Agli avvocati, al centro destra, a Berlusconi...

ed alla stragrande maggioranza dei buoni magistrati circa gli effetti politici della gelosia, la necessità di istituire un tribunale speciale per i giudici, e la strategia della funesta spirale degli attacchi giudiziari contro chi parla.

Ad Agostino Cordova, al pm Giancarlo Capalbo di Roma, ai giudici Luigi Martone, Teresa Casoria ed Immacolata Zeno, del tribunale civile di Napoli, ed al giudice Michele Videtta, del tribunale penale di Salerno, circa il se debba considerarsi provato il coito ove taluno rinvenga la propria moglie stesa nuda sul letto accanto ad uno sconosciuto pur’egli nudo mentre fumano una sigaretta, e circa il fatto che a mio avviso la sentenza con la quale mi si è condannato a dare 115 milioni al pm Antonio Clemente di Napoli non convince, sicché quei soldi gli sono sicuramente giovati, ma non hanno potuto giovare al suo onore.

Temo, caro Berlusconi, non incrementerà la fama di sottile di Amato l’aver motivato la nomina del buon Fassino a ministro della giustizia affermando praticamente che, visti gli esiti dei tanti giuristi, tanto valeva provare con un quisque de populo.

Quisque de populo che comunque pare stiano per vivere una stagione di fasti inauditi, a giudicare dall’intento di proporre ora a presidente il piacione Rutelli.

Un vero giurista infatti a quel ministero ancora non c’è stato, e perciò langue da tempo la speranza di sgombrare la via dello sviluppo dalla piramide burocratica che la sbarra, ed il paese vuole ora provare ad affidare a te ed al centro destra il compito di scalzarla.

Sennonché al vertice di quella piramide c’è il peggio della magistratura, per cui, quando al momento del confronto manderà in campo i suoi campioni avvezzi a far scempio di vite altrui, se il ministro della giustizia non sarà di livello talmente più elevato del loro da saper vanificare le loro ferali minacce con i suoi buoni argomenti, dovrà piegarsi come gli altri.

Ora, non credo tu abbia dimenticato certi miei discorsi o scritti, ma forse siamo tutti un po’ cambiati, perché i tempi e gli eventi stanno cambiando tutto, ed a maggior ragione gli uomini che li vivono, e d’altronde è una questione non personale ma politica.

Inoltre non ho dubbi che ti manifesterai al di sopra del limite che più frustra i partiti: la gelosia dei leader verso coloro che per un verso o l’altro potrebbero essere più bravi di loro, e quindi la tendenza a destinare gli incarichi a personaggi "rassicuranti": dagli innocui ai tranquilli, dagli addomesticabili ai ricattabili.

Ti sto insomma chiedendo di proporre me come prossimo ministro della giustizia perché - come sai, e come sanno i miei ex colleghi deputati - il solo sentire il mio nome fa seccare le parole in bocca ai miei nemici, sicché le riforme che nessun altro potrebbe fare perché quelle belve lo sbranerebbero, io potrei farle senza aggiungere altro a quanto ho scritto in questi anni, ed avendo dalla mia quantomeno il silenzio della buona magistratura, che non mi aggredirebbe sia perché ha riguardo delle mie tesi, e sia perché sa che in uno scontro aperto con me perderebbe.

Una gelosia del resto immotivata, perché il fatto che in ipotesi nessuno possa confrontarsi con me come oratore, ideologo o giurista non vieta che continueranno ad esserci grandi scienziati, artigiani dalle mani d’oro, uomini bellissimi, amanti inesauribili, e quindi anche eccelsi leader politici.

Né la bontà delle mie tesi o delle mie parole potrebbe farmi diventare alcuna delle cose di cui sopra, e meno che mai un leader politico, perché ci vogliono troppi requisiti che non ho, fra i quali la disponibilità a partecipare intensamente, laddove io, salvo il fatto di vivere in famiglia, scrivere, magari delle proposte di legge, lavorare, chiacchierare, selezionare fattrici per il mio allevamento di mastini napoletani e pastori tedeschi, e badare alle piante ed agli animali della mia tenuta di Frosini, vado volentieri solo a caccia e pesca.

