Ai colleghi Avvocati

circa la necessità di costituire un Comitato di controllo del buon funzionamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e circa l’importanza del ricorrervi sistematicamente avverso le molte violazioni per le quali non sussiste in Italia il "ricorso effettivo".

Violazioni fra le quali segnalo quelle dovute alla difficoltà culturale della nostra Magistratura di essere terza rispetto alla P.A., quelle in tema di spese negate o insufficienti specie ad opera dei TAR e del Consiglio di Stato, ed, ai lavoristi, che insieme a me le hanno subite, quelle in materia di rigetto delle richieste di adeguamento della retribuzione alla svalutazione e di 13° mensilità dei lavoratori socialmente utili o in mobilità."

Era il 96, quando, a Strasburgo, guidato da Stavros, il mio segretario politico, un giovane Avvocato greco, giravo, stupito e circospetto, per la sede della Corte europea per incontrarne il Dirigente ed i vari Responsabili, avendo deciso di ricorrervi sistematicamente contro l’Italia per le svariate violazioni della Convenzione di cui grondavano e grondano le nostre cause.

Stupito perché non capivo come mai né altri né io avessimo, già in passato, tratto profitto di quel meraviglioso strumento, esistente dal 50; e circospetto perché sapevo che non c’è civiltà in nessun luogo, giacché l’occidentalesimo reca un vizio di fondo che non ho qui lo spazio di trattare, ma che lo frustrerà fin quando non sarà stato eliminato, e temevo di veder emergere da un momento all’altro chissà che lato oscuro.

Ma tutto sembrava in ordine, per cui, dopo un gran lavoro di preparazione dei ricorsi per le diverse violazioni, iniziai a depositarli.

Fu allora che emerse la magagna: ..C’era una fase preliminare, nemmeno realmente codificata, un’ambigua prassi, in virtù della quale funzionari del paese contro il quale si proponevano i ricorsi decidevano della loro ammissibilità.

Le mie cause naufragarono così nell’affermazione di non so più che dottoressa sapientina, una segretaria della cancelleria, che, per telefono, mi illustrò che non erano ammissibili giacché "..la Corte non poteva mica pronunziarsi su questioni relative a così tanta gente.." Costernato, scrissi il documento intitolato: Circa il fatto che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo è una tigre di carta, ed alcuni altri (vedi in Internet, in La fase di Saul), e, fattili tradurre in cinque lingue, li spedii e li diffusi in ogni dove (fra l’altro, a tutti i Deputati dei 15 Parlamenti dell’UE), oltre ad inoltrarli, con la posta interna gratuita di cui godevo in quanto deputato, ad ognuno dei 22.000 addetti, a qualunque titolo, all’Unione Europea.

Il risultato fu che le abominevoli commissioni/filtro di funzionari sparirono, perché, pur non esistendo la civiltà in nessun luogo, la burocrazia nord europea è meno zotica, più capace di arrossire, della nostra.

Crebbe così via via, ma clamorosamente, il numero dei ricorsi finché, per le pressioni europee, si giunse nel 2001 alla legge Pinto, con la quale l’Italia si dotava di una sua Magistratura competente a giudicare in materia di equo indennizzo in caso di durata non ragionevole delle cause.

Ferma restando la competenza di Strasburgo per così dire in terzo grado, ma si direbbe più correttamente ove l’Italia, nei due gradi previsti (Corte d’Appello e Cassazione), non garantisse il "ricorso effettivo".

Resta invece la competenza esclusiva della Corte europea per gli altri diritti umani di cui alla Convenzione, fra i quali segnalo il diritto alla liquidazione delle spese, sovente bistrattato, ma del tutto ignorato dal TAR e dal Consiglio di Stato, veramente magnanimi - con il denaro degli Avvocati - nei confronti della P.A.

Spese per le quali vige in Italia una giurisprudenza così rozzamente pretestuosa da configurare forse la fattispecie della mancanza di "ricorso effettivo", con la conseguente possibilità di ricorrere direttamente alla Corte europea.

Legge Pinto per non farsi espugnare dalla quale Corti d’Appello e Cassazione subito si arroccarono al punto che poco è mancato non siano riuscite a farla fallire mediante il noto, prestidigitatorio repertorio di artifizi, o con espedienti come il ridurre le liquidazioni del danno e le spese al lumicino, o incrementarle al massimo (le spese) nei casi di condanna del ricorrente.

