Alla sinistra ed al centro sinistra circa il fatto che - avendo l’individuo una visione strumentale e strategica del suo sapere, che “vede” in funzione dei suoi obiettivi - è indispensabile una legge per impedire che i giudici si giudichino fra loro.

Ovvero (quale esempio della necessità di questa legge) circa il fatto che i Giudici Videtta e Criscuolo, di Salerno, sono nella condizione psicologica meno adatta a potermi assolvere dal pur inesistente reato di calunnia ai danni dei loro colleghi Catena, Clemente e De Gregorio, i quali fra l’altro se fossi assolto, vedrebbero concretizzarsi il rischio di dovermi restituire circa 500 milioni di lire che sono riusciti a farsi liquidare in sede civile per danni morali che non hanno mai subito.

Innanzitutto, augurandomi di porre così qualche rimedio al fatto che ogni volta le cose si arenano solo per il timore che si sappia le ho dette io, vi prego, onorevoli parlamentari, di non farvi di nuovo prendere dalla gelosia per le mie tesi, perché anche la proposta che i giudici non si giudichino fra loro è mia, è vecchia di anni, è nota a tutti, ed è ampiamente condivisa, sicché auspico cessiate di girarci intorno, come fate dal 95 con i sei articoli della mia proposta di legge sull’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio, che renderebbe ricca l’Italia, e con tante altre cose.

Fermo restando che, al di là della gelosia, che vi accomuna, da un altro punto di vista non è però il centro destra che devo convincere di quanto segue, per cui mi rivolgo soprattutto a voi della sini- stra e del centro sinistra.

Voi che sapete bene che se fui eletto in Forza Italia nel 94 alle europee fu perché volevo cercare di proporre da dentro il Parlamento quelle mie tesi, e fu possibile solo riuscendo ad iscrivermi alla lista di quel partito, peraltro all’ultimo momento, perché, se Berlusconi lo avesse saputo, non me lo avrebbe consentito, mentre con voi non ci fu modo, né allora né poi, alle po- litiche.

Salvo invero Boselli, che mi offrì nel 99 la candidatura alle europee, ma purtroppo solo dopo che avevo dovuto assumere impegni non più revocabili con l’infido amico mio Casini, che, come il suo autore Berlusconi, ha, così a me pare, il difetto di non avere in realtà, e di non avere mai avuto, la benché minima intenzione politica.

Una mancanza di considerazione politica per Berlusconi, la mia, notoria ed accuratamente descrit- ta in vari miei documenti, e specie in uno, di cui certo ricordate.

Benché dissenta anche nei vostri confronti, perché, sia pure da diverse angolazioni, vi considero espressione della stessa cultura consumistica che anima lui.

Ciò premesso, è tuttavia grave che, negli anni, la vostra coscienza collettiva abbia maturato un’idea di giustizia come di mero strumento per sconfiggere Berlusconi.

Berlusconi che invece potrà essere sconfitto da tutt’altro che la vostra opposizione, e cioè dalla variazione economica che sta conseguendo alla variazione climatica, tema incredibilmente assente dalle vostre politiche, e che alla fine stroncherà l’economia consu- mistica, da cui tutto quello che egli è discende e dipende.

Logica ed economia, quella consumistica, della quale ribadisco che partecipate anche voi com- preso Bertinotti, i girotondini ed i no global, i quali tutti non combattono per cambiare il sistema, ma per meglio integrarvisi ma nella quale Berlusconi è ben più forte ed organizzato.

Una forza, la sua, che dipende anche molto dal modo odioso in cui state operando in materia di giustizia, perché è palese che, ad esempio in relazione all’amnistia, state freddamente ignorando gli interessi del paese ed il dramma dei milioni di persone variamente coinvolte nei problemi giudiziari.

Nessuno ignora, infatti, che il motivo delle tante amnistie italiane è che sono un’inevitabile valvola di scarico in un paese nel quale le storture giudiziarie sono oggi solo più note, perché fatti salvi i pur numerosi giudici che fortunatamente fanno eccezione la no- stra è da sempre una giustizia burocratica, iniqua e poco attendibile.

