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Circa il perché la teoria della relatività di Einstein è errata,
ovvero circa il cosa è il tempo ed il perché non è relativo alla velocità.

La vera intuizione di Einstein fu in realtà che la matematica è solo un'opinione, e che anzi la scienza, le sue formule e le sue equazioni non sono neutrali.
A quel punto, se fosse stato un genio (la genialità implica la positività, sicché non esistono né geni del male né geni del nulla), si sarebbe rivolto verso l'apparato scientifico per tentare di cambiarlo.
Siccome invece era solo un furbacchione, sfruttò la sua intuizione per integrarsi nella "scienza vincente" inventandosi l'indimostrabile teoria della relatività e la relativa, presunta "equazione".
Perché credermi? Perché per credermi basta saper credere ai propri occhi, dal momento che mi avvalgo del metodo "auto-dimostrativo", fondato sul fatto che lo stesso lettore, senza l'ausilio o il conforto di nessuno, sia in grado di leggere, capire e valutare quello che legge. Anche se il risultato è che le mie tesi sono quasi sempre condivise ma, tanto sono ovvie, che spesso sfugge al lettore, anche specializzato, che sono sconosciute all'attuale contesto culturale, come nel caso della teoria su cos'è il tempo, la quale, ed eccoci a noi, costituisce l'altrettanto ovvia dimostrazione della falsità della teoria della relatività.
Questo perché la relatività è fondata sul presupposto che il tempo sia una variabile e possa addirittura essere percorso, come sostengono anche quei buontemponi di Zichichi o di Rubbia, il quale ha persino fatto degli esperimenti che a suo avviso dimostrerebbero questa amenità, dato che il tempo, come vedremo di seguito, non è né percorribile e né "relativo" alla velocità.
Per concludere faccio presente che la teoria, come al solito, è scritta in forma narrativa allo scopo di facilitarne la diffusione. Nel ringraziarla dell'attenzione, Le auguro buona lettura.

A. L. Marra

Circa il cosa è il tempo
tratto da "La storia di Giovanni e Margherita"(download)