Per non parlare degli atteggiamenti, come quando, in udienza, un Magistrato, seccato, mi dicono abbia affermato che: "ora l’avv. Marra non deve credere di poter duplicare tutte le cause", manifestando di non avere intenzione di limitarsi a fare il suo lavoro, e dicendo, in così poche parole, ben due inesattezze, non comprendendosi come il concetto di duplicazione sia riferibile a questi giudizi, e non potendosi chiedere l’equo indennizzo per tutte le cause, ma solo per quelle in cui è stato superato il termine ragionevole.

(Battute a parte, sono così maligni, nei miei confronti, per questo mio non demordere, i gesti dell’idra dei poteri, da farmi temere una nuova stagione di persecuzioni.) Situazione ora però, sembra, in via di superamento, da quando la Corte europea ha pronunciato alcune durissime sentenze, fra cui la famosa Scordino/Italia (una vera e propria bastonata), nella quale, ben conoscendo evidentemente le italiche cose di giustizia, nell’accogliere la domanda e provvedere alla maggiore liquidazione richiesta per il danno da ritardo, si è spinta a dire che bene aveva fatto l’istante a non ricorrere per Cassazione avverso la sentenza con la quale la Corte d’Appello gli liquidava il danno in misura troppo modesta, dal momento che il ricorso per Cassazione non costituisce "ricorso effettivo", non attenendosi la Cassazione alla giurisprudenza europea.

Una pronunzia che ha prodotto il miracolo di indurre le Sezioni Unite ad una sentenza di ravvedimento alla quale, si spera, si adegueranno ora le Corti d’Appello e la Cassazione, anche nel senso di riconoscere danni e spese in misura adeguata, benché non siano pochi i giudici che, fortunatamente, non ci liquidano più le spese da lucidatura di scarpe di qualche anno fa.

Oggi, insomma, possiamo, ed io credo dobbiamo, in nome della civiltà, affrontare la giustizia e la burocrazia italiana nell’arena francese, e dobbiamo farlo consapevoli che vincere le nostre cause contro l’apparato significa concorrere a quell’indispensabile processo di normalizzazione che la politica, da sola, non è in grado di compiere.

Un processo di normalizzazione nel quale, dopo una prima fase in cui ci avverserà, saremo affiancati anche dalla Magistratura, non perché noi Avvocati e loro Magistrati siamo più buoni degli altri, dato che la distinzione fra buoni e cattivi è errata, essendo invece corretta quella fra bene e male, ma perché siamo portatori della consapevolezza giuridica, che è lo strumento più adatto per il raggiungimento del benessere sociale.

Occorre però una continua vigilanza sull’attività della Corte, perché non dobbiamo dimenticare quanto poco, senza il presidio della Corte, siano sempre valsi i nostri pur fondati argomenti.

Un presidio che dobbiamo garantirci attraverso un Comitato che propongo di costituire, perché è la prima volta che disponiamo di uno strumento adeguato a poterci difendere nei confronti di un assetto istituzionale in cui la Magistratura non è terza rispetto alla P.A., ma se ne sente parte.

Cosa questa grave, perché è proprio vero quello che da anni scrivo sul frontespizio dei miei atti giudiziari, ovvero che: "Se la civiltà è figlia del controllo, la disfunzione della giustizia civile ed amministrativa è la madre dell’attuale stato delle cose.".

La speciale benevolenza della Magistratura verso la P.A., è infatti la vera causa della rovina del nostro paese, perché l’apparato, l’orrendo apparato che ci ritroviamo, non cambierà mai finché non vi sarà costretto dalle sentenze civili di condanna per le sue infinite violazioni.

Sentenze civili perché solo la giustizia civile, nell’eterno confronto fra le parti, ha un effetto regolatore della società, mentre quella penale è a sua volta mera burocrazia, e va essa stessa "civilizzata".

La posta in gioco è insomma altissima, giacché velocizzare le cause e normalizzare la giustizia implica una modernizzazione sì indispensabile, e sulla quale alla fine concorderà anche l’apparato, ma contro la quale per ora reagirà male, e con tutte le forze.

Dobbiamo cioè sapere che quando i ricorsi cominceranno ad infastidire troppo, inizierà il via vai a Bruxelles e Strasburgo per ottenere il ridimensionamento dell’incisività della Corte, e dobbiamo quindi prepararci per scongiurarlo, perché senza il presidio della Corte europea la giustizia italiana presto regredirebbe.

Un tragico evento per scongiurare il quale spero di poter contribuire anche con una forte diffusione di questo documento, ma che credo sia opportuno affrontare organizzandoci adeguatamente.