Sennonché, pur sapendolo, vi siete atteggiati a moralisti, ed avete avuto il cinismo, solo perché ne beneficerebbe Berlusconi, di disinteressarvi di qualche milione di imputati, e di decine di migliaia di carcerati, statisticamente innocenti per circa la metà, tutti comunque vittime di un sistema giudiziario e carcerario da paese semicivile.

E non che Berlusconi sia stato migliore di voi, perché, anche lui, pur di forzare nella direzione dell’amnistia, ha rifiutato per anni di far passare l’indulto, per il quale non ha un interesse personale, ma in questa gara a chi fa peggio mi fate per certi versi più impressione voi, perché voi siete in tanti a decide- re, mentre lui è uno solo, sicché la vostra iniquità finisce per assume- re una connotazione "democratica" davvero obbrobriosa.

Aspetti questi del contrasto su amnistia / indulto che avete evitato di rinfacciarvi reciprocamente perché né a voi né al centro destra conviene far emergere quanto vi importi degli imputati e dei dete- nuti, perché è proprio vero che per il centro destra l’unico problema è salvare Berlusconi, così come per il centro sinistra è incastrarlo.

A tutti fa invece gioco funzioni male la giustizia civile ed amministrativa, che un contesto politico e governativo così retrogrado può permettersi in dosi molto basse.

Argomenti che svolgo perché vi voglio chiedere di cessare di contrastare Berlusconi in relazione a quelle riforme della giustizia che, magari serviranno anche a lui, ma nondimeno sono indispensabili al paese.

Riforme la fondamentale fra le quali è quella per impedire che i giudici continuino a giudicarsi fra loro.

Una riforma che, al di là degli irrigidimenti dovuti a quest’era di scontri, sono certo vorrebbe in fondo anche la stessa magistratura, che anch’essa non può non sentire disagio e non rendersi conto di quanto la danneggino gli "orientamenti" ai quali si deve troppe volte assistere quando i processi investano interessi di magistrati o della magistratura.

Una riforma che senza di voi non si può fare, perché implica delle modifiche costituzionali, ma che non potete continuare ad eludere, perché da sola servirebbe a rendere efficaci una serie di norme che già ci sono, perché non mancano le norme che prevedano sanzioni a carico dei magistrati, quando violino le leggi.

Quello che manca in danno dei magistrati è invece una giurisprudenza! E continuerà a mancare, perché la possibilità che i magistrati si condannino fra di loro è semplicemente antitetica al modo di funzionare della mente umana, che, come sapete anche di questo sarebbe bello diventaste capaci di vergognarvi ho decifrato e descritto in "La storia di Giovanni e Margherita" ben nel 1985, e poi in "Pazzia un corno!", nel 1990.

L’individuo, scrivevo lì, fra le tante altre cose, ha una visione strumentale e strategica del suo sapere, che usa in funzione dell’attuazione dei suoi desideri.

Cosa questa coerente alle esigenze dello sviluppo, perché solo così egli ha la forza di portare avanti ciò che comprende e vuole, ma dalla quale deriva che ovunque taluno si auto-amministri, non sussiste garanzia lo faccia tenendo conto degli altri nel modo in cui essi, o le istituzioni, vorrebbero lo facesse.

Una mancanza di garanzia pregna di sempre più gravi ed articolate conseguenze, e faccio osservare come, ad esempio, la stessa, tanto deprecata commissione parlamentare su tangentopoli non sia che un riflesso della carenza della norma che invoco.

Berlusconi, cioè, potrebbe, in ipotesi, avere commesso anche molti più reati di quelli che gli si imputano, ma resta il fatto che, se fosse vero che nei suoi confronti sono stati commessi degli abusi, sarebbe ipocrisia affermare che potrebbe mai ottenere alcunché mediante il chiedere giustizia a degli altri giudici agendo civilmente o penalmente in tribunale contro un D’Am- brosio.

A maggior ragione proprio perché D’Ambrosio, che conosco e stimo, è un uomo che, avesse mai, sempre in ipotesi, anche una sola volta ecceduto, lo avrebbe fatto sicuramente in ossequio a suoi profondi convincimenti, e ritenendo di star agendo per il meglio: cose tutte destinate però ben poco, immagino, ad intenerire Berlusconi, o ad affievolire un suo eventuale diritto ad una riparazione.

