De Gregorio, Ajello, Miller e Cordova.

Ecco allora che voi, quasi non fossero bastati cinque anni di sforzi da parte di ben sei PM per individuare tutti i pretesi reati ravvisabili in quei fatti, sulle macerie ancora fumanti dell’impianto accusatorio dei vostri predecessori, ed in relazione a fatti identici, ne avete ricostruito uno nuovo di zecca più assurdo del primo.

E ben vero cioè che se non si può essere giudicati due volte per gli stessi reati, lo si può invece astrattamente essere in base all’inquadramento come reati diversi di fatti identici, che dunque, secondo quanto sembrate credere, potrebbero essere giudicati e rigiudicati all’infinito inquadrandoli via via in sempre nuove figure di reato.

C’è però da augurarsi che vi rendiate conto che ammettere una cosa simile se non in presenza di non so quali particolari circostanze che possano eventualmente giustificarla, equivarrebbe ad ammettere che per la giustizia sia un valore non la coerenza ma la follia.

Per tali motivi, solo in subordine, per il caso che l’eccezione di rimessione non venga malauguratamente accolta, spero dunque, gentili dottori, innanzitutto che non sorridiate, ora, dopo la sentenza della Corte di Appello, della stranezza delle accuse di "truffa allo Stato" ed "induzione in errore del giudice", con le quali i vostri colleghi mi hanno tenuto in scacco per cinque anni, perché essi le hanno sostenute con lo stesso sussiego con il quale voi sostenete ora le vostre.

Tanto più che anche a voi le accuse di "truffa allo Stato" ed "induzione in errore del giudice" sono apparse strane solo dopo la sentenza della Corte d’Appello, mentre prima sono state a lungo il punto centrale anche del vostro impianto accusatorio, sicché spero vogliate almeno avere la cavalleria di lasciare solo a me il piccolo privilegio di poterne ora sorridere.

Quanto alla fioritura di nuovi reati che mi si contestano, tutti derivanti in sostanza dall’avermi agganciato ai falsi già infondatissimamente contestati anche in passato al povero, innocentissimo, sfortunato notaio, prima di entrare nel merito degli stessi, voglio analizzare la questione dal punto di vista dell’unica contestazione non ancora risolta del processo del 97: quella di appropriazione indebita, la cui infondatezza, nel momento in cui l’avrò dimostrata, produrrà la crisi di ogni altra accusa perché la minerà nella logica e nella ratio, essendo chiaro che se non sussiste l’appropriazione indebita del denaro, non hanno più senso le attività che si pretendevano rivolte a realizzarla.

Accusa di appropriazione indebita rispetto alla quale devo farvi una piccola contestazione anch’io.

Io vi contesto cioè di non aver mai letto il testo della famosa procura speciale in virtù della quale mi accusate di aver commesso i vari reati che mi contestate nonché l’appropriazione indebita stessa.

Premesso infatti che vi dimostrerò fra breve perché avete torto anche da un punto di vista sostanziale, vi voglio ora intanto dimostrare che avete torto già a priori da un punto di vista formale.

Non essendo infatti possibile controllare sempre tutto di persona, io cioè scrissi il testo di quella procura in una maniera tale da rendere formalmente edotti i clienti, proprio attraverso la sottoscrizione della procura, che dunque costituisce la prova materiale della loro consapevolezza, di tutti quei fatti la cui non consapevolezza avrebbe dovuto essere condizione essenziale delle vostre pertanto errate accuse.

Metodo, quello delle procure, che ho cessato di usare credo dal 1996, e che all’epoca usavo solo perché la Banca d’Italia non cambiava gli assegni di importo superiore a 2.000.000 se non in presenza del notaio presso lo sportello, sicché, non essendo gli assegni trasferibili, ne derivava un regime di continui problemi che di solito costringevano questi clienti, per incassarli, a dovere attendere i tempi dell’apertura di un conto corrente o di un libretto di risparmio e quindi del relativo accredito.

Ne derivò che, per trovare una soluzione ed evitare il regime di pressione continua sullo studio, decisi di ricorrere alla procura che, a questo punto, ho deciso di "pubblicare".

Il testo integrale della procura per ciò che qui rileva, era dunque il seguente:

"Io sottoscritto Gennaro Esposito (il nome ed i dati sono ovviamente di fantasia) nomino mio procuratore speciale l’avv. Alfonso Luigi Marra ... affinché mi rappresenti e difenda nella procedura per il recupero di quanto dovutomi dal terzo pignorato Banca d’Italia, Tesoreria Provinciale, Sede di Napoli, Via Nuova Marina n. 5, per il debitore Ministero dell’Interno in virtù dell’ordinanza n. 8023/95, del 10.04.95, del Pretore di Napoli, Giudice dell’Esecuzione, ...".