E guarda che ho aperto un tale discorso non perché non sappia quant’è apprezzata la modestia, ma perché, dall’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio, alla riforma istituzionale europea, ed alle varie altre leggi in tema di giustizia e di ambiente, devo lottare per evitare che queste riforme languano mentre si trascinano i vari, purtroppo vani tentativi di appropriarsene dei Prodi, Pecoraro, o Fassino di turno.

Riforme che in ogni caso non potranno essere nemmeno tentate senza l’indispensabile partecipazione dei circa 60.000 avvocati italiani: unici ad avere il livello di consapevolezza giuridica necessario a sostenere realmente la politica quando si deciderà ad affrontare la riforma dell’apparato respingendo gli attacchi della cattiva magistratura che lo difende.

Cattiva magistratura contro la quale nemmeno la stragrande maggioranza dei buoni magistrati, dai quali non dimentico certo di avere avuto io stesso il riconoscimento del mio buon diritto, può nulla, benché il punto non sia questo, perché il punto è che bisogna istituire delle regole fondate sulla garanzia, alle quali, cioè, tutti siano costretti ad attenersi a prescindere dall’essere buoni o cattivi.

Quali sono? Orbene, innanzitutto va detto che le leggi sulla responsabilità dei magistrati sono indispensabili ma non basterebbero, perché fin quando persisterà lo scandalo del giudicarsi l’un l’altro dei giudici essi continueranno a crearsi una giurisprudenza favorevole e ad applicarsela ancor più favorevolmente.

Anche se ora va posto rimedio perché il rischio è troppo cresciuto; e basti pensare, per esempio, alla facilità con cui la corte costituzionale, sol che lo volesse, potrebbe decidere di mandare o non mandare in crisi un governo o una legislatura con qualche sentenza ben centrata in relazione alle tante cause che tiene a macerare per anni in cancelleria.

Quale sarebbe infatti la garanzia verso un tale arbitrio, visto che la civiltà è figlia del controllo e quei giudici godono invece dell’immunità dovuta, in penale e civile, al fatto che ogni decisione competerebbe ad altri titolari dei loro stessi interessi? Qual’è la soluzione? Per quanto mi sia lambiccato il cervello, mi sembra che l’unica soluzione, che richiede una modifica costituzionale, salvo non si riesca ad escogitarne una affine che non la richieda, è l’istituzione di un tribunale per i giudici composto da professori di diritto, giuristi ed avvocati, magari per metà italiani e per metà di altri paesi dell’UE, che giudichino, nel civile e nel penale, quando sia parte o siano in gioco direttamente o indirettamente interessi di un magistrato.

E spero, giacché nessuno si è fin qui scandalizzato del giudicarsi fra giudici, che qualcuno non si scandalizzi ora della proposta di essere giudicati da un tribunale talmente garantistico.

Senza contare, benché non sia questo il problema principale, l’omicida, inarginabile spirale di complicità, iniquità, arbitri ed abusi che potrebbe in certi casi risucchiare, sempre in conseguenza della mancanza di garanzie, i contraddittori o imputati in cause in cui sia parte o abbia interesse un magistrato, o peggio coloro che siano nel mirino di uno o molti di loro.

E’ impreciso ad esempio "Panorama" del 3.8.2000 quando scrive che sono già 31 in due anni le sentenze in favore di un giudice per risarcimento danni, perché sono molte di più; a parte poi il gran numero di cause pendenti.