Ciò premesso, ancora una volta, da questo mio essere stato cavia per tanti anni di tanti e così gravi ed infondati attacchi giudiziari, viene un esempio che potrà giovare alla comprensione dell’insostenibilità della situazione.

Nel 96 scrissi fra l’altro in un documento contro i PM Catena, Cle- mente e De Gregorio che stavano conducendo contro di me un’inda- gine illegale, perché sarebbe occorsa l’autorizzazione del Parlamento europeo.

Indagine all’esito della quale chiesero il mio rinvio a giudizio per vari reati poi risultati inconfigurabili, anche se accuse simili furono reiterate, identiche, come niente fos- se, più volte, sempre senza esito.

Sennonché dall’affermata illegalità di quella loro azione nacquero, non uno, ma, chissà perché, due identici, ed identicamente assurdi procedimenti penali per calunnia in mio danno.

Assurdi per vari motivi, fra i quali (a parte quello che sta emergendo) il fatto che illegale non significa illecito, ma solo non conforme alla legge (nella fattispecie all’art.

6 del Regolamento del Parlamento europeo), e non si vede in cosa l’affermare che un comportamento non è legale in quanto non conforme alla legge possa di per sé costituire una calunnia.

Ma non basta. Com’è possibile cioè non rendersi conto che delle due l’una:

—a) ho ragione, perché (sempre a parte quello che sta emergendo) le indagini erano illegali in quanto in contrasto con l’art. 6: caso in cui la calunnia è esclusa dal principio di verità.

—b) non ho ragione, e le indagini erano legali perché l’art. 6 non richiedeva alcuna autorizzazione: caso in cui la calunnia è di nuovo esclusa perché starei accusando i PM di aver "commesso" una cosa che non costituisce reato, e per la quale, quindi, non potrebbero mai essere processati né disonorati (la calunnia, diversamente dalla diffamazione, necessita che la cosa di cui si accusa taluno sia illecita secondo legge, e non secondo l’opinione dell’accusatore).

Così ovvie cose che, se non sono state capite da così tanti PM e GIP, bisogna vi sia un motivo, a mio avvisoconsistentenelfattoche,tecnicamente, non sussistono le condizioni psicologiche per l’imparzialità quando si giudichino interessi o propri o affini ai propri.

Un oggettivo ostacolo all’imparzialità di cui ho già fatto le spese perché, nel mentre, i tre PM hanno intentato nei mie confronti tre distinte cause civili per danni riuscendo a farsi liquidare circa 500 milioni di lire complessivi.

Tre cause che, se fossero stati tre cittadini normali, e non tre giudici, e si fossero rivolti a me per farsi assistere, gli avrei sconsigliato di intraprendere; vista, in materia, la giurisprudenza relativa ai normali cittadini.

Ben 500 milioni che i tre colleghi di Videtta e di Criscuolo comincerebbero seriamente a temere di doverrestituirese,dopoesserestato assolto da tutte le loro assurde accuse, dovessi ora essere assolto anche dalla non meno assurda accusa di calunnia; perché naturalmente ho impugnato le sentenze con le quali sono stati loro liquidati quei soldi e, per quanto ne abbia viste troppe per potermi ancora meravigliare di qualcosa, un po’ mi stupirei se la Cassazione giungesse al punto di confermarle.

La questione non è, cioè, se, in ipotesi, vi sia o non vi sia, né io intendo sostenere vi sia, alcuna collusione o specifica o culturale o fra alcuni o fra molti, magari generata dalla preoccupazione che possa uscire del tutto indenne da questa guerra giudiziaria che sta per compiere dieci anni.

Il problema, che è un problema di carenza della garanzia, è invece che questi giudici, per riconoscere le mie ragioni, dovrebbero fare una tale forza contro le pulsioni naturali che governano la vita addirittura dell’universo, che è davvero iniquo costringere o me o un qualsiasi altro cittadino ad affrontare dei giudizi in tali miserevoli condizioni, magari, come è accaduto a me, ritrovandosi fra giudici giudicanti e giudici denunzianti che, in udienza, fra di loro, si danno affettuosamente del tu.