Procura in base alla quale si facevano quindi i conteggi meccanizzati, si preparava il precetto, e lo si notificava alla terzo Banca d’Italia.

Ora, premesso che qui si parla di precise figure di reato le cui connotazioni sono disegnate dal codice, e non di punti di vista personali, mi sottopongo umilmente al giudizio degli avvocati e magistrati d’Italia per chiedere se si può essere chiamati a rispondere penalmente di un’accusa basata sul fatto che taluno, avendo firmato un atto notarile, sostenga tuttavia di essere all’oscuro di quanto specificatovi, ovvero degli atti nei quali il suo credito è descritto: atti nella fattispecie pubblici, che per di più gli venivano forniti regolarmente dallo studio, e che comunque poteva richiedere in tutte le sedi indicate nella procura stessa.

E se la soluzione accusatoria per superare anche questo insuperabile ostacolo è che le procure notarili devono allora essere, o tutte o alcune, addirittura o false o non raccolte in presenza del malcapitato notaio, ebbene, se è divenuto così facile anche mettere in discussione gli atti autenticati dai notai, non so più che dire, salvo che, non potendo testimoniare a favore del notaio, do allora doverosamente la mia parola d’onore a tutti i galantuomini di questa città, che spero continueranno a credermi quanto più ci si accanirà contro di me con queste assurdità, che quello sfortunato non si è mai sognato di fare nulla di simile, e che, ad esempio, quando qualche invalido non poteva salire, è sempre sceso personalmente a raccoglierne la firma, così come potranno testimoniare tutti, nonostante salire e scendere con gli ascensori del mio edificio richieda talvolta anche dieci minuti e sia una vera noia.

Va però anche osservato che l’infondatezza delle accuse è tale che se mai dibattimento dovesse esserci, queste invenzioni non potranno che scoppiare in un istante nelle mani dei loro artefici, chiunque essi siano, e non credo sia allora difficile prevedere uno scenario in cui, piuttosto che insistere su queste inesistenti falsità notarili, la giustizia dovrà invece cominciare a chiedersi seriamente come mai esse siano state sostenute da costoro, e francamente credo che l’istruttoria che potrebbe allora derivarne rischierebbe forse di rendere non facilmente dimenticabile sia questo processo che la procura napoletana di questi anni, magari anche a scapito dei tanti che non l’avrebbero meritato.

Dopo tutto, trattandosi di persone che non hanno capito il contenuto della procura che hanno firmato, non si vede cosa ci sarebbe di strano se emergesse che non hanno capito nemmeno le dichiarazioni che pure - che dubbio c’è? - hanno genuinamente dettato! Ma non basta.

Voi, gentili dottori, avete compiuto anche un altro grave errore tecnico.

Leggo cioè, non sul codice, o su quella giurisprudenza che ogni magistrato dovrebbe conoscere a menadito - e qui la giovinezza non è un’attenuante, perché le accuse dei giovani feriscono quanto quelle degli accusatori anziani - ma su di uno di quei manuali pratici adatti ad un civilista come me (Dizionario dei reati, ed. Simone, introduzione Gian Carlo Caselli), che, in materia di appropriazione indebita, "il dolo è escluso ogni qual volta il profitto avuto di mira dall’agente non sia ingiusto".

Il che significa che, già a priori, il processo è da escludere anche perché, fermo restando che le cifre indicate nell’accusa sono di fantasia, prima di formulare la richiesta di rinvio a giudizio, avreste dovuto accertare se quei pur fantasiosi importi non corrispondevano comunque per caso a solo una frazione di quanto dovuto per le spese dell’estenuante attività professionale che ho svolto in numerosi giudizi e gradi per queste persone durante circa un decennio: cose che non avete fatto perché vi sono a Napoli e nel Sud non pochi che non riescono ad accettare che l’attività di avvocato vada remunerata, non con panieri di uova, ma in base alle tariffe professionali.