La realtà muta continuamente la sua forma.
Questi mutamenti di forma della realtà non sono tutti tali che gli uomini li possano percepire.
Ad esempio, la realtà intorno a noi muta di forma perché gli animali si muovono, o le cose leggere vengono spostate dal vento, o perché il sole o la luna o le stelle si spostano nel cielo; e tutto ciò può essere approssimativamente percepito.
Non possiamo però percepire il muoversi delle entità minime all’interno degli oggetti, così come non possiamo percepire i mutamenti che avvengono fuori dalla portata della nostra vista, o su di un continente lontano.
La realtà inoltre assume periodicamente forme che sembrano ripetersi identiche.
Ad esempio, ogni giorno spunta il sole, e la realtà, da questo punto di vista, riassume la stessa forma del giorno prima.
Nel mentre però, durante ogni giorno che si ripete, avvengono miriadi di mutamenti, alcuni dei quali ricorrono innumerevoli volte, come le onde del mare, e altri che hanno una ciclicità più lunga, come la crescita delle piante.
Gli uomini e le altre entità viventi hanno dovuto pertanto ‘convenire’ una forma del conoscere\cultura che consentisse di rapportarsi correttamente fra loro e con questi continui e complessi mutamenti della realtà.
Questa forma del conoscere, modo di vedere, di percepire mentalmente, di pensare, la realtà, è il concetto di tempo.
Il tempo, cioè, è un codice\cultura per individuare le varie forme che la realtà assume ‘istante per istante’.
Ovvero, non esiste alcuna entità autonoma tempo, ma esiste solo una cultura del tempo come convenzione fra gli uomini allo scopo di classificare le innumerevoli forme della realtà che si succedono.
La realtà, in quanto composta unicamente di entità minime in movimento continuo, muta continuamente nella forma, ma giammai nella sostanza.
Le entità individuali minime, gli astri, le persone, si organizzano, si modificano, si riproducono e si decompongono, causando con il loro ‘vivere’ eterno i continui mutamenti di forma della realtà.
Gli uomini allora hanno classificato le varie forme che la realtà assume continuamente a grandissima velocità individuandole con i vari ‘istanti’ del tempo.
Ogni attimo di quel che noi definiamo tempo è cioè un numero di codice che attribuiamo a una fase di sviluppo della realtà, ovvero a una certa forma della realtà.
Ad esempio, se diciamo: 1 gennaio 1800, ore 13, con questo ‘numero di codice’ abbiamo inteso identificare la forma che la realtà aveva in quella fase dello sviluppo.
Ne deriva che quello che noi definiamo scorrere del tempo non è che il succedersi delle forme infinite della realtà.
La forma del conoscere\cultura dello ‘scorrere del tempo’ corre nella stessa ‘direzione’ dello ‘scorrere della realtà’: la direzione dello sviluppo.
La realtà infatti ‘va avanti’, nel senso che si sviluppa ricercando forme aggregative sempre più omogenee.
Il concetto di tempo è uno dei primi segni linguistici\codici di interrelazione che l’uomo abbia istituito, perché l’esigenza di avere un modo comune di individuare e classificare le forme della realtà che si succedono è ancestrale.
Per poterlo ‘visualizzare’ è utile un esempio.
Supponiamo di farci filmare per ‘un’ora’ di seguito nel mentre ci muoviamo fra le cose della nostra quotidianità.
Supponiamo poi di dividere il film ottenuto in un numero molto alto di fotogrammi, pari ad esempio a mille fotogrammi al secondo.
Ebbene, guardando i singoli fotogrammi in successione ci renderemo conto che l’unica cosa che ‘scorre’ nelle immagini sono appunto le forme della realtà, che l’uomo ha qualificato con i vari ‘istanti del tempo’, commettendo poi l’errore di confondere quel mero codice con un qualcosa di esistente di per se stesso.
Ma supponiamo ora di volere invitare un nostro amico a guardare uno dei fotogrammi ottenuti.
Avremo due possibilità.
La prima sarà descrivergli il fotogramma accuratamente affinché, dalla descrizione, lo possa individuare.
Questo primo metodo sarà molto laborioso e per nulla attendibile, poiché il veloce succedersi dei fotogrammi avrà fissato mutamenti della realtà talmente modesti che il nostro occhio non potrà percepirli.
La seconda sarà numerare i fotogrammi e indicare al nostro amico il numero di quello che vogliamo che veda.
Ebbene, nel numerare i fotogrammi non abbiamo fatto altro che quello che fecero gli uomini quando inventarono il tempo per codificare le innumerevoli forme della realtà che si susseguono.
Anche loro cioè, avviliti dalla difficoltà di descrivere o di ricordare le varie forme della realtà e di rapportarle fra di loro per quello che a loro serviva, pensarono bene di codificarle in secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi e anni.
Definirono poi eternità il succedersi infinito delle forme della realtà, passato le forme che ha avuto e non ha più, presente le forme che ha nel mentre viviamo, e futuro le forme che avrà.
Il presente dunque è tutto ciò in cui il passato si è modificato e il futuro si modificherà.
Da una diversa angolazione il codice\linguaggio tempo è però ben altro.
Un qualunque vegetale, ad esempio, ha raggiunto la sua forma durante milioni di anni e attraverso un’evoluzione dovuta a una continua mediazione nel rapporto di forza con le forme della realtà che si succedono.
La forma che ha assunto è quindi il risultato delle ‘esperienze’ che ha fatto e delle ‘consapevolezze’ che ha via via somatizzato nel suo eterno dialogo con tutte le altre entità.
Di talché una semplice foglia ‘saprà’ come ‘leggere’ il codice del tempo, e quando dover nascere, morire, o cambiare.
Una ‘consapevolezza’ somatizzata, si osservi, dovuta al modo in cui è strutturata, e che ci conduce al tema del ‘linguaggio’ come parte integrante della struttura della realtà.
Pur di fronte a tali e tante cose, e ferma restando la necessità di conoscere il passato e di rapportarsi correttamente al futuro, all’incontenibile e all’impercettibile, per ogni uomo ciò che prevale su tutto è la sua quotidianità e la sua vita, e la quotidianità e la vita del suo contesto familiare, sociale e umano.

 
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