In ogni modo tali sentenze sono sicuramente almeno 32, e saranno fra breve 35, ben 4 delle quali, circa il 12%, riguardano uno solo fra i 66 milioni di italiani: me! Un 12% che diventa circa il 24% se si aggiungono le due cause penali per calunnia più le due per diffamazione, fra cui quella su querela di Cordova, alla quale seguirà poi, immagino, l’immancabile citazione per danni, e per la quale il pm Capaldo, di Roma, ha ora ora "completato le indagini" sul volantino con il quale mi sarei reso reo di aver scritto una frazione invero piccolissima di quanto riportato nel "Libro bianco" pubblicato, spaventosamente senza alcun effetto, dalla Camera penale di Napoli in nome di ben 2.000 penalisti.

Un volantino in uno stile tagliente quanto si vuole, perché se invece di una legittima critica, o una ancor più legittima difesa, avessi voluto fare degli elogi avrei saputo come farli, ma di sicuro non illegale, anche perché mi auguro di non aver bisogno delle lezioni né di Cordova né di Capaldo né di altri loro colleghi per sapere come scrivere quanto occorre senza commettere reati.

Benché, parlando ora in generale, occorre che gli avvocati e gli ordini prendano coscienza del fatto che questo gran gonfiare, nell’interesse di magistrati, querele, denunzie, citazioni e processi che altrimenti sarebbero cestinati, non è mera prepotenza, ma è una precisa strategia rivolta a spezzare le gambe a chiunque osi aprir bocca, per fermare sia i cambiamenti che il principiar di rotolii di teste.

Così come bisogna che gli avvocati approfondiscano, nel loro lavoro quotidiano, come l’eccesso di immunità ha pian piano trasformato il modo stesso di concepire l’esercizio del potere giudiziario, la cui eziologia, sovente, purtroppo, non è più nel fine di accertare i reati o decidere le liti, ma in un uso del diritto e del processo in un modo o nell’altro funzionale alla conservazione, o dei privilegi di categoria, o dei vantaggi personali, a partire dal disimpegno.

E, tornando ai giudizi fra giudici, è una violenza obbligarci ad accettare si possa risolvere il problema spostando la competenza da una città all’altra, perché il settarismo giudiziario ha basi nazionali, come gli interessi che i magistrati condividono.

Anche se oltre al settarismo c’è il campanilismo e le altre forme di relazione derivanti dal vivere quotidiano sullo stesso territorio, per cui turba che nel mio caso la dr Cacace in primo grado, ed i giudici Martone, Casoria e Zeno, in appello, si siano tenuti la causa promossa contro di me dal loro collega e concittadino pm Clemente, motivandolo, in virtù di una legge che nel civile prima non lo vietava, con una perpetuatio jurisditionis che è invece una perpetuatio iniquitatis, visto che la legge nuova ha disposto lo spostamento della competenza perché la vecchia non offriva garanzie.

Un’assurdità però utile come esempio del punto in cui siamo attraverso il rigetto, da parte di Martone, Casoria e Zeno, dell’istanza di sospensione dell’esecutività della sentenza con la quale Cacace - indubbiamente in virtù della sua eccelsa conoscenza del diritto ha spiccato con facilità il volo al di là di varie eccezioni insormontabili per "chi va senz’ala" (Dante), e mi ha condannato in primo grado al pagamento di ben 100 milioni in favore del Clemente per inspiegati danni che gli avrei arrecato con un mio scritto.

Cento milioni evolutisi per interessi e spese in 115, che a differenza di me, che sono così brocco come avvocato da impiegare anni a riscuotere i crediti - è riuscito a farsi dare in pochi giorni, perché, facendo tutto ad una velocità fin lì inimmaginata, nel mentre con il mio difensore aveva concordato che gli avrei dato 25 milioni subito e 14 milioni al mese da settembre, mi ha notificato un pignoramento presso ben dieci diversi terzi, fra banche di cui sono correntista ed enti di cui sono creditore, bloccando senza motivo ogni movimento economico del mio studio in ogni dove, al punto che solo grazie ad un prestito di un amico ho potuto pagare gli stipendi di fine luglio e le 14° e consentire così ai miei collaboratori di andare in vacanza anche loro, così come il nostro giovane pm, che dirigeva con aristocratica superiorità le operazioni da non so che luogo di villeggiatura.