E che dire poi da un punto di vista logico e sostanziale? Il conflitto su questi temi va avanti dal 1990, e tutti i documenti che ho divulgato sono sempre stati innanzitutto distribuiti nel mio studio, ponendoli a disposizione dei clienti nell’ingresso, senza contare che molti sono stati pubblicati sui giornali, a partire da "Il Mattino" di Napoli, e comunque sono raccolti in alcuni dei miei libri, che specie a Napoli sono ben noti (La storia di Aids, La civiltà degli "onesti", e la La fase di Saul).

Come sarebbe dunque possibile che una qualunque di queste persone - in realtà tutte espertissime, ed a volte anche consigliatissime ed assistitissime - non fosse al corrente di tutti gli aspetti di questa questione nella stessa maniera in cui li conosce da anni tutto il Tribunale di Napoli o il Parlamento? Ma non basta.

Io non credo, cortesi dottori, che voi mi possiate giudicare come se non sapeste che interagisco pesantemente da quindici anni nella città di Napoli, e che essa è irta di uomini che, stando seduti in posizioni chiave, non sognano che di farmi pagare la mia sincerità.

Né credo ci sia da meravigliarsi del non modesto numero di clienti firmatari di sia pur cervellotiche, contraddittorie ed inconcludenti carte in mio danno nonostante non si siano mai sognati, né prima né dopo, di farmi giungere una parola o un gesto di doglianza, e continuino anzi ad andare surrealmente avanti e indietro nel mio studio facendo finta di niente mentre continuano a farsi difendere sovente in quelle stesse pratiche nelle quali avrei commesso l’appropriazione indebita.

Una cosa alla quale da tempo tutti sembrano aver fatto l’abitudine in questa vicenda, ma della quale vorrei invece rimarcare la singolarità, perché questo comportamento solo apparentemente curioso è un codice muto attraverso il quale, loro e noi, ci diamo reciprocamente atto del fatto che, date le circostanze, non hanno potuto fare diversamente.

Tutti, infatti, ed a maggior ragione i miei clienti, hanno sempre saputo (come si può leggere fin dal documento n. 12, dell’15.11.95) che ci sono sempre state due traiettorie diverse delle indagini in materia: alcune variamente dedicate al tema della falsa invalidità, ed altre incredibilmente dedicate per anni ed anni solo a me.

Indagini nelle quali sono stati coinvolti anche il notaio oltre, ora, ad un povero rappresentante di un’associazione di invalidi, la cui colpevolezza, senza che io voglia dire che ciò è deliberato, resta comunque un presupposto indispensabile di ogni nuova accusa contro di me, perché, pur non volendo porre limiti all’inventiva di nessuno, credo che il processo del 97 abbia consumato le ipotesi di reati che avrei potuto compiere da solo.

Con il risultato che coloro che avevano la doppia qualità di pensionato e di mio cliente, di fronte agli interrogatori ai quali venivano assoggettati, in ogni caso raggelanti, perché il rapporto di fiducia fra istituzioni e cittadini è in crisi, non hanno mai potuto sapere se erano lì per indagini rivolte a raccogliere elementi per precipitare loro nel girone dei falsi invalidi, o per aggiungere mattoni all’evidentemente non facilissima identificazione delle mie innumerevoli colpe.

E bisogna ammettere che ciò potrebbe aver causato una mancanza di serenità così radicale da aver potuto causare una linea di "dichiarazioni" addirittura aliene dalla realtà e da quello che quei malcapitati avrebbero detto in condizioni normali.

Così come non ci sarebbe da rimanere sorpresi se fra costoro ci fosse in ipotesi anche qualche calunniatore esperto delegato da qualcuna delle tante entità mie avversarie che, magari senza nemmeno odiarmi, hanno tuttavia interesse a costruire a tavolino qualche mia responsabilità per tentare di screditarmi temendo che possa prima o poi rompere il silenzio (invero ormai del tipo: zitto zitto in mezzo al mercato..) con il quale mi si è tuttavia circondato.

Questo perché costoro, che sanno tutto di me, perché sono sicuro che sia io che la mia famiglia siamo oggetto di un costante monitoraggio ad opera di varie entità, si sono spaventati da quando hanno capito che sto lavorando ad una complessa e credo molto efficace forma di utilizzo di Internet: l’arcangelo che divulgherà le mie tesi sulle sue ali: un qualcosa a cui non avevo lavorato prima solo perché per una volta non ho voluto sopportare le frustrazioni ed i disagi che ogni volta toccano ai precursori, sicché ora si teme che Internet possa trasformare le mie carte in una pania per coloro che in tanti anni non hanno saputo vederci altro che reati.

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 66
  • Data: 29-03-2000
Letto 3273 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 16:19