Situazioni invero ben poco adatte a giovare sia alla magistratura nel suo complesso, sia ai non pochi giudici che, proprio in questa vicenda, mi hanno colpito per la loro serietà.

Solo pochi giorni fa, in un’udienza di uno di questi residui processi a mio carico, il giudice ed il PM (non più quelli originari), e gli avvocati, si sono trovati di fronte all’incresciosa situazione (della quale il PM ha avuto l’onestà intellettuale di dare apertamente atto in udienza), di interrogare vari miei clienti che, a suo tempo, dinanzi a non so quale maresciallo, apposero la loro firma sotto una serie di forbite dichiarazioni dense di termini e di espressioni di cui però, dato il loro molto modesto livello culturale, dinanzi al giudice, si sono manifestati incapaci di capire il significato, sicché, da quanto si legge nel verbale di udienza, non si spiega come avrebbero mai potuto formularle.

Clienti uno dei quali, come credo accadrà ad altri nelle stesse condizioni, ora coerentemente lui stesso indagato per concorso in falso ideologico per aver sostenuto che la firma sotto la procura era sì sua, ma non l’aveva apposta dinanzi allo sfortunato notaio tanto gratuitamente coinvolto in questa insulsa vicenda con l’intento di associare, non si sa come, anche me nei suoi comunque mai commessi falsi ideologici.

Del resto nel mio documento n. 12, del 15.11.95 (vedi in internet), che pubblicai all’epoca anche su di una pagina intera de "Il Mattino", e di altri giornali nazionali, e raccolsi poi nel volume "La fase di Aids", che inviai a tutti i magistrati di Napoli e Roma, si legge:

Al Parlamento e ai tanti buoni Magistrati circa il fatto che, a Napoli, la "megainchiesta" sui falsi invalidi costituisce in realtà lo strumento per sottrarre gli apparati burocratici ed i poteri all’opera regolatrice della giustizia civile, e consentire che continuino a divorare, senza benefici per la collettività, le ingentirisorseteoricamentedestinateagli invalidi.

* * *

Fui proprio io che, 5, 6 anni fa, riuscii ad ottenere, dalla Sezione Lavoro e dalla Sezione Esecuzioni della Pretura di Napoli, l’afferma- zione della pignorabilità, presso la Banca d’Italia, del denaro del Mini- stero dell’Interno, e per esso delle Prefetture.

Una cosa che metteva seriamente a rischio la bella libertà con la quale avevano fino a quel momento gestito i "loro" soldi.

E’ facile immaginare la reazione del mostro dei poteri e delle burocrazie, fatto di tante cellule ognuna delle quali era un uomo o una donna punto nel vivo dei suoi interessi di fondo.

Mi riversò addosso un delirio di passioni astiose fino al ridicolo.

Proseguii per alcuni anni in un clima sempre più rovente, e giunsi alla primavera 1994, epoca in cui il cuneo delle mie procedure stava per provocare una riforma basata sull’eliminazione della materia del contendere: i ritardi decennali, le insopportabili "disfunzioni" e gli abusi.

Ma il mostro non era disposto ad accettare la sconfitta di dover cambiare.

L’Ufficio Legislativo del Ministero dell’Interno scrisse allora un decreto legge su misura che, nella disattenzione generale, fece passare e convertire in Legge: una Legge che, smentendo anni di giuri- sprudenza, avrebbe voluto riaffermare la generalizzata impignorabilità del "suo" denaro.

Quei legislatori da caserma, nella confusione degli innumerevoli "principi" che introdussero, dimenticarono però di disciplinare l’unico punto che gli interessava, sicché, dopo alcuni mesi di nuovi ed odiosi contrasti, ancora una volta la superai.

Avevo di nuovo chiuso il mostro in un angolo.

L’urto del fetore del suo malessere fu tale da convincermi a lasciare la professione non appena esaurito il contenzioso pendente, ma non lo temevo perché lo sapevo conscio sia del fatto di avere di fronte a sé solo una versione giornaliera di me, e sia del fatto che ogni attacco avrebbe alimentato il mio vero io che indipendente dal quotidiano nel quale mi ha costretto l’invidia sociale per le mie tesi vive nei miei libri.