Ma veniamo ora al 3.6.2000, a Salerno, nell’aula di Videtta.

Era la prima udienza bontà loro - della causa per calunnia a mio carico, che viene da una domanda di rinvio a giudizio per diffamazione sfortunatamente rigettata dal gip. Sfortunatamente perché quel rigetto servì solo a far sì che il pm la riproponesse allora ancor più assurdamente per calunnia, come ho spiegato in altri documenti (vedi "La fase di Saul").

L’udienza era fissata per l’esame dei testi Catena, Clemente e De Gregorio: tutti non disinteressati, avendomi fatto causa civile per danni in base a quelle stesse accuse.

Videtta arrivò in aula verso le 9.

I testi non c’erano.

Chiese subito, come fra sé, dov’era il fascicolo di Marra, e lo verificò come per accertare, non so perché prima del turno, la regolarità degli atti e quindi la fattibilità della causa.

Iniziò quindi, fra i vari ordinari andirivieni, a chiamare le cause, finché accadde la prima delle cose di cui non si capisce la logica.

Mentre cioè, man mano che chiamava le cause come dal turno affisso, rinviava inevitabilmente quelle in cui, venendo per testi, i testi non c’erano, quando fu il turno della mia, la mise da parte come contasse in una loro successiva venuta: una speranza premiata perché, appunto, verso le 12, Catena e De Gregorio apparvero.

Videtta li esaminò. Essi, incuranti che il loro impianto accusatorio è crollato per tutta la parte già giudicata, reiterarono come oro colato le loro accuse contro di me con una iattanza inaccettabile (ho lasciato scadere il termine di sei mesi per il ricorso a Strasburgo, ma il rigetto in due gradi della loro richiesta di rinvio a giudizio per truffa allo Stato ed induzione in errore del giudice comportava già un risarcimento danni).

Diedero poi, quasi ce ne fosse stato bisogno, un nuovo saggio della loro sapienza facendo a gara - povera Italia! - nell’illustrare variamente che la cosa di cui li "accusavo" non è illegale (il fatto di aver indagato su di me senza l’autorizzazione del parlamento europeo), palesando così che lì nessuno si stava rendendo conto che mi si stava processando per una calunnia consistente nell’aver attribuito ad altri comportamenti insistentemente qualificati ..legali.

Finito l’esame e rinviata la causa per l’assenza del terzo teste, c’è poi stato un altro passaggio importante: Catena si è amichevolmente avvicinata a Videtta per salutarlo e, dandogli affettuosamente del tu, si è scusata con lui per il ritardo.

Ora, a parte il darsi del tu, di cui parleremo fra un attimo, perché Catena si è scusata lei del ritardo, quando sarebbe stato Videtta, a limite, a doversi scusare con lei di aver tenuto la causa con ore di ritardo?

Ma c’è di più: dobbiamo forse credere che quando Catena e De Gregorio vanno allo stadio, o al teatro, si presentano tre ore dopo l’orario di inizio della partita o dello spettacolo?

Come si spiega che, non uno dei due nostri testi d’eccezione, ma addirittura entrambi, si siano presentati tranquillamente alle 12 per un interrogatorio fissato per le 9?

Ma dimentichiamo questa vicenda, ed immaginiamo di essere in teatro per una farsa in tema di giustizia.

Sbaglio io, o anche Lei concorda, gentilissimo lettore, che se l’autore avesse scritto un testo prevedendo un comportamento simile dei personaggi l’avrebbe fatto per simbolizzare che il giudice della farsa, verificata la regolarità degli atti, aveva telefonicamente avvertito i colleghi testi di venire perché la causa si poteva fare, e li aveva anche rassicurati circa l’orario, dicendo loro che potevano arrivare anche con tre ore di ritardo, perché tanto li avrebbe attesi?