Quanto alle violazioni contro cui ricorrere non c’è penuria: sono tante le cose civili e penali in cui da anni veniamo forzati a recitare nella farsa avvilente dell’ovvio: noi nel ruolo di doverlo "dimostrare", e loro in quello di fingere di non capirlo; come per il diritto all’adeguamento della retribuzione quando sopravviene la svalutazione, contro il quale la Cassazione ha escogitato, nel caso dei L.S.U.

e dei lavoratori in mobilità, delle obiezioni che proprio lo meritano di essere portate dinanzi alla giustizia europea, così come lo meritano le tesi (discriminatorie, antidemocratiche, stolte ecc.) in virtù delle quali è stato negato il diritto alla 13°, a credere alle quali saremmo di fronte, non a dei lavoratori, ma a degli assistiti.

Un argomento che, peraltro, non basterebbe di per sé, ad escluderla, ma in ogni caso difficilmente destinato ad aver fortuna fuori dallo stivale, visto che sarebbe difficile convincere chicchessia che possa essere un assistito chi percepisca una remunerazione solo se si presenta, come comandatogli, a fornire, ogni giorno, da una certa ora ad un’altra, una certa prestazione lavorativa esattamente descritta, e da doversi fornire in un certo modo.

..In realtà veri lavoratori in nero alle dipendenze di un apparato purtroppo cialtrone, e vere violenze giuridiche dinanzi al cui imperio non c’è in Italia rimedio che tenga.

Ciò detto, per ben comprendere la logica della Giustizia europea, bisogna partire dal presupposto che essa costituisce un rimedio contro gli Stati (contro le pubbliche autorità).

Non importa, dunque, cosa dicano le leggi, la Costituzione o la Magistratura italiane; nel senso che si considererà violata la Convenzione anche se, in ipotesi, la violazione delle norme della Convenzione fosse avvenuta ad opera della Magistratura in osservanza di una legge nazionale, o della nostra stessa Costituzione.

Vi sarà in sostanza violazione e condanna al pagamento di una somma a titolo di ristoro, sia che l’Italia abbia commesso la violazione facendo una legge che non facendola, e sia che la Convenzione l’abbia violata la sua Magistratura o la sua P.A. tanto applicando quanto disapplicando norme italiane.

In tema di adeguamento, ad esempio, sarà sufficiente illustrare alla Corte che l’adeguamento delle remunerazioni o delle indennità alla svalutazione è un diritto dell’uomo, per poter fondatamente chiedere la condanna dell’Italia al pagamento di una somma ristoratrice per la violazione dell’INPS e della Magistratura del Lavoro.

Una dimostrazione non credo gran che ardua, tanto più che il diritto all’adeguamento è anche costituzionalmente garantito, e la stessa Cassazione, così come la Corte Costituzionale, lo hanno riconosciuto per anni, fin quando, come spesso accade, facendosi commuovere dagli alti lai della P.A., lo hanno negato con alcune sentenze male argomentate, perché non è facile difendere l’indifendibile.

Mancato adeguamento che in particolare viola:

—l’art. 1, Protocollo Addizionale (diritto al rispetto dei propri beni);

—l’art. 13 (diritto ad un ricorso effettivo);

—l’art. 6, comma 1 (diritto ad essere giudicati da un tribunale indipendente ed imparziale);

—la premessa alla Convenzione (diritto ad un regime politico effettivamente democratico).

Argomenti tutti adatti anche alla 13° (non perché la 13° costituisca di per sé un diritto umano, ma perché negarla quando compete, in un paese in cui il sistema remunerativo è impostato su di essa, implica la violazione di vari diritti umani di cui alla Convenzione).

Dal punto di vista della strategia, in relazione alle violazioni di interesse generale, converrebbe credo firmare collettivamente i ricorsi alla Corte, per simbolizzare a quei Giudici che siamo esausti di dover fare le cause come se fossimo noi da un lato e, dall’altro, la P.A. e la Giustizia unite per contrastarci.

Fermo restando che, si firmi individualmente o collettivamente, l’importante è che si ricorra.

Tutte cose che intanto richiedono si portino le cause fino in Cassazione (prima di ricorrere a Strasburgo è necessario esaurire, se sussistono e sono effettivi, i rimedi interni), senza farsi intimidire dallo spauracchio di veramente inique e fuor di luogo condanne alle spese, che evidenzierebbero anche meglio alla Corte lo stato dei fatti, e renderebbero più elevato il danno da ristorare.

La Corte europea, insomma, non è la panacea di ogni male, ma è uno strumento potente, e l’unico di cui disponiamo.

Augurandomi che anche l’Ordine voglia sostenerci in questa guerra per la modernizzazione del paese, invio a tutti i più cordiali saluti.

Alfonso Luigi Marra

Informazioni aggiuntive

  • N.: 97
  • Data: 02-03-2004
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