Fu allora che la "megainchiesta", pendente da sempre con scoppiettii di "scandali" destinati a non mutar nulla, si convertì in un ininterrotto atto di intimidazione contro noi avvocati - l’antico contropotere nonché in un tentativo di additare addirittura noi come responsabili delle false pensioni: noi che le pensioni le otteniamo, quando ci riusciamo, attraverso i proces- si dinanzi ai Giudici delle Sezioni Lavoro e Previdenza.

Un tentativo, quello di accentrare l’attenzione sulle false pensioni, alimentato proprio da loro che le hanno sempre prodotte, allo scopo, per salvare il salvabile, di distogliere dal problema del modo in cui viene complessivamente gestita quell’immensa quantità di denaro pubblico.

Perché l’apparato burocratico, i poteri e i loro terminali, dopo aver gonfiato enormemente le entrate, le divorano essi stessi.

Un tentativo affidato ad un gran numero di individui di poco conto, i quali, speculando sulla loro invisibilità, si muovono tuttavia con l’arroganza di chi sa di poter contare sulla collusione di un vasto contesto.

Un tentativo che si esprime attraverso una larga e radicale opera di setacciamento, convocazione, strapazzatura, vera e propria minaccia eccetera dei clienti, intruppati in massa negli inquisitori uffici perché narrino come hanno conosciuto il loro avvocato, dove lo hanno conosciuto, quali motivi hanno mai avuto per scegliere tale anziché tal altro avvocato, passando man mano dalle allusioni alle calunnie, alle ingiurie, ai lazzi e ai frizzi rivolti però, in un clima da bue che chiama cornuto l’asino, sia a gettarli contro i loro difensori, attivando anche la stampa di sentina, e sia a subornarli.

Tutte cose previste naturalmente come reati e cause di licenziamento, ma che costoro fanno tranquillamente sentendosi coperti, loro sì, dall’immunità basata sull’esercizio sistematico della minaccia, appreso del resto per guadagnarsi la vita, perché è da manuale che gente così, se la si va a conoscere meglio, la si ritrova attrezzata al di sopra delle sue possibilità e piena di posti, pensioni, licenze, permessi speciali, doni, favori, servizi, forniture di alimentari e caccavelle per sé, per il parentado, per le commarelle e per i comparielli tutti meglio che se fos- sero politici della così detta prima repubblica.

Ma veniamo ora a noi, maggioranza dei Signori buoni magistrati.

Ebbene, amici miei, ricordate a quando risale il mio primo documento di doglianza per queste cose? No! Va bene, ve lo ricordo io! Si intitola "Il fior fiore delle Istituzioni quale strumento di intimidazione di Stato", reca la data aprile 1991, ma si riferisce a fatti antecedenti, ed è raccolto, insieme ad altri, in "La storia di Aids", un volume che, come gli altri, vi inviai ancor fresco di stampa.

E ricordate l’episodio con il quale comincia? Quello di quando, in circostanze analoghe, ricevetti la visita di due agenti della "squadra omicidi" che, irruppero nel mio studio, mi chiusero in una stanza, e mi interrogarono a lungo in relazione ad un non precisato omicidio, attenuando poi i toni man mano che cominciavano a spaventarsi loro di fronte al gonfiarsi crescente dell’ira stupefatta che mi andava invadendo, fino a quando, per uscirsene dal rotto della cuffia, ridussero il motivo della visita al fatto che da me, per carità!, non volevano saper altro che delle notizie su di un omonimo del proprietario del mio studio; del quale però non sapevano il nome, e che era poi una molto anziana e degnissima signora.

Ecco, cari amici del centro sinistra, vi offro fin d’ora, nell’interesse della società, sull’ara della comprensione dei fenomeni, il sacrificio spero non inutile della mia probabile benché del tutto ingiustificata prossima condanna per calunnia, circa la quale vi documenterò analiticamente per concorrere a chiarire sempre più che, in situazioni in cui siano parti dei giudici, o che coinvolgano gli interessi di singoli giudici, o dei giudici come categoria, si ha diritto ad essere giudicati da un tribunale di giuristi, avvocati e professori di diritto, ma giammai da altri giudici.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 87
  • Data: 24-01-2003
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