E veniamo ora alle valenze del darsi del tu. Io stesso mi do del tu con alcuni magistrati, ma la diversità degli interessi rende diversa la tematica.

Ad ogni buon conto è naturalmente vietato che parti o difensori abbiano con il giudice tipologie di rapporti che possano incidere sulla decisione, sicché bisogna chiedersi se, ed in che misura, il darsi del tu possa costituire l’indicatore di un rapporto vietato (conviviale, solidale, amicale, collusivo, di interessi, di fazione, di corporazione ecc.) nella particolare fattispecie in cui un giudice è parte, o ha interesse alla decisione.

Domande queste retoriche, perché, salvo i rapporti collusivi, di interesse, di fazione, o altri simili, evidentemente eventuali e tutti da provare, esistono invece scontatamente fra giudici rapporti conviviali (in senso lato), solidali, amicali, e/o di corporazione; e sarebbe irragionevole sostenere che possano non influenzare la decisione.

Se si vuole essere almeno un po’ civili bisogna cioè ammettere che sussiste innegabilmente una fondata presunzione di convivialità, amicalità, solidarietà e/o corporatività, e che, anche solo applicando le regole attuali, andrebbero (andranno?) pertanto prima o poi revisionati tutti i processi in cui un giudice ne ha giudicato un altro.

Perché nessuno lo ha mai obiettato? E’ falso! Come scriveva Pasolini già 40 anni fa, nessuno parla perché la magistratura fa paura, ma se qualcuno parla essa fa orecchie da mercante.

In definitiva, il darsi del tu fra giudice parte e giudice giudicante, magari va valutato caso per caso in relazione alle concrete, possibili, specifiche valenze, ma non può non essere preso in considerazione. E mi spiego.

Supponiamo che taluno trovi la propria moglie ed uno sconosciuto nudi, stesi sul letto, mentre entrambi, assorti, fumano una sigaretta.

Ora, è chiaro che né il fatto di essere nudi, né il fatto di star fumando, né il fatto di essere stesi sullo stesso letto costituiscono la prova certa del coito.

Potrebbe infatti ben darsi che essi si siano denudati perché avevano caldo, si siano stesi sul letto perché erano entrambi stanchi, e stessero fumando perché lo fanno d’abitudine.

Non sembra tuttavia taluno potrebbe giudicare quel marito troppo sospettoso se in cuor suo temesse che in realtà il coito probabilmente c’è stato.

Bisogna insomma ammettere che in questo processo, quasi ci si aspettasse che anch’io dovessi rallegrarmi della buona amicizia fra giudici/parti e giudice/giudicante, ci sono state delle esternazioni non indispensabili, che, benché non possa definirle né ingenue, tanto risulterebbero insensate, né deliberate, tanto risulterebbero stentoree, hanno comunque comprensibilmente incrinato in me quel sentimento di piena certezza nella serenità del giudizio al quale ho diritto come ogni imputato.

Anche se mi rendo conto che potrebbero esserci altre situazioni in cui la maggiore cautela dei protagonisti si risolva in una falsa serenità.

Che fare nel mentre? Quanto a Clemente, fossi in lui, per rimediare almeno in parte, restituirei senz’altro i 115 milioni, sempre che non li abbia già spesi.

Quanto a me, so che questa difficoltà di sconfiggermi moralmente sta esasperando più d’uno, e che sono sottoposto da tempo a controlli capillari allo scopo, specie in caso di eventuali nuove assoluzioni, di poter tessere rapidamente nuove ragnatele di accuse per scongiurare il rischio che possa uscire indenne da questa obbrobriosa guerra.

Ciononostante spero non si esageri con queste persecuzioni: tanto, sono così convinto dell’importanza di questa lotta, che nemmeno la paura potrebbe fermarmi.

Alfonso Luigi Marra

 

Informazioni aggiuntive

  • N.: 69
  • Data: 01-09-2000
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